
Si è conclusa domenica 31 maggio 2026 la quarta edizione di Unarchive Found Footage Fest: il festival internazionale (a Trastevere), dedicato al riuso creativo delle immagini organizzato dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico ETS (AAMOD) e diretto da Marco Bertozzi e Alina Marazzi, ha riscontrato una grande partecipazione del pubblico e di esperti del settore. Una comunità, dopo quattro anni di Unarchive, che ha condiviso per sei giorni le possibilità del found footage, attraverso cinema, performance, installazioni, masterclass, incontri professionali e riflessioni sul futuro degli archivi.
Tra i premiati, The Big Chief di Tomasz Wolski come miglior lungometraggio e Daria’s Night Flowers di Maryam Tafakory e Sawyer Avenue, Sunday Afternoon di Bill Morrison per un premio ex aequo come miglior cortometraggio.
Gabriele Ragonesi, responsabile della programmazione, ricerca film e della direzione editoriale, all’interno del comitato di selezione, ha raccontato a FRAMED Magazine il senso di “Archivio bene comune” e di come questa quarta edizione sia stata in grado di diffonderlo, condividerlo, celebrarlo.
Nonostante le difficoltà iniziali dovute a un taglio importante da parte del ministero della Cultura, cosa puoi dirmi di questa quarta edizione di Unarchive Found Footage Fest?
Nonostante, appunto, i tagli e la situazione un po’ oscura in cui versa l’archivio, ma un po’ tutto il panorama cinematografico italiano, festival compresi, nonostante tutto questo, è iniziata ed è andata molto bene. I numeri degli ingressi al cinema si sono superati rispetto all’anno scorso, ma è tutta l’affluenza negli altri spazi, considerato anche il Forum, che è incrementata notevolmente.
Chiaramente, avendo seguito il Forum, che è stato diretto da Luca Ricciardi e coordinato da Joana de Freitas Ginori e Lorenzo Spinelli, ho notato che il tipo di pubblico che ha raccolto (che era quello che più o meno si ritrovava nelle ultime edizioni durante le proiezioni) è diventato una parte attiva. Si è ben codificato e ha cambiato anche il tipo di fruizione, di conseguenza, in sala.
Sebbene fosse tutto in tempi molto molto stretti, nel senso che tra l’attività del Forum e quella delle sale i tempi erano ridotti, è stato tutto molto vissuto proprio dai partecipanti. Un po’ perché alcuni degli autori che presentavano i progetti di sviluppo erano
poi presenti con i lavori precedenti o in concorso, o in generale in programmazione, dando modo di espandere il confronto con loro, creando uno spazio per il dibattito e per il Q&A.
Gli archivisti, i ricercatori, gli studiosi in generale, poi, hanno uno sguardo specifico su questa tipologia di film. Quindi, essendo tutti riuniti nelle giornate del Forum e poi anche oltre, è stato un segnale che si è sentito. È stato bello, perché si è rafforzata la comunità che già c’era, che è quella che ci ha spinti poi a fare il Forum e che ci spinge ad andare avanti anche con le prossime edizioni di Unarchive.
Pensi che questa grande partecipazione, forse ancora di più di prima, in parte sia dovuta proprio alle difficoltà iniziali? Al pericolo che magari questa edizione non ci sarebbe stata?
A proposito di questo ti parlo anche da spettatore in realtà, più che da interno, da programmatore. Sicuramente c’è una vicinanza della “famiglia” del festival e dell’archivio che spinge all’empatia, oltre che a godersi i film, però nonostante i tagli, la proposta che abbiamo portato è stata valida e curiosa, come sempre. La vicinanza e l’empatia da sole non per forza avrebbero riempito costantemente le sale, o anche gli spazi fuori dalle sale. E quest’anno ci siamo espansi più del solito: a parte l’Orto Botanico, anche alla chiesa accanto al cinema, e anche quello sicuramente ha giocato un ruolo.
Quest’anno il focus era “Archivio bene comune”, lo è stato effettivamente?
Assolutamente, l’archivio come bene comune c’è stato e sì, penso che per molti attori del festival, e in generale del panorama, ci fosse già. Abbiamo provato a sviscerare il senso di bene comune; la strada è probabilmente lunga, e continueremo a percorrerla nelle, speriamo, future e rigogliose edizioni di Unarchive e in tutte le attività sia dell’AAMOD, ma anche degli altri archivi e degli altri festival, che si sono dimostrati aperti e pronti a dibattere attorno al tema in questione.
Accanto all’archivio bene comune, abbiamo unito anche un altro claim, che è quello che abbraccia il festival ma anche tutte le altre nostre attività: “Chi ha paura della memoria?”. Si è creata, secondo me, una forte dialettica tra questi due claim-statement. Abbiamo dimostrato che della memoria non abbiamo paura, ma anzi, e che proprio questa spinta può far creare un terreno di riflessione attorno al bene comune.
In questo momento politico e sociale, è proprio un ragionamento su quello che stiamo vivendo.
Sì, e ci siamo anche confrontati, nel terrore della memoria, sulla memoria più presente. Sul proliferare di immagini, sulle nature nuove, le forme di manifestazione nuove dell’archivio. Molte sono legate a quello che sta succedendo e altre sono legate a come le immagini generative, il web in generale, e in fondo l’IA, si rapportano a queste nuove immagini.
Anche il corto che ha vinto ex aequo con il film di Bill Morrison, Daria’s Night Flowers di Maryam Tafakory, di nuovo porta un’altra postura, mostra un altro tentativo di posizionarsi. Le motivazioni del premio sottolineano come Daria’s Night Flowers scavi nell’archivio del cinema iraniano post-rivoluzione per sovvertirne le narrazioni dominanti e far emergere voci e desideri delle donne sistematicamente negate dal regime. Credo funzioni anche e soprattutto per tentativi del genere, che sono tentativi politici, quel “Chi ha paura della memoria?”.
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