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Guida semiseria alla fantascienza umoristica – Gli anni ’60

Troppo assurda per essere plausibile, troppo comica per lasciarsela scappare. Ecco perché la fantascienza umoristica è la nicchia nella nicchia che forse hai sottovalutato ma che vale la pena approfondire.

Indice dei contenuti

Distopia o commedia nera?

Guerra fredda, mutua distruzione assicurata, spionaggio, corsa allo spazio: gli anni Sessanta sono stati un grande laboratorio di fantascienza a cielo aperto. Una conseguenza dell’estrema vicinanza tra cronaca politica e scenari futuristici è che basta poco per trasformare la realtà in fiction, specie se si parla di distruzione su larga scala della popolazione mondiale. Il filone più fecondo di fantascienza umoristica anni ’60 è forse quello che esplora la fondamentale irrilevanza della vita umana nelle valutazioni strategiche di chi comanda, e la commedia nera è il genere che meglio la rappresenta.

Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba (Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb, Stanley Kubrick, 1964)

Si inizia con uno dei più celebri film della storia del cinema, ma non temere: per ogni Strangelove ci sono migliaia di pellicole oscure che sottraggono dignità al genere, a colpi di sceneggiature traballanti, recitazioni legnosette e scenografie posticce. Perché chi ama la fantascienza cerca una speculazione futuribile, ma chi ama la fantascienza umoristica vuole vederla crollare sotto il peso delle sue stesse premesse.

La trama

Il generale Jack D. Ripper (Sterling Hayden), viscerale anticomunista e autore di un elaborato delirio sulla fluorizzazione dei fluidi corporei, invia a 34 bombardieri in volo l’ordine di sganciare le loro bombe sul territorio sovietico. Può farlo? Certo, perché il piano R di controffensiva nucleare prevede che anche un generale possa ordinare l’attacco. E i russi? Ignari di tutto, ma se succede qualcosa sul loro territorio sono pronti ad inviare negli Stati Uniti un ordigno dell’apocalisse, che renderebbe la terra inabitabile per 73 anni.

Il padreterno della fantascienza umoristica anni ’60. Peter Sellers uno e trino ne Il dottor Stranamore (Dr. Strangelove, 1964) – Columbia Pictures

In questo scenario da fine del mondo Peter Sellers interpreta tre personaggi indimenticabili. Lionel Mandrake, ufficiale britannico e assistente di Ripper, che cerca di domare la follia del superiore ed annullare l’attacco. Il presidente Merkin Muffley, che deve scongiurare il disastro nucleare coordinando un team degno di un asilo infantile. Il dottor Stranamore, ex scienziato nazista infatuato delle ipotesi di selezione della razza negli scenari possibili del dopobomba.

Tre passi nel delirio (atomico)

La comicità de Il dottor Stranamore gioca su tre livelli:

  • l’insensatezza della macchina burocratica, che rende possibile ad un ingranaggio impazzito di mettere in scacco l’intera nazione;
  • il trip guerrafondaio dell’esercito USA, così ossessionato dalla minaccia rossa da procedere alla propria autodistruzione nella convinzione di combattere il nemico;
  • i riferimenti scurrili e sessuali racchiusi nei nomi di luoghi e personaggi, che contrastano felicemente con una messa in scena di massimo rigore formale.

Se vuoi (ri)vedere questo capolavoro della fantascienza umoristica anni ’60, lo trovi disponibile in noleggio su YouTube, Google Play e Prime Video.

La folle impresa del dr. Schaefer (The President’s Analyst, Theodore J. Flicker, 1967)

Ah, le traduzioni sensazionalistiche dei titoli anglofoni in italiano. Ti aspetti un personaggio fracassone che vuole conquistare il mondo ma sbatte gli alluci sugli spigoli del mobili. E invece ti ritrovi a guardare un super sobrio James Coburn che interpreta Sidney Schaefer, l’analista del Presidente USA.

Lo stress del presidente è tanto grande da richiedere sedute a qualsiasi ora del giorno: Shaefer diventa depositario di segreti di importanza capitale – e non ne può parlare con nessuno. Comincia a diventare sospettoso, pensa di essere perseguitato da spie internazionali. Quando la pressione è troppa, scappa via. Scopre di avere ragione: l’intelligence di mezzo mondo gli sta prendendo le misure per il cappotto di legno. Riuscirà a salvarsi?

Il complesso di accerchiamento del dr. Schaefer (The president’s analyst, 1967) – Paramount Pictures

Iperrealismo assurdista

The President’s Analyst è tre film in uno: un’incursione misurata nel mondo della psicanalisi, una parodia dei film di spionaggio, un epilogo di classica distopia sci-fi. Ogni sequenza porta con sé un cambio di scenario narrativo imprevedibile ma non implausibile. Merito della scrittura satirica di Theodore Flicker, che cura sia la struttura episodica che la coerenza filmica più ampia, senza perdere il gusto per il detour.

Se le repentine variazioni di registro del film funzionano è anche grazie alla prova attoriale di Coburn e dei suoi due comprimari, Godfrey Cambridge (l’agente CEA Don Masters) e Severn Darden (V. I. Kydor Kropoktin, spia sovietica). Coburn è a suo agio in un ruolo insolitamente brillante; Cambridge è un apprezzato attore e stand-up comedian; Darden è uno dei fondatori del gruppo di improvvisazione comica The Second City di Chicago. Quanche riferimento all’attualità degli anni ’60 potrà sfuggirci, ma i tempi comici restano impeccabili.

Le scene di culto sono troppe per non riempire queste poche righe di spoiler: citiamo solo i titoli di testa, dove gli interni dello studio di Schaefer si alternano ad un’azione sotto copertura di Masters, con il sontuoso contrappunto sonoro delle musiche di Lalo Schifrin.

Fumetti e cinema

Quando la fantascienza umoristica anni ’60 incontra il fumetto è amore a prima vista. Potendo ricreare mondi fantastici da zero, il disegno regala alla fantascienza una dimensione visiva senza limiti. Tratteggiando personaggi stilizzati e caricaturali, inoltre, il fumetto disinnesca in un soffio la seriosità della fantascienza classica. Ne vengono fuori degli esperimenti interessanti, non sempre pienamente riusciti ma sicuramente originali.

Barbarella (Jean-Claude Forest, 1964 – Roger Vadim, 1968)

La trama

L’avventuriera interplanetaria Barbarella (Jane Fonda) viene incaricata dal Presidente della Repubblica Terrestre (Claude Dauphin) di ritrovare Durand Durand (Milo O’Shea). Durand è uno scienziato fuggito dalla Terra verso galassie distanti: si pensa stia sviluppando il raggio positronico, un’arma letale che porterebbe scompiglio in un universo pacificato da ormai centinaia di anni.

Barbarella ha un’astronave rivestita di pelliccia color ruggine e i suoi costumi sono disegnati da Paco Rabanne. Potrebbe limitarsi a fluttuare nello spazio con la sola forza del suo glamour: invece si associa ai reietti del labirinto di Sogo sul pianeta Lythion, aiutandoli a mettere fine alla loro schiavitù.

Psichedelia sci-fi

Il film è tratto dall’omonimo fumetto erotico di Jean-Claude Forest, uscito in Francia nel 1964. L’adattamento di Roger Vadim e Terry Southern mantiene gran parte dei personaggi e delle ambientazioni del fumetto, ma soffre di Sindrome da Accumulo di Scenari Fantastici senza riuscire a riunirli in una narrazione coerente. È difficile immedesimarsi in una storia dove ogni personaggio è costretto a spiegare usi e costumi del proprio popolo a una Barbarella costantemente stupita e incalzata dalle circostanze.

D’altra parte le ambientazioni lisergiche e immaginifiche sono uno dei punti di forza del film, scenografato da Mario Garbuglia con la supervisione dell’autore del fumetto. La celebre sequenza della macchina eccessiva, dove Barbarella rischia di morire di piacere, sembra il riassunto a memoria di un quadro di Bosch dopo aver leccato certi francobolli. E il resto del film non è da meno: umani inglobati in mura di creta, vetri colorati, metalli sinuosi e dalle linee organiche (qualcuno ha detto liberty?), strutture in plexiglass retro futuristiche.

La macchina eccessiva miete vittime in quantità (Barbarella, 1968) – Paramount Pictures

L’antisublime disinnesca il conflitto

La fantascienza anni ’60 è evidente, ma la possiamo considerare umoristica? Sì, perché Barbarella è pervaso di (meta)ironia. Spesso nel fumetto lei commenta a margine quello che le capita, sottraendosi al fluire dell’azione e mettendosi idealmente a sedere con noi che leggiamo le sue avventure. A questa ironia il film aggiunge un altro livello: Barbarella è così candida da sconfiggere il male per il solo fatto di esistere, anche se le sue armi vengono dal Museo del Conflitto e le sue astuzie si riassumono (quasi) tutte nella sua disponibilità sessuale.

fantascienza umoristica anni '60: una tavola a fumetti da Barbarella (Jean-Claude Forest, 1964)
Il sarcasmo di Barbarella nella versione a fumetti (Jean-Claude Forest, Grove Press Inc., New York 1966)

L’unico vero personaggio comico – nella caratterizzazione originale che gli dà il film – è Dildano (David Hemmings), capo della resistenza al Gran Tiranno. Dildano vuole mostrare a Barbarella il volto migliore della rivoluzione, ma la sua maldestrezza e i suoi strumenti difettosi sabotano l’immagine di solennità che vorrebbe trasmettere. E in fondo è un bene: ci vuole un film scarburato come Barbarella a ricordarci che qualche volta vince anche chi non è all’altezza del suo universo cinematografico.

Superman vuole uccidere Jessie (Kdo chce zabit Jessii?, Vàclav Vorlìcek, 1966)

La trama

L’ingegnere Jindřich Beránek (Jiří Sovák) e la dottoressa Růžena Beránkova (Dana Medřická) sono una coppia di scienziati; lei sta mettendo a punto un medicinale per eliminare i brutti sogni. Ossessionato da un problema di lavoro, Jindřich si appassiona a Chi vuole uccidere Jessie?, un fumetto fantascientifico dove la protagonista Jessie inventa dei guanti antigravitazionali ed è perseguitata da Superman e il suo aiutante, che glieli vogliono rubare. In una notte turbolenta in cui Jindřich sogna un inseguimento del fumetto, Růžena gli inietta il suo farmaco. Scoprono così che il farmaco ha un effetto collaterale: materializza i sogni nel mondo reale. Jessie, Superman e il suo aiutante distruggono l’appartamento degli scienziati, e presto portano scompiglio in tutta la città.

La commistione tra cinema e fumetto avviene trasformando i personaggi di Jessie in attori in carne ed ossa, che però comunicano esclusivamente attraverso balloon (disegnati da Kàja Saudek). L’arrivo dei fumettosi impone subito un altro andamento al film: Jindřich e Růžena passano da stimati scienziati a coppia litigiosa, lui dalla parte di Jessie e lei – gelosa e vendicativa – che parteggia per Superman.

fantascienza umoristica anni '60: una scena da Superman vuole uccidere Jessie (Vàclav Vorlìcek, 1966)
Fantascienza umoristica anni ’60 oltrecortina: Superman vuole uccidere Jessie (Kdo chce zabit Jessii?, 1966) – Debora Film

Integrare il caos

Il progressivo riallocamento dei personaggi su binari narrativi da commedia slapstick ci fa perdere di vista le premesse parascientifiche della ricerca sui sogni, gettandoci in pasto ad inseguimenti vertiginosi, immobili distrutti e astanti increduli. Ma la stessa riflessione psicologica che esce dalla porta della baraonda fumettistica rientra dalla finestra dell’inconscio del personaggi, in maniera forse schematica ma non banale.

Il mondo degli umani cerca di contrastare il caos portato da Jessie e la sua banda, ma fallisce su un punto essenziale. Agire sul piano concreto, infatti, non ha nessun effetto sui sogni che solo apparentemente condividono la nostra tangibilità: per loro non c’è carcere né distruzione fisica che tenga. L’integrazione tra sogno e realtà potrà avvenire solo attraverso il diretto intervento di Jindřich e Růžena, che accolgono le proprie estensioni oniriche in una riconfigurazione della vita domestica che scinde una coppia per formarne altre due.

Nel frattempo, in Italia…

Prendi lo sguardo alieno e rivolgilo verso la realtà terrestre. Approfitta del gap antropo-alieno-logico per creare situazioni paradossali, dove l’interazione tra le due specie diventa un pretesto per criticare i costumi del tuo Paese. Sai cosa vuol dire? Che la fantascienza umoristica nostrana negli anni ’60 è spesso la continuazione della commedia all’italiana con altri mezzi. L’affermazione è forte e meriterebbe approfondimento: continua a leggere e te ne convincerai, almeno a metà.

Omicron (Ugo Gregoretti, 1963)

La trama

L’esploratore Omicron, cavia spaziale del pianeta Ultra, prende possesso del corpo di Angelo Trabucco (Renato Salvatori), operaio piemontese. Omicron ha il compito di verificare che la popolazione terrestre sia adatta alla colonizzazione aliena: per fare questo si serve della conoscenza del mondo che acquisisce governando Trabucco dall’interno. Dopo delle difficoltà iniziali con l’attività motoria, Omicron riesce ad impadronirsi di intelligenza e linguaggio. I veri problemi però arrivano quando la coscienza di Trabucco si risveglia, ostacolando i piani dell’esploratore.

Omicron è un film che non ha bisogno di navicelle spaziali in cartapesta per le sue incursioni nel futuribile: l’ospite alieno è immateriale e la sua presenza si manifesta principalmente come voce fuoricampo. Inizialmente la spinta comica viene da trovate slapstick che mostrano l’ospite alieno alle prese con i movimenti di un corpo umano “preistorico” e difficile da gestire. Governato il corpo, la sua malleabilità, velocità e assenza di intelletto lo rende temporaneamente l’operaio perfetto, l’uomo-macchina pupillo del caporeparto e inviso ai colleghi.

fantascienza umoristica anni '60: una scena da Omicron (Ugo Gregoretti, 1963)
Angelo e Lucia alla ricerca dell'(in)felicità (Omicron, 1963) – Lux Film

Tutto lo scibile umano

Successivamente è la complessità delle interazioni fra i terrestri che disorienta Omicron: cerca di capire il più in fretta possibile, ma prende abbagli clamorosi che lo allontanano dall’agognato ritorno su Ultra e complicano la posizione di Trabucco. La satira di Gregoretti mette nelle mani dell’alieno letteratura e stampa come vie preferenzali per conoscere l’umanità. La prima lo aiuta a capire l’essenza dei rapporti sociali umani (le creature di prima scelta e quelle di seconda scelta). La seconda lo inganna, dipingendo un quadro fosco e manicheo su temi controversi (stupro, omicidio e delazione).

L’espediente comico di vedere la nostra realtà consueta attraverso la prospettiva straniante di Omicron riesce a farci ridere toccando corde sottili. A metà tra observational comedy e satira militante, con delle feroci incursioni nello humor nero. Forse uno degli esiti più creativi della fantascienza umoristica anni ’60 in Italia.

La decima vittima (Elio Petri, 1965)

La trama

In un futuro imprecisato dove la guerra ha perso significato, gli istinti aggressivi dell’umanità vengono canalizzati nella Grande Caccia, “l’istituzione mondiale che ha legalizzato la violenza”. Le regole sono semplici: si prende parte alternativamente come vittima o come omicida, per un totale di dieci cacce. Quando si uccide l’avversario si riceve un premio in denaro. Chi arriva a dieci uccisioni ottiene il titolo di Decathon, con grandi onori e ricompense.

I protagonisti di questa caccia sono Caroline Meredith (Ursula Andress), cacciatrice, e Marcello Poletti (Marcello Mastroianni), vittima. Poletti sembra disinteressarsi all’esito del confronto: va in giro disarmato e non fa mistero del suo status di vittima. Ma potrebbe essere una tattica. La Grande Caccia è infatti un business milionario dove i partecipanti hanno staff di collaboratori tecnici e uccidono per conto degli sponsor in scenari spettacolari.

fantascienza umoristica anni '60: una scena da La decima vittima (Elio Petri, 1965)
Marcello Poletti, Caroline Meredith e lo show dell’uccisione (La decima vittima, 1965) – Interfilm

Il talento del non morire

Il film ricava il suo soggetto da un racconto breve di Robert Sheckley, La settima vittima, che descrive una vittima che si comporta in maniera inusuale e le fiorenti attività economiche che girano attorno Grande Caccia. Il resto è materia originale della sceneggiatura di Tonino Guerra, Giorgio Salvioni, Ennio Flaiano ed Elio Petri.

Otto e mezzo è uscito un anno prima: Marcello Mastroianni continua ad interpretare un uomo irresoluto e pensoso diviso tra moglie, amante, questioni di soldi e rimpianti esistenziali. Sarà un caso che qui abiti su Lungotevere Fellini? Noialtre volpi pensiamo di no. Al netto delle pretese artistiche e autoassolutorie di Otto e mezzo, La decima vittima è un frizzante tentativo di trasporre i rovelli dell’uomo in crisi in un contesto fantascientifico. Ma senza volerlo mettere troppo in discussione: non è satira, è piuttosto commedia di costume.

Più godibile, anche se molto più esile, è l’ironia degli autori verso il proprio mezzo comunicativo. I Neorealisti volgari della sequenza sui Tramontisti, il già citato lungotevere Fellini, la rissa di critici che “discutono d’arte” in piazza di Spagna. Fanno ridere perché prendono in giro categorie che abbiamo imparato a considerare con la massima serietà, e che qui invece vengono apostrofate con una vivacità ben poco reverenziale.

Se dalla prospettiva del rapporto tra Caroline e Marcello il film ci appare un po’ datato, da un altro punto di vista è impossibile non vedere nella Grande Caccia il talent show definitivo. Arriverà un momento in cui (evitare di farsi) ammazzare sarà l’unico talento importante: chi avrà perso tempo a perfezionare sciocche abilità da circo per allocchi sarà finalmente cancellato dalla faccia della terra. Dove dobbiamo firmare perché la profezia si avveri?

Se vuoi vedere La decima vittima lo trovi in noleggio su Chili.

Il disco volante (Tinto Brass, 1964)

La trama

A Carpeneto Veneto, in mezzo alla campagna, si verificano numerose apparizioni di alieni. Molti abitanti dichiarano di averli visti, e ognuno li descrive a proprio modo. Costretto dall’alto ad indagare sulla faccenda, il brigadiere Berruti (Alberto Sordi) scopre segreti e ipocrisie dei carpenetesi, derubricando le apparizionia manifestazioni di disturbi psichici e mitomania. Però gli alieni ci sono davvero, e gli incontri ravvicinati si fanno sempre più frequenti.

Il film basa gran parte della sua comicità sulle abilità istrioniche di Alberto Sordi, che interpreta quattro personaggi. Dario Marsicano, impiegato del telegrafo e scrittore prolifico ma di scarsa fortuna. Don Giuseppe, parroco del paese con una mai taciuta passione per il vino. Vincenzo Berruti, brigadiere scettico che indaga sugli alieni con opaca indifferenza. Momi Crosara, figlio gay della contessa in perenne conflitto con la madre.

fantascienza umoristica anni '60: una scena da Il disco volante (Tinto Brass, 1965)
Dario Marsicano e l’unico oggetto voluminoso abbastanza da interferire con il suo narcisismo (Il disco volante, 1964) – Dino De Laurentiis Cinematografica

Alieni e alienati

Gli extraterrestri de Il disco volante non interagiscono col contesto, si limitano ad apparire. Si muovono al rallentatore, avvolti in atmosfere eteree, imperscrutabili nelle loro azioni e motivazioni, accompagnati da musiche celestiali. C’è un motivo: l’incursione aliena è un pretesto per descrivere le reazioni della piccola comunità nei confronti dell’elemento estraneo.

C’è chi cerca un profitto, chi una rivalsa personale, chi un modo per sfuggire alla noia. La presenza aliena amplifica e fa scoppiare le piccole nevrosi individuali, innescando una serie di reazioni a catena che approdano immancabilmente al manicomio locale. Il disco volante gioca sull’iperbole per mettere sotto accusa il perbenismo provinciale. E tutto sommato ci riesce, servendosi della fantascienza umoristica per restituirci un quadro impietoso dell’isolamento culturale del Nordest nei primi anni ’60.

Non perdere le prossime puntate dell’approfondimento di FRAMED sulla fantascienza umoristica al cinema. Ci trovi anche su Facebook e Instagram!

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Tag:, , , , , , , Last modified: 9 Giugno 2021
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