Alcune, pochissime persone, in realtà, hanno il privilegio di essere consacrate quando ancora sono in vita. Persone che sanno di essere le migliori in ciò che fanno.

Spesso, si tratta di individui che non si accontentano della consacrazione, e la vivono come un capolinea sull quale non vogliono soffermarsi. Per questo, rischiano tutto ciò che hanno ottenuto soltanto per superare loro stessi.

Forse, in fondo, è solo l’unico modo che hanno per dimostrare a loro stessi di essere ancora vivi, dal momento che una consacrazione, di norma, avviene solo dopo la morte

È il 1997. Ennio Morricone è già Ennio Morricone. La gente per le strade fischietta il tema di Un sacco bello, il suono acuto di un mandolino rimanda immediatamente al sorriso sprezzante di Gian Maria Volonté, chiunque senta nell’aria un fischio ha subito in mente l’impercettibile bagliore blu degli occhi socchiusi di Clint Eastwood.

Ennio Morricone ha già rivoluzionato il modo di scrivere una colonna sonora cinematografica. Prima di lui erano accompagnamenti alle immagini e ai personaggi: dopo di lui diventano immagini e personaggi esse stesse.

In qualche modo, ha già rivoluzionato il cinema stesso.

IL Maestro Ennio Morricone – Credits: web

Novecento, un testo fragile e pericoloso

Ma da qualche anno, dal 1994 per l’esattezza, in Italia gira un piccolo romanzo, poco più di 60 pagine. È stato scritto da un giovane scrittore di nome Alessandro Baricco e pubblicato da Feltrinelli. S’intitola Novecento.

Ma Novecento è qualcosa di diverso da un semplice romanzo breve. Nasce infatti come un monologo teatrale: un solo atto scritto per l’interpretazione di Eugenio Allegri e per la regia di Gabriele Vacis. Debutta al Festival di Asti nello stesso anno.

Eppure, qualcosa non va come dovrebbe andare. Lo spettacolo soddisfa Baricco stesso, ma non fino in fondo, perché il pubblico non gli concede il successo atteso e Novecento muore lì dove è nato, sul palcoscenico di Asti.

La prima edizione di Novecento – Credits: web

La rinascita di Novecento

Il libro pubblicato da Fesltrinelli, al contrario vende piuttosto bene. Tanto da finire nelle mani di uno dei migliori registi italiani, forse il migliore in quel momento, qualche anno prima Premio Oscar con Nuovo Cinema Paradiso: Giuseppe Tornatore.

Il regista ha capito che in quel testo c’è molto di più di un monologo teatrale. Ha capito che Novecento è uno scrigno che aspetta soltanto di essere aperto. E aprire un romanzo, per un regista, significa vederci dentro una intera sceneggiatura.

Tornatore chiama la Medusa per comprarne i diritti. In un tempo inedito per il mondo cinematografico, ha carta bianca per lavorare alla sua trasposizione, eppure si rende conto, forse, di avere in mano qualcosa di prezioso. E come ogni oggetto prezioso, è al tempo stesso fragile e pericoloso.

Per questo chiama lo stesso Baricco chiedendogli aiuto nella stesura della sceneggiatura. Ma lo scrittore non accetta. Dietro questo rifiuto c’è forse qualcosa di più della giustificazione riportata da Baricco: “Non sono sceneggiatore, lascio questo lavoro a chi lo fa di professione”. Sembra piuttosto la consapevolezza della fragilità e della pericolosità della sua opera. Quelle stesse che ha già conosciuto ad Asti, qualche anno prima.

Ennio Morricone e Giuseppe Tornatore al lavoro insieme – Credits: Cinematographe.it

L’intuizione di Tornatore

Tornatore non si spaventa. Apre il testo, lo sfoglia parola per parola facendone immagini, disegna dei movimenti eccezionali con la camera restando sempre ancorato ad un solo luogo, la grande nave dove tutto si svolge e si consuma, restando fedele all’origine dell’opera.

Quando finisce la scrittura della sceneggiatura, la intitola La leggenda del pianista sull’oceano e la invia a Baricco. Lo scrittore, senza entusiasmo né delusione, concede al regista il suo assenso.

Ma è qui, in questo preciso momento della creazione artistica, forse, che Tornatore capisce cosa sia effettivamente Novecento. Non un monologo, non un testo fatto di semplici parole: e non può diventare nemmeno un film fatto di semplici immagini. Perché Novecento, prima di qualsiasi altra cosa, è una musica.

Ecco qual è il segreto di quel testo, la magia che custodisce, che emana, e che la trasposizione teatrale non ha saputo riportare.

Per quanto sia giovane, Tornatore ha abbastanza esperienza da capire che c’è un solo modo per evitare che di quel capolavoro vinca ancora la sua fragilità. Affidarlo al più grande di tutti.

Una scena dal film La leggenda del pianista sull’oceano – Credits; web

La sfida di Morricone a se stesso

È il 1997. Ennio Morricone è già Ennio Morricone.

E potrebbe tranquillamente rispondere “no”, senza neppure cercare una giustificazione. D’altronde ad un artista consacrato non si può contestare nulla senza essere accusati di sacrilegio.

Invece accetta. Accetta di realizzare quella che sembra essere la sfida più grande per un compositore: disegnare con la musica un personaggio che non è una semplice comparsa, né una maschera in mezzo ad altre maschere, ma il protagonista.

All’età di Settant’anni, decide di rischiare tutto ciò che ha ottenuto per superare se stesso, ancora una volta. Ancora una volta, decide di scendere dalla nave dove è nato, cresciuto e dove ha raggiunto la propria consacrazione, portando con sé il proprio genio, la propria musica.

Esattamente l’opposto di quanto fa Novecento, quel personaggio che solo ad uno spettatore distratto, forse privo del dono dell’udito, potrebbe sembrare il protagonista de La leggenda del pianista sull’oceano.

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Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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