Dear Audience - BIOGRAFILM ART & MUSIC - Sulla guerra in Ucraina
Dear Audience - BIOGRAFILM ART & MUSIC

Come si può raccontare una storia che è già stata raccontata centinaia di volte? C’è ancora molto da dire ma non in tanti sono disposti ad ascoltare qualcosa che hanno già sentito tante volte. Guerre, migranti, rotte, povertà, disperazione, disillusione. Quanti articoli sono stati scritti sulla guerra in Ucraina? Quanti reportage sono stati fatti sulla rotta balcanica? Se però questi temi non sono ancora stati esauriti e ci sono ancora cose importanti da raccontare, è possibile trovare un modo per farlo?

Uno spettacolo per “un’educazione di frontiera”

Nicola Di Chio e Miriam Selima Fieno, insieme al giornalista Christian Elia e alla documentarista Cecilia Fasciani, sono riusciti a parlare della rotta balcanica portando su un palco il loro viaggio e le loro paure, mentre dietro passavano le immagini dei luoghi in cui sono stati e le storie delle persone che hanno incontrato.

Un racconto in prima persona, in cui gli attori hanno portato i loro dubbi di fronte al pubblico. Odissea Minore – Per un’educazione di frontiera è il racconto in parallelo del viaggio dei due attori da Trieste fino alla Grecia e in contemporanea dei milioni di richiedenti politici scappati da luoghi come come Pakistan, Siria, Afghanistan – e del loro disperato viaggio lungo mesi attraverso le frontiere di almeno sei Paesi, alla ricerca di un luogo in cui poter ricominciare a vivere una vita dignitosa. Una storia che in molti conosciamo già, abbiamo letto e visto rappresentata in documentari dozzine di volte.

Una storia che negli ultimi anni è diventata sempre più difficile da raccontare, perché l’accesso ai giornalisti è sempre più osteggiato e i luoghi in cui queste persone vivono in attesa di attraversare la prossima frontiera sono diventati luoghi regolamentati dai governi locali e chiusi al mondo esterno.

Un ibrido tra giornalismo e arte

Da ex industrie abbandonate ad agglomerati di container a scopo abitativo circondate da staccionate con sopra il filo spinato: così è cambiata la vita dei migranti sulla rotta balcanica. Sempre meno liberi di muoversi e sempre più lontani dal mondo circostante. Chiusi dentro spazi controllati che – si chiedono gli attori sul palco – «Servono a tenere loro dentro o a non fare entrare nessuno da fuori?». Durante lo spettacolo gli attori dialogavano sia con gli spettatori che con le immagini che venivano proiettate alle loro spalle. Un dialogo continuo, un continuo susseguirsi di domande e di dubbi, di paure e di rabbia. Questo è il modo in cui Odissea Minore è riuscita a raccontare una storia già tanto conosciuta e che negli anni sembra aver perso sempre più interesse per i media e gli spettatori mainstream.

Un racconto da cui è nato un progetto multimediale in cui teatro, giornalismo e documentario si fondono, dando vita a un racconto autentico. Lo spettacolo ha la capacità di coinvolgere gli spettatori, portandoli sulla rotta balcanica a condividere con gli autori le stesse paure e la stessa rabbia.

Forse, se una storia è valida non va cambiata, così come non è necessario trovare altri spettatori che non l’abbiano mai sentita. Bisogna solo trovare un nuovo modo per raccontarla. E per Odissea Minore è stata proprio la modalità espressiva scelta che è riuscita a rendere una storia già troppe volte ascoltata qualcosa a cui tendere l’orecchio una volta ancora. E ne è valsa la pena!

Dear Audience, la vita e il teatro

In modo simile è stato fatto da Enrico Baraldi (in qualità di regista) con il suo Dear Audience, un film di circa 75 minuti presentato al Biografilm Festival di Bologna. La storia di due sorelle attrici, Yulia e Natalia che, scappate dall’Ucraina all’inizio della guerra, decidono di tornare a Kiev per l’audizione di un nuovo spettacolo per la riapertura del teatro. Perché dopo soli pochi mesi dalla guerra, i teatri ucraini hanno riaperto, decidendo che il ruolo del teatro non poteva morire con lo scoppio del conflitto. «Ma che senso ha fare teatro oggi?» si chiede Miriam durante il lungo viaggio per tornare a casa.

La risposta la trova andando a vedere uno spettacolo in quel teatro in cui da bambina ha iniziato, insieme alla sorella, a salire su un palco, nella sua città natale: anche in un momento di disperazione come quello che sta vivendo l’Ucraina non ci si può arrendere alla paura e alla mera sopravvivenza, il teatro è necessario a sentirsi vivi. 

Raccontare la guerra con altri occhi

Da giornalisti, scrittori, è sempre più difficile affrontare tematiche di cui si è già parlato a lungo e che difficilmente riescono ancora ad attirare interesse. Non perché non ne siano meritevoli ma a causa di un fenomeno denominato “saturazione mediatica”. L’esposizione costante e ripetuta a un certo argomento, soprattutto attraverso i media, può portare all’indifferenza o al rifiuto da parte del pubblico. Questo accade perché la mente umana tende a ignorare ciò che percepisce come troppo ovvio o ripetitivo.

È proprio a causa di questo fenomeno che è diventato sempre più difficile parlare di temi già troppe volte affrontati, se non attraverso l’esplorazione di nuove modalità espressive, come il teatro e il cinema. I giornalisti e gli scrittori sembrano così obbligati a cedere il loro posto ad attori, scenografi e registi, in grado di raccontare delle storie attraverso mondi sempre diversi.

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Martina Ucci
Cresciuta in una piccola comunità di tre famiglie che hanno deciso di condividere la vita nella campagna bolognese, mi è sempre stato vietato guardare i Simpson, perché “diseducativi”. Piena di passioni e incapace di coltivarne davvero una, ho sviluppato sin da piccola una passione per il teatro e il cinema, dei quali, non capendone nulla, amo la bellezza e le emozioni che sono in grado di suscitarmi.