Silvia Pezzopane, Adriano Candiago, Jacopo Del Giudice, Flaminia Gressi e Luciano La Camera. Foto di Davide Esposito per GOGA Film Festival
Silvia Pezzopane, Adriano Candiago, Jacopo Del Giudice, Flaminia Gressi e Luciano La Camera. Foto di Davide Esposito per GOGA Film Festival

Tre sceneggiature e tre progetti molto diversi – Le città di pianura, La valle dei sorrisi e FolleMente sono accomunati da un’idea, o forse una tendenza che vedremo crescere anche in futuro: la specificità del genere. Un road movie, un horror e una commedia corale. È da qui che parte il dialogo di GOGA Film Festival con Adriano Candiago, Jacopo Del Giudice e Flamina Gressi.

Nuove voci, nuove storie è il titolo dell’incontro, moderato dai selezionatori GOGA Silvia Pezzopane e Luciano La Camera per il primo dei tre giorni di festival, dal 10 al 12 aprile 2026 presso Zalib a Trastevere.

La geografia “spaziale e neuronale” che accumuna tre film così diversi

Per una serie di coincidenze, che vere coincidenze forse non sono, tre film di successo fra pubblico e critica come Le città di pianura, La valle dei sorrisi e FolleMente hanno in comune prima di tutto la limitazione spaziale, a tratti proprio geografica, della storia.

Un motivo, da non sottovalutare, è di fatto il denaro investito: i costi del set, i contributi delle Film Commission. Un set più piccolo è un «set più controllabile» afferma Flaminia Gressi. Soprattutto quando si parla di commedia, che dalla localizzazione e nella specificità dei luoghi trae anche situazioni più facilmente riconoscibili. «Avere un set delimitato ha permesso di poter fare meglio alcune cose e quindi essere anche più liberi nella sceneggiatura».

Succede però anche che le prime stesure di una sceneggiatura siano ambientate in luoghi distanti da quelli delle effettive riprese. È il caso di La valle dei sorrisi, scritto avendo in mente la Valle d’Aosta ma poi girato in Friuli Venezia Giulia. «La nostra è una fiaba» dice Del Giudice. «Non ci serviva un riferimento geografico preciso, ci servivano le montagne, una valle e un paese remoto». Nel momento in cui la Film Commission friulana è entrata nel progetto è stato sufficiente cercare lì un luogo con le stesse caratteristiche.

Tutt’altra storia, invece, è Le città di pianura dove il Veneto è protagonista. «Non potevamo girarlo da nessun’altra parte – afferma Candiago – i protagonisti sono affetti da venetismo». Candiago e il regista Sossai hanno scelto di raccontare un luogo che conoscono benissimo perché «più lo conosci più sei sincero». In questi spazi così specifici i personaggi non possono che essere «affetti dal paesaggio. Sono cresciuti con quel preciso orizzonte interrotto, fatto di capannoni, cantieri e villette improbabili. E lì sono rimasti».

Scrivere è donarsi: la generosità come elemento della sceneggiatura

«Con Francesco (Sossai, ndr) siamo amici da tutta la vita, siamo famiglia. Condividiamo ricordi anche da prima di conoscerci, condividiamo luoghi, condividiamo una visione del cinema» afferma Candiago. «Nel momento in cui quindi iniziamo a lavorare, seguiamo le stesse coordinate, a un livello quasi magico, telepatico».

È da qui che nasce una delle riflessioni più interessanti del talk di GOGA: «Il momento della scrittura è veramente un viaggio che si fa per dentro» prosegue Candiago. «E la generosità che abbiamo l’uno con l’altro anche nel rivelare cose della nostra vita, che poi finiscono nella sceneggiatura, è la cosa più preziosa di questo grande mestiere».

«Sul lavoro è come se avessi contemporaneamente tante piccole famiglie, ma sono d’accordo su questo aspetto della generosità» prosegue Gressi. «I personaggi migliori sono nati per l’assoluta generosità, di tutti i presenti, nel donare alla storia. Funziona solo così. E cambia, per me, un progetto».

Infatti, conclude Del Giudice, si nota subito quando un lavoro – come necessariamente succede – è fatto su commissione, «quando segui alla lettera la regola di sceneggiatura o assecondi il regista. Si percepisce». L’aspetto migliore del lavoro di sceneggiatura, invece, «è proprio il momento delle idee, del brainstorming, quando si cerca di trovare un accordo, si litiga e si fa pace. È la parte più magica della sceneggiatura, prima ancora della scrittura».

Adriano Candiago e Le città di pianura

La scrittura de Le città di pianura sembra quasi una partitura, afferma la moderatrice Silvia Pezzopane: divisa tra momenti in cui «la sceneggiatura comprime tutto e altri in cui apre allo spettatore una prospettiva». Eppure tutto parte da un «innamoramento» nei confronti dei personaggi, risponde Candiago. Tutto nasce dal «desiderio di conoscerli, voler loro bene e aver voglia di vedere dove volevano andare, cosa mancava nella loro vita». È qui che si sviluppa poi la necessità di «capire come inserire Giulio (Filippo Scotti, ndr) e che significato ha Giulio nelle loro vite».

La partitura, cioè, è piuttosto un viaggio, pensato – quello sì – in armonia con la musica di Krano (candidato anche lui ai David di Donatello, fra le 16 nomination record del film di Francesco Sossai). E in questo viaggio «l’equilibrio narrativo e non solo simbolico è tutto incentrato su un solo tema: la procrastinazione, l’ultimo bicchiere, ovvero l’incapacità di entrare nell’età adulta».

Flaminia Gressi e FolleMente

Flaminia Gressi è una delle cinque persone, compreso il regista Paolo Genovese, ad aver scritto FolleMente. Un lavoro corale, come la miglior commedia all’italiana ci ha insegnato, che mette insieme esperienze e teste molto diverse tra loro.

«Ci abbiamo lavorato circa due anni e per me, che sono sceneggiatrice di serialità, è stata assolutamente una cosa nuova questo rapporto lunghissimo e continuativo. La cosa che mi ha divertita di più è stata sicuramente la follia. C’eravamo io e Isabella Aguilar più muscolari, mentre Lucia Calamaro – che viene dal teatro – era un mondo opposto. All’inizio non ci capivamo in nessun modo. Credo però che Paolo lavori così, cioè che metta insieme persone completamente diverse, come un esperimento sociale». Il risultato è una riconoscibilità netta dei personaggi.

Jacopo Del Giudice e La valle dei sorrisi

Fare cinema di genere in Italia è faticoso afferma Del Giudice. Perché per farlo bisognerebbe anche poter sbagliare. E riprovare. «Sono passati tre anni e mezzo da Piove (il film precedente sempre di Paolo Strippoli, ndr), ma per La valle dei sorrisi sui giornali ho letto sempre di una ‘rinascita dell’horror’. Non è cambiato nulla, perché fondamentalmente entrambi sono dei tentativi che, anche se vanno bene tra pubblico e critica, non trovano poi effettivamente un seguito a livello di produzione e di produttività».

L’horror è un genere che permette di sperimentare infatti da zero. A partire, come nel caso di Del Giudice con La valle dei sorrisi, anche da ricordi personali: da una storia del liceo e dal ricordo di un compagno di scuola. Un ragazzino triste, vittima di bullismo che in sceneggiatura si trasforma in qualcosa di diverso: «Per provare a immaginare un’altra faccia dietro la sua sofferenza. Abbiamo cioè provato a raccontare una storia drammatica, con venature horror che esplodono dopo, negli ultimi 40 minuti. C’è una lettura biblica, con delle interpretazioni personali, ma quello che mi piace della Valle dei sorrisi è che non ha cattivi. È una storia di sole vittime».

Uno sguardo al futuro

C’è un tema di attualità, però, che attraversa il cinema oggi. Il fatto che alla fine al pettine arrivi il nodo di anni complessi per la produzione italiana, con la conseguente assenza di film italiani nella selezione di Cannes 2026. Coincidenze o indice di qualcosa di più grave? Abbiamo provato noi stessi di Framed a chiederlo ai tre sceneggiatori.

E se da un lato il concorso di Cannes quest’anno sembra irraggiungibile per molti standard italiani, dice Del Giudice, dall’altro il problema è che in Italia ci si affida troppo a grandi maestri e si fatica anche solo a identificare il talento nei registi o negli sceneggiatori sotto i cinquant’anni d’età. «C’è un problema di ricambio generazionale. L’esempio folgorante è Le città di pianura, che giustamente ha conquistato tutto, però abbiamo bisogno di tante Città di pianura, non possiamo farci trainare sempre da Moretti, Amelio, Martone, Sorrentino e Garrone».

«È anche per questo che poi giovani registe e registi vengono assorbiti dalla serialità» aggiunge Gressi. «Perché non si permette loro di fare il loro film».

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