
Fin dal debutto nel 2020, Emily in Paris è stata accusata di superficialità, per la rappresentazione stereotipata della cultura francese e per il romanticismo irreale al centro della narrazione. Ma a cinque stagioni di distanza, appare sempre più chiaro come la serie di Darren Star non solo conosca queste critiche, ma le integri nel proprio linguaggio.
Emily in Paris funziona perché è un prodotto dichiaratamente pop, camp e autoironico, che non cerca mai di mascherarsi da racconto realistico. Come Sex and the City prima di lei, la serie usa città idealizzate e situazioni volutamente sopra le righe per costruire un universo coerente, in cui lo spettatore non cerca verità sociologiche ma evasione consapevole.
La nuova Emily Cooper
Nelle prime stagioni Emily rappresentava uno stereotipo: l’americana entusiasta che inciampa nei codici culturali francesi, risolvendo tutto con creatività e ottimismo. Nella quinta stagione invece, il personaggio interpretato da Lily Collins è costretto a confrontarsi con un cambiamento più concreto, soprattutto sul piano professionale. L’esperienza romana la mette davanti a clienti meno gestibili e a un equilibrio lavorativo più instabile rispetto a Parigi, costringendola a prendersi responsabilità reali e ad accettare anche l’idea del fallimento. Emily diventa così meno impulsiva e più consapevole del proprio ruolo.
In questo percorso di crescita si inseriscono, senza mai diventare centrali, i riferimenti a Sex and the City. I look promozionali di Lily Collins — dal cappotto animalier alla Baguette Fendi viola ricoperta di strass — funzionano come citazioni pop riconoscibili. All’interno della serie, la Baguette torna a essere un oggetto del desiderio narrativo: la borsa ereditata della nonna, rivelatasi una replica durante l’incontro con Fendi, diventa il simbolo di un’aspirazione ancora fragile e di un’identità in costruzione, più complessa e meno patinata rispetto alle stagioni iniziali.

Sylvie Grateau la vera icona di Emily in Paris
Se Emily incarna l’eredità pop della serie, Sylvie Grateau rappresenta la sua decostruzione. Il personaggio interpretato da Philippine Leroy-Beaulieu è il cuore adulto e disilluso della serie, una donna che ha già attraversato successo, potere e compromessi. Nella quinta stagione, Sylvie è costretta a fare i conti con il fallimento e anche con i suoi amori passati — dall’ex marito Laurent (Arnaud Binard) al flirt con Giancarlo Petri (Raul Bova) — e nuove possibilità raccontano la libertà di una donna che non si piega alle regole altrui.
Il rapporto con Emily evolve di conseguenza: non più antagonismo, ma un passaggio di testimone fatto di fiducia e riconoscimento reciproco. I look rimangono eleganti e audaci, sottolineando il controllo sul proprio corpo e sulla propria vita. La quinta stagione mostra così Sylvie come icona di stile, desiderio e libertà, capace di vivere intensamente e senza compromessi specialmente a sessant’anni.
La dolce vita di Emily tra Roma e Venezia
La parentesi italiana della quinta stagione amplia l’universo della serie senza snaturarlo. Roma e Venezia non vengono raccontate come luoghi realistici, ma come spazi simbolici, filtrati da uno sguardo dichiaratamente turistico. A Roma, Emily gestisce l’ufficio temporaneo dell’Agence Grateau e affronta clienti italiani, muovendosi tra il quartiere Coppedè, Palazzo Fendi, il Palazzo della Civiltà Italiana – sede della Maison – e ristoranti come Zuma e l’Hotel de Russie.
La campagna laziale, con San Polo dei Cavalieri, fa da cornice alla gita a caccia di tartufi di Emily e Marcello con amici e familiari e a eventi privati come la festa organizzata dalla principessa Jane a Villa Parisi. Venezia invece, diventa lo scenario perfetto per il finale di stagione. La sfilata della linea Marcello Muratori ostacolata dall’acqua alta si svolge nella chiesa di San Francesco della Vigna, mentre altre scene mostrano il Canal Grande, piazza San Marco e hotel come il St. Regis e il Danieli. Il viaggio di Emily non pretende autenticità, ma offre allo spettatore un’evasione consapevole, coerente con la promessa iniziale della serie.

Il potere dei brand in “Emily in Paris”
Nella quinta stagione, il rapporto con i brand diventa esplicito e narrativamente integrato. Marchi come Fendi, Prada, Dolce & Gabbana, Intimissimi e L’Oréal non sono più semplici comparse, ma elementi che entrano a far parte della narrazione.
Nelle prime stagioni infatti, la serie era costretta a inventare brand fittizi, come nel caso di Bavazza, per aggirare le restrizioni legate ai marchi reali. Oggi invece, la produzione collabora direttamente con i brand, che appaiono per quello che sono realmente, trasformando ogni outfit, accessorio o scena in contenuto virale e condivisibile. In particolare, Fendi ha colto appieno questa opportunità, lanciando una capsule collection esclusiva dedicata alla serie, che include due Baguette e una Peekaboo, veri e propri simboli del desiderio e dell’immaginario pop, reinterpretate per riflettere lo spirito della serie.
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