
Il noto autore di The Ring e dei primi capitoli de Pirati dei Caraibi, con Good Luck, Have Fun, Don’t Die porta su schermo una distopia hi-tech. Lo stile e la struttura disomogenea non sembrano però premiarne gli intenti
Torna alla regia Gore Verbinski con uno sci-fi vertiginoso che prova a interrogarsi sulle aberrazioni dei social e dell’AI. Da meritevole iniziatore della saga de I Pirati dei Caraibi, il cineasta rilancia la formula avventuriera corale, ornandola di elementi orrorifici a lui familiari: dopo The Ring (2002), classificabile ancora oggi come il miglior remake horror statunitense (sebbene non paragonabile al cult originale di Hideo Nakata), va menzionato anche La cura dal benessere (2016), suo film precedente. Contributo maggiore di quell’ultima prova era stato senz’altro il casting ‘lungimirante’, vista la presenza di una giovanissima Mia Goth, divenuta oggi la final girl più carismatica del genere grazie alla saga slasher X di Ti West.
Sull’orlo dell’apocalisse AI
A quasi dieci anni da quell’esperienza, Verbinski realizza questo Good Luck, Have Fun, Don’t Die, presentato fuori concorso alla 76ª edizione della Berlinale (cornice nella quale ha incassato dei pareri piuttosto tiepidi). L’antefatto vede Sam Rockwell nei panni di un viaggiatore del tempo scalcinato, tratteggiato come una sorta di Jack Sparrow crononauta. Spacciato sul momento come un molesto predicatore di strada, l’uomo si materializza in una tavola calda per avvertire gli astanti di un’imminente fine del mondo, cagionata dall’uso massivo di device.
L’unica speranza per raggirare la catastrofe ineluttabile, nonché missione per la quale viene catapultato ciclicamente in quella timeline, è reclutare tra i presenti nel locale una squadra di temerari per sabotare i piani di un bambino ‘hikikomori’ (artefice e demiurgo, a suo dire, di una tecnologia AI che avrebbe obbligato l’umanità a una schiavitù volontaria alla realtà virtuale).

I guardiani di un presente incerto
Con un’allusione non poco spudorata a Terminator (1984), questo nuovo John Connor sgangherato, proveniente dal futuro, vedrà la sua truppa ideale in uno schieramento sui generis: una coppia di goffi insegnanti del liceo, reduci da un’orda letale di studenti muniti di smartphone, una donna in lutto per la perdita del figlio, sostituito ora da un clone amorfo, e per finire una cupa ragazza ‘burtoniana’ che, suo malgrado, si traveste occasionalmente da principessa Disney per intrattenere bambini durante le feste (personaggio-chiave visto il suo ‘misoneismo’, la sua avversione all’innovazione, alimentata anche da una bizzarra allergia agli apparecchi digitali).
Questa line-up composita motiverà tra l’altro una narrazione prospettica, per certi versi pretestuosa, in cui si scoprirà il background di ciascun personaggio; soluzione quest’ultima non necessaria, se non a diluire la sostanza del film, allungandone smodatamente la durata (ben oltre i margini concepibili per l’intreccio proposto). Tali trascorsi aiutano tuttavia a fotografare la linea temporale raccontata: un ‘presente’ all’insegna del transumanesimo, dove i ragazzi vittime di school shooting vengono sostituiti da dei cloni-automi alla mercè dei dispositivi, e dove i visori virtuali vogliono riscrivere la realtà.
Raccontare un futuro incerto
Si ammicca per cui ad argomenti attuali più che mai nel dibattito pubblico, e che trovano già sbocchi allegorici convincenti in Black Mirror, Ex Machina (2015) di Alex Garland (di ben undici anni or sono) o nel recente Companion (2025) di Drew Hancock. Non è un caso se questi ultimi titoli citati sono dei thriller. Che sia a questo punto troppo precoce, se non farraginoso, delegare alla fantascienza queste riflessioni?
Senz’altro la crisi dello sci-fi come genere è figlia di un tempo estremamente dinamico, in cui è difficile raccontare l’avveniristico laddove l’innovazione è sempre più istantanea. In Good Luck, Have Fun, Don’t Die questa visione viene ulteriormente complicata da una struttura narrativa non molto pertinente: l’avventura corale non sembra infatti la formula ideale per accogliere gli eccessivi spunti sollevati dal film.
Uno script incerto
Complice una scrittura piuttosto esile, si scivola spesso in analisi fin troppo semplicistiche e parziali (dell’AI se ne ritraggono per lo più i rischi, tangibili e obiettivamente inquietanti, e meno le opportunità se messa al servizio della specie umana). Oltre trent’anni fa l’anzidetta saga di Terminator o lo straordinario Hardware (1990) di Richard Stanley, di cui Verbinski è forse meno debitore rispetto alla filmografia di James Cameron, proponevano delle letture di gran lunga più illuminate e moderne sul post-umano.
A risollevare il quadro di certo non basta il sottofondo satirico, di per sé poco brillante, e tanto meno la smania bulimica di citazioni: da John Carpenter al Robert Rodriguez di The Faculty (1998), fino a Toy Story (1995) e a nientemeno che Akira (1988), snaturando anche il pregio dell’omaggio.
Dopo l’anteprima mondiale alla Berlinale e quella nazionale al Taromina Film Festival, Good Luck, Have Fun, Don’t Die è al cinema dal 25 giugno.
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