Gal Godot - CREDITS: web

È notizia di qualche giorno fa che Gal Godot sarà il volto di Cleopatra nel nuovo film di Patty Jenkins. Sono sincera, la prima cosa a cui ho pensato è stata semplicemente: è tanto bella da poter interpretare la regina più bella di tutti i tempi. Poi mi sono ricordata di una cosa fondamentale. Gal Godot è israeliana. Non ha niente a che fare con la cultura nordafricana. E questo sarebbe in teoria solo un “banale” caso di whitewashing, come ne abbiamo visti tanti, già a partire da Liz Taylor nello stesso ruolo. Il problema è che qui, volenti o nolenti, entrano in gioco persino equilibri politici delicatissimi.

Come ogni cittadino israeliano, infatti, Gal Godot si è arruolata nell’esercito nazionale, che sappiamo essere in guerra ormai da anni con la popolazione arabo-palestinese a cui oggi tendiamo ad associare anche la cultura dell’Egitto moderno. Credo ci sia una profonda mancanza di rispetto in tutto questo. Soprattutto perché di attrici, anche di origine araba, ce ne sono tantissime a Hollywood, e sarebbe bastato scegliere una di loro (o non sceglierne una israeliana) non solo per evitare tutta questa polemica, ma per dimostrare attenzione verso le politiche della rappresentazione.

Liz Taylor, Cleopatra - CREDITS: web
Liz Taylor, Cleopatra – CREDITS: web

Ecco perché a questo proposito credo sia necessario riportare all’attenzione alcuni termini con cui spesso ci rifiutiamo di familiarizzare. Anche se sono sempre più rilevanti nell’entertainment internazionale. White-washing, blind casting, colour blindness: sono tutti concetti che una generazione educata all’uso dei mass media dovrebbe conoscere (ed evitare).

Whitewashing

Il whitewashing, come suggerisce la traduzione letterale, è lo sbiancamento dei personaggi. È la diretta conseguenza di una visione del mondo ristretta, per cui sullo schermo meritano di stare solo i volti che attraggono di più lo spettatore: volti bianchi in una società a dominanza culturale caucasica. È così, per esempio, che Liz Taylor fece Cleopatra nel 1963. Ma in contesti molto più recenti, chi può dimenticare Jake Gyllenhaal nei panni del Prince of Persia (2010)? Come se fosse credibile un personaggio persiano con l’aspetto del diafano divo di Hollywood.

Jake Gyllenhaal, Prince of Persia - CREDITS: web
Jake Gyllenhaal, Prince of Persia – CREDITS: web

Il cinema è sì una fabbrica di sogni, ma più realisticamente è lo specchio delle nostre visioni e illusioni. Basterebbe riuscire a capire che tutti hanno lo stesso diritto di stare sullo schermo e dar spazio alla propria cultura.

La seconda modalità di applicazione del whitewashing è decisamente più subdola. Ha a che fare con l’idea di conformazione agli standard caucasici. È il motivo per cui, per esempio, nei film e nelle serie tv vediamo spesso le donne nere con lunghe parrucche di capelli lisci. Olivia Pope (Kerry Washington) in Scandal, Annalise Keating (Viola Davis) in How to get away with Murder. Fateci caso. Più il loro aspetto si conforma a quello della donna bianca, più potere hanno all’interno delle narrazioni. Ed è una cosa triste da accettare.

Una terza forma di whitewashing, derivante dalla seconda, è il cosiddetto colorism. La discriminazione nella gradazione del tono di pelle e dei tratti somatici, C’è stato un caso straordinariamente assurdo all’interno della Disney, qualche anno fa, riguardo La principessa e il ranocchio. La principessa Tiana nel lungometraggio del 2009 è chiaramente afroamericana, è questo tutto il fulcro del film. Nel 2018, quando Tiana è ricomparsa nel trailer di Ralph spacca Internet aveva un aspetto totalmente diverso: pelle e capelli molto più chiari, naso identico alle altre principesse e labbra sottili. La sua figura era stata uniformata del tutto. Cosa che ovviamente ha fatto scattare subito enormi polemiche, tanto da costringere la Disney a correre ai ripari prima dell’uscita del film.

Due versioni della Principessa Tiana (2009 e 2018) - CREDITS: web
Due versioni della Principessa Tiana (2009 e 2018) – CREDITS: web

Blind casting e color blindness

Il blind casting è la tendenza a costruire personaggi privi di un contesto culturale, in modo da poter scritturare qualsiasi attore/attrice per il ruolo. È una soluzione-tampone ai fini dell’inclusività, perché ovviamente priva le sceneggiature di una componente psicologica essenziale ai personaggi. Ne abbiamo già parlato, per esempio, nel caso della serie italiana Summertime in cui per la prima volta nel nostro Paese la protagonista è afroitaliana, ma non si fa mai un accenno alla cosa nella trama. Se ne sente in un certo senso la mancanza, perché è come se non conoscessimo del tutto quel personaggio. Appiattire una parte delle identità non è il modo migliore per realizzare prodotti più inclusivi.

Appiattire le differenze è appunto la caratteristica principale della color blindness. Quando diciamo: non vedo nessun colore, per me siamo tutti uguali in realtà stiamo negando la possibilità di convivere nelle differenze. L’ideologia colorblind nasce come dichiarazione di neutralità rispetto al colore. È un annullamento del pluralismo, un rifiuto delle differenza e una mancanza di rispetto nei confronti dell’esperienza e della visione del mondo altrui. Affermare di non vedere nessun colore è come affermare di non vedere l’Altro nella sua interezza, di non vedere e non rispettare ciò per cui differisce da te. E non perché questa parte non esista, ma solo perché non si è capaci di valorizzarla e allora si sceglie di ignorarla. Dopotutto blind in italiano si traduce con cieco e la cecità è un difetto percettivo del soggetto, non l’assenza di una realtà esterna.

Disclaimer FRAMED, come avevamo promesso, non è solo recensioni e consigli. È un luogo virtuale in cui riflettere e commentare la realtà. Questo pezzo è un mio commento di cui mi prendo la responsabilità, ma è basato comunque su elementi riconoscibilissimi e comprovati nell’industria audiovisiva e sugli studi che ho portato avanti negli anni. Se siete interessati anche a questo tipo di contenuti, continuate a seguirci anche su Facebook e Instagram.

Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies. Tra questi, solo per dirne alcuni, rientrano gli studi post-coloniali, gli studi femministi e quelli etnografici.

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