Arriva in sala il 6 marzo, distribuito da Filmclub Distribuzione e Minerva Pictures, Good Boy, il nuovo film del regista Jan Komasa.

Tra le sorprese della ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma, Good Boy è una storia al limite, dove i sentimenti si confondono e neanche chi guarda riesce a separare ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Il film porta in scena violenza, ma anche un percorso di rinascita che avviene grazie al più terrificante programma di rieducazione.

Sinossi

Tommy, teppista diciannovenne, vive una vita di droga, feste e violenza. Dopo una notte di baldoria sfrenata con i suoi amici, si separa dal gruppo e viene rapito da una figura misteriosa. Sebbene non sia estraneo alla violenza, resta inorridito quando si risveglia con una catena al collo nel seminterrato della casa isolata della ricca famiglia di Chris (Stephen Graham), di sua moglie Kathryn (Andrea Riseborough) e del loro giovane figlio Jonathan (Kit Rakusen). Il rapimento fa parte del disegno di questa strana famiglia che vuole trasformare Tommy in un “bravo ragazzo”. Sottoposto a una riabilitazione forzata mentre è intrappolato in una famiglia disfunzionale, Tommy deve scegliere tra compiacere i suoi implacabili aguzzini o cercare di fuggire a tutti i costi. 

Una narrazione per il nostro presente danneggiato

Nella casa di Chris e Kathryn aleggia una perdita, che il regista decide di lasciare sempre sospesa senza mai dare troppe spiegazioni; questo tipo di decisione è determinante per fare del film un’opera ricca di fascino, misterioso nel suo essere un oggetto carico di inquietudine, che ben si inserisce in un tempo presente danneggiato, e che mette di fronte a un conflitto che incatena anche chi guarda, con la forza di un grande thriller psicologico dove è difficile pronunciarsi su chi sia più colpevole.

All’interno di una situazione surreale, in cui i modi gentili e l’educazione sono gli strumenti con cui Chris educa suo figlio, e Kathryn, visibilmente vittima di una forte depressione, si aggira come un fantasma, Tommy viene letteralmente rieducato: gli vengono mostrati i video delle sue malefatte, gesti violenti, bullismo, autolesionismo, tutto a favore di un occhio affamato che non fa che divorare e scrollare su Instagram contenuti simili, dove lui e i suoi amici hanno pubblicato quei contenuti. Viene “punito” nel momento in cui si ribella alla prigionia, picchiato da Chris che sembra farlo con grande sofferenza, reputandolo però necessario.

La violenza diventa il metodo per punirlo e il simbolo di qualcosa che inizia a disgustarlo, come se lentamente rientrasse in contatto con emozioni intorpidite dal caos, dalla droga e dall’alcol. Paradossalmente i legami umani che ricomincia a instaurare sono con dei folli aguzzini a cui manca un figlio, e che con Tommy cercano di colmare un vuoto doloroso.

Fino alla fine lo spettatore non riuscirà a leggere tra i pensieri di Tommy. Sta preparando una fuga? Ucciderà i suoi aguzzini? O preda di una spaventosa “sindrome di Stoccolma” è ormai parte di quel disegno contorto di redenzione e amore?

In breve

Good Boy ha una narrazione giocata sempre sul filo del rasoio, in cui le spinte più nascoste dei personaggi determinano spesso azioni inaspettate o cambiamenti imprevedibili. Verrebbe però da chiedersi da dove viene la necessità di Tommy di fare e farsi del male. C’è qualcuno a casa che lo aspetta? E se c’è, cosa sta facendo per trovarlo?

La casa in cui viene rinchiuso inizia ad avere l’apparenza di un riparo, dove il ragazzo trova grazie a quella efferata disciplina, fuori da qualsiasi idoneo metodo di terapia, una serie di certezze, e anche l’amore. 

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RASSEGNA PANORAMICA
Voto
8
Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.
good-boy-recensione-del-nuovo-film-di-jan-komasaUna storia al limite, dove i sentimenti si confondono e neanche chi guarda riesce a separare ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, Good Boy è la storia di una violenza, ma anche di un percorso di rinascita che avviene grazie al più terrificante programma di rieducazione.