Tutto quello che può andar male nello spazio

Astronavi difettose, pianeti sbagliati, viaggi nel tempo che finiscono in epoche diverse dal previsto: la fantascienza ha sempre indagato le reazioni umane in momenti di estrema difficoltà. Lo fa anche la fantascienza umoristica anni ’70 e ’80, aggiungendo al mix personaggi instabili e impreparati a gestire le conseguenze.

Dark Star (John Carpenter, 1974)

Doolittle (Brian Narelle), Pingback (Dan O’Bannon), Boiler (Cal Kuniholm) e Talby (Andreijah Pahich) sono l’equipaggio della navicella Dark Star, in orbita alla ricerca di pianeti instabili da bombardare per scongiurare interferenze su future colonizzazioni. I vent’anni passati nello spazio hanno minato il morale dell’equipaggio. Annoiati, rancorosi, abulici e al limite della psicosi, gestiscono in maniera sempre più disfunzionale i malfunzionamenti dei macchinari e la presenza di un alieno a bordo.

Chi conosce bene la fantascienza non ha bisogno delle prossime righe per sapere che Dark Star segna il debutto congiunto di due maestri della fantascienza e dell’horror: John Carpenter alla regia (Halloween, 1997: fuga da New York, Essi vivono) e Dan O’Bannon alla sceneggiatura (Alien, Il ritorno dei morti viventi, Atto di forza). Chi non lo sapeva e non si è distratto nel frattempo, ora lo sa. Il film è nato come mediometraggio studentesco, con il successivo inserimento di circa 40 minuti per portarlo a lungometraggio e distribuirlo in sala (con scarso successo). Per dirla con O’Bannon:

Avevamo quello che sarebbe potuto essere il film studentesco più notevole del mondo ed è diventato il film professionale meno impressionante del mondo

Sci-fi, motivi ricorrenti e parodia

La fantascienza umoristica degli anni ’60 si serve della cornice futuribile come pretesto per fare commedia di costume: riflette sul presente e fa un discorso accessibile a tutti gli spettatori – tutti quelli che abbiano voglia di leggere fuor di metafora. Nella fantascienza umoristica degli anni ’70 (e soprattutto ’80) è in corso un cambio paradigmatico: è la fantascienza cinematografica, con i suoi topoi narrativi e visivi, che parodizza sé stessa. Il discorso che fa non è godibile per tutti, ma solo per chi coglie i riferimenti ad altri film del genere. Non è un caso che Dark Star sia prodotto da degli studenti di cinema e che sia diventato un cult fra i cinefili.

E non è un caso neanche che il pubblico che ha visto il film in sala nel 1974 non abbia riso delle sue trovate comiche: Dark Star ha precorso i tempi del cinema fantascientifico autoreferenziale, e gli spettatori si sono rimessi in pari solo qualche anno più tardi.

fantascienza umoristica anni '70: uno screenshot da Dark Star (John Carpenter, 1974)
Pingback cerca di attirare l’alieno con un’invitante testa di topo (Dark Star, Jack H. Harris Enterprises 1974)

Dark Star mette assieme la riflessione filosofica di 2001: Odisssea nello spazio e la bomba de Il dottor Stranamore e le dà in mano ad un equipaggio inetto, capace di percepire il pericolo ma incapace di sventarlo a dovere, che cade a pezzi come la propria astronave. Eppure riesce a creare momenti di tensione intensi anche dove le premesse sono risibili, come nel confronto tra Pingback e l’alieno a forma di pallone da spiaggia.

Tomorrow I’ll wake up and scald myself with tea (Zítra vstanu a opařím se čajem, Jindřich Polák 1977)

In un futuro non troppo lontano i turisti possono viaggiare indietro nel tempo e assistere di persona a fatti storici importanti. Karel e Jan (Petr Kostka) sono due fratelli gemelli: Karel è un pilota di razzi spaziali, Jan li progetta e li testa; Jan è coscienzioso e assennato, Karel vive al di sopra delle sue possibilità. Karel entra in contatto con una banda di veteronazisti che vogliono tornare indietro nel tempo e consegnare a Hitler una bomba H per fargli vincere la guerra: accetta per denaro di dirottare un volo turistico a questo scopo. Fatalità vuole che Karel muoia soffocato da un cornetto il giorno stesso del colpo. Jan, all’oscuro di tutto, decide di fingere di essere il fratello.

Riscrivere la storia e schivarne le conseguenze

Senza scambi di persona, viaggi nel tempo e caricature hitleriane probabilmente un terzo della produzione cinematografica mondiale verrebbe meno. Tomorrow I’ll wake up and scald myself with tea non è né l’esempio più famoso né quello più esteticamente appagante del genere, ma il suo fascino è indiscutibile. La prima mezz’ora potrebbe scoraggiarti per l’enorme accumulo di luoghi comuni anni ’70: zoom a schiaffo, colonna sonora orchestral-funky, décor a fiorelloni. Se sopravvivi indenne arriverai a un punto in cui la goffaggine della messa in scena cede il passo ad una trama incalzante, che gioca sulla ripetizione e sui salti temporali per modificare il corso degli eventi nel momento stesso in cui accadono.

fantascienza umoristica anni '70: uno screenshot da Tomorrow I'll wake up and scald myself with tea (Jindřich Polák, 1977)
Jan osserva l’universo ancora ignaro delle rogne in arrivo (Zítra vstanu a opařím se čajem, Ustredni Pujcovna Filmu 1977)

L’espediente comico principale è lo scambio di persona: Jan nei panni di Karel deve sfuggire alle conseguenze di tutti i rapporti, più o meno leciti, che il fratello ha intrecciato sul luogo di lavoro. Allo stesso tempo deve risultare credibile come pilota fedifrago e avido, lui che invece è scrupoloso e pacato. Poi arriva la comicità dell’intreccio: come riusciranno i nazisti a convincere Hitler a dargli retta, considerando che (spoiler) sono arrivati due anni prima del previsto, quando lo scenario bellico ancora non lascia intravedere la disfatta finale?

Menzione speciale per Patrick e Shirley, attempati turisti americani che si ritrovano sul volo per il 1944 convinti di atterrare fra i dinosauri. Totalmente inconsapevoli di quello che gli succede attorno, oscillano tra entusiasmo infantile e minacce di reclami per il disservizio.

Kin-dza-dza! (Georgij Danelija, 1986)

Zio Vova (Stanislav Lyubshin) è un muratore moscovita che esce di casa per fare la spesa. Per strada si imbatte in Gedevan (Levan Gabriadze), un giovane violinista che gli chiede una mano ad aiutare quello che sembra un senzatetto senza scarpe. Il senzatetto sostiene di essersi perso nella galassia ed essere arrivato sulla Terra per sbaglio. Ha in mano un foglio di metallo bucherellato (la mappa della galassia) e un telecomando, il suo strumento di teletrasporto. Scettici, Vova e Gedevan schiacciano il pulsante del telecomando e si ritrovano su un pianeta desertico chiamato Pluk, della galassia Kin-dza-dza.

fantascienza umoristica anni '80: uno screenshot da Kin-dza-dza (Georgij Danelija, 1986)
Gedevan e Vova incontrano Bi e Uef (Kin-dza-dza, Mosfilm 1986)

Il primo e più importante incontro di Vova e Gedevan sul pianeta Pluk è con Bi (Jurij Jakovlev) e Uef (Evgenij Leonov), cantanti itineranti. Bi e Uef aiuteranno i terrestri con la promessa di ottenere da loro parecchi ketse (i fiammiferi che Vova usa per accendersi le sigarette), che su Pluk hanno un valore inestimabile. Ma la tendenza al sotterfugio e all’inganno dei locali complicheranno la vita di Vova e Gedevan, che dovranno superare molti ostacoli nel tentativo di tornare sulla Terra.

Deserto, rottami, quesiti esistenziali

Praticamente sconosciuto da noi ma famosissimo in Russia, Kin-dza-dza è uno dei film più immaginifici della fantascienza umoristica anni ’80. Il paesaggio lunare del pianeta Pluk è il deserto del Karakum, dove lo scenogafo Theodor Tezhik ha inserito strutture metalliche assemblate con materiali di recupero. I plukiani vivono in baracche di lamiera, e le loro astronavi sono strutture cilindriche sormontate da eliche a forma di cavatappi. La costumista Svetlana Kakhishvili ha creato gli abiti a partire da vecchie tute da volo dismesse, vestiti di repertorio della Mosfilm e ritrovamenti dalle discariche del Karakum. Se apprezzi l’estetica del detrito tipica delle narrazioni postapocalittiche, qui ne trovi una così raffinata da citare gli elefanti con zampe d’insetto di Dalì.

fantascienza umoristica anni '80: uno screenshot da Kin-dza-dza (Georgij Danelija, 1986)
Pluk è un pianetino ospitale, non c’è che dire (Kin-dza-dza, Mosfilm 1986)

La caratterizzazione del pianeta Pluk è un gioiello assurdista di fatalismo e incomunicabilità che costringe Vova e Gedevan ad un continuo sforzo per superare in astuzia gli autoctoni, con risultati scarsi. Come fai a parlare con un popolo che comunica telepaticamente concetti complessi e lascia al linguaggio verbale solo due espressioni, kiu (imprecazione) e ku (tutte le altre parole)? Come intraprendere un viaggio intergalattico se i tuoi ospiti hanno a malapena il carburante per fare qualche chilometro? Che senso ha dividere la popolazione in patsak e tchatlan, se tanto poi sono entrambi alla mercé della corruzione degli ecilop (poliziotti)?

Kin-dza-dza è un film da vedere e rivedere, disponibile in HD sul canale YouTube ufficiale di Mosfilm sottotitolato in inglese.

Adolescenti e apocalisse

Essere adolescenti negli Stati Uniti in pieno reaganismo vuol dire due cose: o stai spendendo i soldi dei tuoi genitori abbienti in qualche centro commerciale, o stai cercando di tenerti un tetto sopra la testa facendo un lavoro che non ti soddisfa. In entrambi i casi, la fantascienza umoristica anni ’80 ben rappresenta i risvolti tragicomici della tua esistenza.

Repo man – Il recuperatore (Repo man, Alex Cox 1984)

Otto Maddox (Emilio Estevez) è un giovane punk di periferia che perde il lavoro al supermercato e ne trova subito un altro come repo man, ovvero agente di recupero di automobili mai finite di pagare. I suoi colleghi alla Helping Hand sono dei personaggi bizzarri: Bud (Harry Dean Stanton) gli spiega il codice dei repo men, aiutandolo a sopravvivere da piccolo squalo in una periferia impoverita e allo sbando. Quando nell’ambiente si diffonde la voce di una taglia di 20000 dollari su una Cevrolet Malibu dal contenuto misterioso, Helping Hand e concorrenza si gettano all’inseguimento dell’automobile.

La storia della produzione di Repo Man è molto simile a quella di Dark Star: Alex Cox si è da poco laureato in cinema alla UCLA e ha sviluppato una sceneggiatura sulla sua esperienza lavorativa al seguito di un agente di recupero. Riesce ad ottenere un contratto con la Universal Pictures e il film va in lavorazione grazie ai produttori indipendenti Jonathan Wacks e Peter McCarthy. UP però non ci crede fino in fondo: il film ha successo soprattutto grazie alle recensioni positive della critica e alla colonna sonora che raccoglie i gruppi più rappresentativi della scena punk di Los Angeles, con una title track originale scritta da Iggy Pop.

La necessità è madre dell’invenzione (e sorella del mito)

Dov’è la fantascienza, penserai a questo punto. La Chevrolet Malibu contiene degli alieni sottratti a una base militare da uno scienziato che fa parte di una setta segreta. E l’umorismo? Per dirne una, gli alieni ritratti nella foto segretissima altro non sono che due condom pieni d’acqua. Per dirne un’altra, tutto il cibo e le bevande che compaiono nel film hanno la stessa confezione bianca e celeste: la divisa generica del sapor di capitalismo. Repo man è uno di quei film a basso budget dove la mancanza di mezzi viene superata brillantemente con la creatività. E gli Studios muti.

fantascienza umoristica anni '80: uno screenshot da Repo Man (Alex Cox, 1984)
Fantascienza umoristica anni ’80 e bagliori verdastri (Repo man, Edge City Productions 1984)

In quanto film di culto anche Repo Man ha la sua lista inesauribile di aneddoti: dalle bizze di Harry Dean Stanton al fatto di essere il film preferito dell’inventore della bomba N (insieme a Stranamore, guardacaso). Un buon punto di partenza per accostarsi alla mitologia dietro al film è visitare il sito web ufficiale, carico di materiali originali dell’epoca.

La notte della cometa (The night of the comet, Thom Eberhardt 1984)

Le sorelle Regina (Catherine Mary Stuart) e Samantha (Kelli Maroney) si svegliano la mattina dopo il passaggio di una cometa. Scoprono di essere le uniche sopravvissute perché al momento del transito si trovavano in strutture isolate dal metallo. Il resto della popolazione, a seconda del grado di esposizione alla cometa, è stata polverizzata o si è tramutata in zombie. Mentre si adattano alla nuova situazione incontrano Hector (Robert Beltran). Insieme cercheranno di sfuggire a un team di scienziati che compie strani esperimenti sui sopravvissuti.

fantascienza umoristica anni '80: uno screenshot da La notte della cometa (Thom Eberhardt, 1984)
Reggie e Sam sono comprensibilmente perplesse (The night of the comet, Film Development Fund 1984)

La notte della cometa nasce con l’intento esplicito di mettere assieme Valley Girl e Repo Man: da una parte la descrizione delle ragazze benestanti della zona di Los Angeles, dall’altra un film a basso budget con una trama fantascientifica originale. Il regista Thom Eberhardt è al suo primo lungometraggio, e scrive la sceneggiatura a partire dalle risposte di alcune adolescenti a cui chiede come reagirebbero ad un evento apocalittico.

Il peso della civiltà dopo la fine del mondo

Regina è la sorella maggiore, quella più consapevole della gravità della situazione; Samantha è più svagata e nega l’evidenza fin quando può. Eppure la distruzione della quotidianità e degli affetti non le butta troppo giù, perché l’esplorazione di questo nuovo mondo dal cielo rosso le tiene impegnate. Hanno perso un padre assente e una matrigna scostante; hanno davanti a sé un mondo di possibilità infinite, anche se non tutte propriamente favorevoli. Sono in bilico tra il candore dell’infanzia e le responsabilità della vita adulta, e combattere gli zombie con le mitragliette è il loro personale rito di passaggio.

uno screenshot da La notte della cometa (Thom Eberhardt, 1984)
Fantascienza umoristica anni ’80 e inusuali riti di passaggio (The night of the comet, Film Development Fund 1984)

Lo humor de La notte della cometa è evidente nel sarcasmo dei dialoghi tra Reggie e Sam, e l’ironia tongue-in-cheek pervade sottilmente le reazioni di tutti i sopravvissuti al cataclisma. La scrittura di Eberhardt è leggerissima, divertente e divertita: si serve degli stereotipi sociali e cinematografici per rovesciarli con garbo.

Corpi a brandelli

Non sempre la fantascienza umoristica anni ’80 ha a che fare con invasioni aliene o equipaggi smarriti nello spazio profondo: certe volte si accanisce sul corpo umano per testarne la resistenza, rimescolarne i connotati, riesumarlo dalla morte.

Ho perso la testa per un cervello (The man with two brains, Carl Reiner 1983)

Michael Hfuhruhurr (Steve Martin), neurochirurgo di grande fama e ancor più grande ego, investe con la macchina Dolores Benedict (Kathleen Turner) e finisce per sposarla. Il matrimonio però non è felice: Dolores sta assieme a Michael solo per i soldi e non perde occasione per tradirlo. Durante un congresso in Austria, Michael conosce Alfred Necessiter (David Warner), un medico che lo introduce alla sua sperimentazione sul cervello umano. Hfuhruhurr incontra il cervello 21 della collezione di Necessiter e la sua vita cambia radicalmente.

La comicità di Ho perso la testa per un cervello si sviluppa su diversi piani, a partire dai personaggi. Hfuhruhurr ha un cognome impronunciabile e una presunzione visibile ad occhio nudo su altri pianeti. La sua nemesi è una donna fatale e avidissima che punta alla sua morte per riscuotere l’eredità (una perfida Kathleen Turner che viene da Brivido Caldo e già fa presagire La signora ammazzatutti). Necessiter è uno scienziato folle che non esita a giustificare il sacrificio di dodici vite umane per salvarne una.

Un secondo livello di comicità viene dalla materia narrativa, che cita in modo evidente Frankenstein di Mary Shelley e lo aggiorna all’estetica pop della sala giochi anni ’80. Lo studio di Necessiter è la perfetta ricostruzione dell’interno di un maniero da romanzo gotico, che però ha dei muri sottilissimi ed è tutt’altro che inespugnabile. La sala operatoria funziona a gettoni, e la sacralità dell’esperimento viene spazzata via da un approccio slapstick alla sci-fi – con gran spreco di fumogeni, theremin, neon ed elettricità.

uno screenshot da Ho perso la testa per un cervello (Carl Reiner, 1983)
La fantascienza umoristica anni ’80 senza neon sarebbe un posto ben triste (The man with two brains, Warner Bros. 1983)

Il terzo livello di comicità sono le battute che Steve Martin ha perfezionato in quindici anni di stand-up comedy. Le elargisce in grande quantità nei momenti più tesi del film, lasciando aperte le finestre della metanarrazione per eliminare ogni residuo di verosimiglianza.

Necrofilia e donna ideale (perché Martin fa ridere ma anche no)

L’atto frankensteiniano di ricreare la vita dalla materia inerte non ha nessuna delle motivazioni filosofiche e umanitarie del romanzo. Qui la pulsione necrofila mette assieme un corpo strepitoso e un cervello rassicurante (quello di Anne Uumellmahaye) per comporre la donna ideale. Peccato che la feticizzazione del corpo femminile strida tantissimo con il messaggio consolatorio del finale, e che nel frattempo Martin abbia smesso di trattare Hfuhruhurr come lo stronzo che effettivamente è, solo perché secondo lui si è innamorato per davvero.

Ho perso la testa per un cervello è disponibile a noleggio su Chili.

Salto nel buio (Innerspace, Joe Dante 1987)

Tucker Pendleton (Dennis Quaid), aviatore alcolista con una spiccata tendenza all’insubordinazione, prende parte ad un esperimento di miniaturizzazione. Il piano è di venire inettato nel corpo di un coniglio in laboratorio, ma per una sfortunata serie di eventi finisce dentro Jack Putter (Martin Short), un commesso ipocondriaco e ansioso. Un gruppo di scienziati rivali guidati da Victor Scrimshaw (Kevin McCarthy) ha rubato il chip necessario per il ritorno alle dimensioni normali. Jack e Lydia (Meg Ryan), ex ragazza di Tucker, si lanciano alla ricerca del chip prima che l’aviatore miniaturizzato finisca le sue scorte di ossigeno.

Salto nel buio è un film che mette assieme tre generi narrativi: la fantascienza del viaggio nel corpo umano, la spy story della rincorsa al chip mancante, la comicità del personaggio di Jack. Il risultato è un film molto denso ma mai sbilanciato, incalzante e di intrattenimento – come nella più classica tradizione hollywoodiana. È l’Intrigo internazionale della fantascienza umoristica anni ’80, dove l’unità Cary Grant viene scomposta in due elementi primari: l’inadeguato Short e il gradasso Quaid.

Uno screenshot da Salto nel buio (Joe Dante, 1987)
Jack in una posa tipica: sforacchiato e in ansia (Innerspace, Warner Bros. 1987)

Superare il limite, ma senza disintegrarsi

Il corpo di Jack è al centro di interessi diversi e nessun personaggio può evitare di interagirci. Inoculato da Wexler, sondato da Tucker, messo a repentaglio da Scrimshaw, eccitato da Lydia, vessato dal capo, frainteso dal medico e portato al limite da Jack stesso. L’ipocondria e la titubanza cedono il passo all’emergenza, e l’involucro terrestre di un commesso timido diventa il teatro di una guerra tecnologica dove dentro e fuori rischiano di ribaltarsi violentemente in ogni momento.

Tra tutti i film di fantascienza umoristica anni ’70 e ’80 che passiamo in rassegna, Salto nel buio è sicuramente quello che prende più sul serio la componente (para)scientifica della propria trama. Ma d’altra parte non risparmia alla tecnologia un trattamento sottilmente satirico: la ricerca deve destreggiarsi tra mancanza di fondi e scarsa moralità dei committenti, i macchinari funzionano a metà o sono soggetti all’errore umano, i chip si infilano in pertugi poco consoni, i medici si abbandonano al sarcasmo.

Salto nel buio è disponibile in noleggio su YouTube e Google Play.

Le altre puntate della guida: gli anni ’60, gli anni ’90.

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