
Dedicato a chi sceglie di allontanarsi dal mondo e dalla vita sociale, costruendo la propria quotidianità all’interno di una stanza chiusa dove l’unico mezzo per comunicare sono schermi e devices, VAS si fa metafora di un sentire condiviso dai due protagonisti, Camilla e Matteo. Il film, che nel titolo riprende il concetto della Visual Analogue Scale, strumento usato in medicina per misurare il dolore, si concentra sul loro isolamento consapevole e necessario; il segnale d’allarme per comprendere la smania sociale che è ormai intrinseca nella nostra normalità.
Dal soggetto originario di Sara Sole Notarbartolo e tratto dall’opera teatrale VAS della stessa autrice, VAS – Il film è diretto da Gianmaria Fiorillo e interpretato da Eduardo Scarpetta, Demetra Bellina e Gabriel Lynk. Il film è uscito il 20 novembre al cinema, ed è pronto a tornare con un evento speciale alla presenza del regista e del cast mercoledì 3 dicembre alle ore 20:30 al The Space Cinema – Parco de Medici di Roma.
VAS è una storia di angoscia e paura delle relazioni, ma anche di grande fragilità: cosa ci raccontano del mondo attuale Camilla e Matteo?
Camilla e Matteo nell’intento di scrittura rappresentano due personalità iperboliche che fanno da metafora ad una serie di tendenze contemporanee della vita di tutti i giorni.
Fragili perché sensibili e spaesati nella frenesia della quotidianità che richiede uno stile di vita performante a cui loro vorrebbero dare una rallentata. In questo ci dovrebbero far riflettere su cosa spinge un giovane, ma anche un meno giovane, a distaccarsi completamente dalla società e scegliere di vivere in uno stato di auto-reclusione. Sono loro ad essere completamente sbagliati o ci sono dei meccanismi su cui dovremmo ragionare come collettività?
Per quanto riguarda la composizione visiva, il film restituisce momenti di concitazione ad attimi lenti e dilatati, che sembrano staccati dal resto: come hai lavorato in questo senso?
Ho sempre concepito la struttura della storia come se fosse divisa per capitoli mai dichiarati, come Camilla scrive il suo romanzo. Quindi ci sono dei momenti di dialoghi molto frenetici dove accadono i punti di svolta e poi ci sono dei momenti – perlopiù musicali – dove il ritmo si distende e si fa un resoconto di quello che è successo fino a quel punto della storia, così da permettere allo spettatore di defaticare e metabolizzare le informazioni.
Mostrare la ricerca del dolore, e al tempo stesso la solitudine più profonda, è una scelta coraggiosa: come nasce l’idea di questo tuo esordio?
L’idea nasce a metà tra esperienze personali di “spaesamento” in età giovanile, dove ho sofferto di attacchi di panico e di agorafobia, e dallo spettacolo teatrale VAS di Sara Sole Notarbartolo di cui però è rimasto solo il seme iniziale, infatti non c’è nemmeno una sequenza del film tratta dallo spettacolo, che è stato completamente stravolto.
Pensi che la condizione che vivono i protagonisti sia un’emergenza su cui far luce maggiormente? Da cosa deriva secondo te?
Come dicevo prima, bisogna assolutamente ragionare sul perché la tendenza a chiudersi in casa sia un fenomeno così dilagante. Io credo che se si desse voce a questi giovani Hikikomori, si potrebbe scoprire che c’è molto di più “dell’essere fragili e deboli” nel loro comportamento e che forse ci sia qualcosa di Pirandelliano nella loro “folle” scelta di isolarsi a questi livelli.

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