
Regista, autrice comica e sceneggiatrice, Francesca Staasch dirige nel 2012 la sua opera prima, il lungometraggio per il web Happy Days Motel con Lino Guanciale e Valeria Cavalli protagonisti, la cui sceneggiatura ottiene la menzione speciale al Sonar Script 2009. Prima di questo studia con Abbas Kiarostami, Robert McKee, Mike Leigh e Ken Dancyger e dirige vari cortometraggi, tra cui Monochrome nel 2008, video musicali e installazioni video. Ha collaborato e collabora come sceneggiatrice a vari progetti di scrittura per lungometraggi e serialità con il gruppo Groenlandia, Matrioska, Indigo, The Family, Rosso Film, Petraio Produzioni e con registi come Giulia Steigerwelt, Alice Filippi, Laura Chiossone, Marco Mario De Notaris e Letizia La Martire.
Nel 2025 realizza il cortometraggio In The Box, prodotto e interpretato da Lino Guanciale, realizzato con il contributo di IMAIE e FVG film Commission. Distribuito da Pathos Distribution, il corto viene presentato viene presentato in anteprima alla 61a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, vince il premio Sguardo di donne al Saturnia Film Festival e Miglior Fotografia e Miglior Sceneggiatura al CortiSonanti Festival di Napoli. Proiettato in concorso al RIFF – Rome Independent Film Festival, MoliseCinema, Ortigia Film Festival, Trapani Film Festival e appena selezionato al Filming in Italy a Los Angeles.
Protagonisti di In The Box sono Marco (Lino Guanciale), Zoe (Giulia Schiavo) e Laura (Sara Borsarelli), tra loro molto diversi, per provenienza ed età, ma legati da un simile tormento, che li isola in una bolla di torpore. Solo il contatto con l’altro li riporterà al presente, aiutandoli a elaborare il dramma di cui sono prigionieri.
Come nasce la collaborazione con Lino Guanciale, che è sia attore che produttore del corto?
Con Lino ci conosciamo da più di 10 anni. Nel 2011 ha interpretato un mio monologo a teatro, Il Dolce Mondo Vuoto. La collaborazione è iniziata perché cercavo un attore per questo monologo e una conoscenza in comune glielo ha fatto avere. Lino ha letto e ha subito accettato. Così quando poco dopo ho dovuto scegliere un protagonista per il mio primo lungometraggio, Happy Days Motel, ho invitato il produttore a teatro e anche lui si è convinto in un minuto.
Lino Guanciale non è solo un grande talento, è un professionista dedicato, instancabile. E in più è una persona generosa, divertente e amabile. Auguro a tutti i registi di lavorare con lui come attore. È un lettore vorace, un osservatore acuto, ha un grande gusto e un grande amore per le storie. Quando ho saputo che aveva messo in piedi una produzione non mi sono affatto stupita. Ho scritto la prima stesura di In The Box tutta d’un fiato – gliel’ho mandata perché gli volevo proporre la parte di Marco, il protagonista maschile. Quando mi ha detto che sarebbe stato interessato anche a produrlo ero davvero al settimo cielo. Abbiamo lavorato molto bene, sempre nella direzione di fare il miglior film possibile. Quando hai una produzione che lavora in quel senso, è la cosa migliore che ti possa capitare.
Il formato quadrato è quella “scatola” soffocante del titolo, ma anche un modo per fornire una visuale inusuale: come hai lavorato alla regia in questo senso?
Il formato è stato concordato con il direttore della fotografia Carlo Rinaldi. Chiaramente rimanda alla scatola, ma ti costringe anche a guardare in un altro modo. A incorniciare, a disporre gli elementi nel quadro con criteri che sono più da fotografia medio formato.
Per una trentina di secondi durante una riunione fra me e Carlo abbiamo anche sognato di girare in pellicola, sarebbe stato romantico, ma molto poco efficace. Abbiamo abbandonato l’idea del 35mm ma il quadrato è rimasto nelle nostre teste. Abbiamo fatto molta ricerca fotografica, tra le reference Mommy e A Ghost Story, anche se poi le influenze fotografiche arrivano anche da lungometraggi in altri formati soprattutto dei primi anni 2000, ci sono echi di film come Magnolia, Crash, La 25ª ora, soprattutto nella linea di Laura, la madre che ha perso la figlia in un incidente (Sara Borsarelli).
Poi io personalmente amo molto il cinema asiatico – Kim Ki Duk, Kitano e Wong Kar Wai – ma allo stesso tempo per Zoe (Giulia Schiavo) la mia reference principale era la serie Euphoria. Insomma nella chat di whatsapp fra me e Rinaldi c’è un intenso scambio di fotogrammi.
Come dialogano gli spazi urbani, ma anche quelli intimi delle loro case, con i personaggi?
Abbiamo gestito lo spazio in maniera diversa per le diverse situazioni. Io volevo interni carichi, pieni, vissuti, con dominanti di colore diverse per ogni location principale. Poi ci sono gli spazi intricati e brutalisti di Rozzol Melara, che erano una metafora perfetta delle vite nelle scatole dei personaggi, il cimitero e le strade sempre vuote sono una scelta di solitudine urbana.
Pensi che il cinema funzioni da antidoto alla sofferenza, personale e sociale, in cui siamo immersi costantemente?
Non penso che il cinema debba essere un antidoto alla sofferenza. Spero piuttosto che funga da elemento consapevolizzante, che sia uno specchio, un modo di osservare mondi altri e di sentirne gli echi dentro. Io non credo che serva un antidoto, penso che ci sia bellezza nella sofferenza e che ci dica sempre qualcosa di noi e della nostra relazione con l’altro e con la società. La sofferenza non va evitata, va attraversata.
In The Box parla proprio di questo percorso dentro il dolore quotidiano, quella fatica sottile e lancinante di dover percorrere la vita, in tutti i suoi aspetti. E del fatto che c’è libertà nel rilascio dei grumi esistenziali che il quotidiano crea. Sentire è vivere, mentre reprimere le emozioni e pensare solo a funzionare è implodere. È per questo che finiamo a mettere tutto nella scatola – ma come sappiamo bene poi le scatole si aprono e tutto esplode.
Attenzione, io non credo che i film debbano essere solo drammatici. I miei film preferiti sono commedie ed è bizzarro che abbia sentito l’esigenza di scrivere un film così esistenzialista – perché il mio registro abituale è il comico e ora che stiamo lavorando alla versione lungometraggio di In The Box già abbiamo previsto nello sviluppo delle vicende e dei personaggi molti momenti ironici, comici, parossistici. Ma nel formato del cortometraggio aveva più senso per me tenere un focus specifico, che in questo caso è il male di vivere dei personaggi. Non è casuale che il comic relief avvenga esattamente a metà film – nella relazione tra Zoe e la signora del piano di sopra (Pia Engleberth, adorabile ed esilarante) – che è un momento comico e straniante allo stesso tempo.
I film che ti rimangono dentro sono quelli che ti hanno lasciato qualcosa. Ci sta volersene andare via, liberarsi i pensieri per un po’ di tempo. Ma per questo non serve un antidoto, serve cambiare prospettiva.
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