Laure Calamy in Full Time - Al cento per cento. Credits: I Wonder Pictures.
Laure Calamy in Full Time - Al cento per cento. Credits: I Wonder Pictures.

Dal 31 marzo finalmente in sala per I Wonder Pictures Full Time – Al cento per cento. Ovvero, À plein temps, il lungometraggio di Éric Gravel rivelazione a Venezia 78, sezione Orizzonti, dove ha vinto il premio per la regia e la straordinaria performance di Laure Calamy. È lei al centro di questo vero e proprio thriller della quotidianità di una madre separata.

Quella di Julie (Calamy) è infatti una costante corsa contro il tempo, per conciliare il lavoro da cameriera in un hotel a 5 stelle di Parigi e la cura dei due figli piccoli che abitano fuori città. Impresa tanto più ardua con l’ondata di proteste e relativo sciopero dei mezzi che paralizza la città.

La speranza, nel frattempo, è quella di tornare al precedente impiego, perso a causa della crisi economica. Tra umiliazioni e miserie dentro e fuori le camere dei ricchi, vicine-babysitter sempre più insofferenti e autostop per strade in preda al caos, la routine di questa eroina della (assurda) normalità è sempre più stretta tra implosione emotiva ed esplosione degli eventi.

Il cinema sociale che denuncia le diseguaglianze oscene della nostra società (quello dei Loach e dei Guédiguian) incontra allora il ritmo frenetico di un film d’azione. E la posta in gioco, per la protagonista, non è solo tenere insieme i pezzi di un equilibrio sempre più precario e posticcio. Ma è anche, forse soprattutto, conservare un barlume della propria vitalità di donna in grado di amare e di lottare, per gli altri e soprattutto per se stessa.

Quella che riesce perfettamente a restituire Calamy, nel turbinio sincopato di azioni, reazioni ed emozioni espresse e compresse, celate e rivendicate. Perché forse, nel furto generalizzato di diritti, l’attaccamento alla vita di Julie è l’unica cosa che non le potranno mai togliere.

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Foto profilo Emanuele Bucci
Gettato nel mondo (più precisamente a Roma, da cui non sono tuttora fuggito) nel 1992. Segnato in (fin troppo) tenera età dalla lettura di “Watchmen”, dall’ascolto di Gaber e dal cinema di gente come Lynch, De Palma e Petri, mi sono laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (2014) e in Editoria e Scrittura (2018), con sommo sprezzo di ogni solida prospettiva occupazionale. Principali interessi: film (serie-tv comprese), letteratura (anche da modesto e molesto autore), distopie, allegorie, attivismo politico-culturale. Peggior vizio: leggere i prodotti artistici (quali che siano) alla luce del contesto sociale passato e presente, nella convinzione, per dirla con l’ultimo Pasolini, che «non c’è niente che non sia politica». Maggiore ossessione: l’opera di Pasolini, appunto.

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