Cannes 2021 - FRAMED
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Inizia il nostro resoconto dei film visti durante l’edizione 2021 del Festival di Cannes!

Vi presentiamo le visioni della nostra prima giornata a Cannes: Annette, il nuovo film musical di Leos Carax, e Ha’Berech, scritto e diretto dal regista israeliano Nadav Lapid.

Annette – Leos Carax, 2021

Lo amerete, lo odierete, a volte persino tutto insieme. Sicuramente però Annette di Leos Carax non vi lascerà indifferenti.

Volendolo parafrasare, Annette è la visione strettamente europea e autoriale dell’eccesso americano, in ogni sua forma. Il suo nucleo, tuttavia, è una storia d’amore, un amore sbagliato, che apparentemente ruota attorno al personaggio femminile che dà il titolo all’opera. Annette è la figlia di Henry (Adam Driver) e Ann (Marion Cotillard). Provocatorio stand up comedian il primo, regina dell’Opera la seconda. Un assortimento fuori dall’ordinario, e al tempo stesso perfettamente in linea con il vecchio adagio degli opposti che si attraggono.

Per Henry nulla è sacro, tutto può e deve morire. Per Ann tutto è da salvare. Una coppia su cui avremo modo di tornare a parlare in dettaglio, per analizzare anche la profonda critica che il film porta avanti sulla volontà di controllo e sullo sguardo maschile sul femminile. Ann e Annette, infatti, non sono che proiezioni, burattini (termine non a caso, ricordatelo) e corollari attorno a Henry. Spesso Annette vi coglierà alla sprovvista, vi chiederete cosa state guardando, cosa sta accadendo in quelli che sembrano tre film in uno. Il bello è che la risposta l’avete davanti fin dal primo minuto. Fin dal meraviglioso prologo all’epilogo (scusate lo spoiler, ma è doveroso), che racchiudono il film dentro una cornice di finzione dichiarata. Dove regista, autori (gli Sparks, che realizzano anche la meravigliosa colonna sonora) e interpreti vi dicono chiaramente di star zitti, trattenere il respiro e godervi lo spettacolo.

Ha’Berech – Nadav Lapid, 2021

E rimanendo in tema di metacinema, e di arte che parla a se stessa, soprattutto dopo l’anno di pandemia che abbiamo vissuto, abbiamo visto anche Ha’Berech. A dirigerlo è Nadav Lapid, noto regista israeliano, la prima volta in concorso a Cannes. Un film duro nei temi, pienamente libero nella forma. Sperimenta e ci costringe ad avvicinarci sempre più, alla pelle e ai pensieri dei suoi personaggi. Protagonista è un regista che prepara un film su Ahed Tamimi, attivista palestinese conosciuta per il video in cui difende la famiglia dai soldati israeliani. Ma non vediamo mai Ahed, né la sua storia (tranne un accenno all’inizio). Vediamo il cinema, l’Arte, che cerca di raccontare e raccontarsi nonostante le censure e nonostante l’imposizione di pensiero unico. È una strenua lotta, tanto del protagonista, tanto del pubblico, senza alcuna presunzione di verità. Solo, come dice il protagonista parlando dei suoi “film nel film”, un pretesto per pensare.

Con un po’ di fortuna, sono riuscita a vederlo con il regista e il cast in sala: i brividi e i lunghissimi applausi alla fine fanno anche sperare in un lungo percorso di Ha’Berech nel prossimo anno cinematografico.

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies. Tra questi, solo per dirne alcuni, rientrano gli studi post-coloniali, gli studi femministi e quelli etnografici.

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