Hannah Einbinder e Jean Smart in una scena di

A pochi mesi dall’uscita negli Stati Uniti su HBO Max, Hacks ha guadagnato 15 nomination agli Emmy Awards e un rinnovo per la seconda stagione. In attesa che venga annunciata la distribuzione in streaming anche in Italia, ecco qualche motivo in più per attenderla con trepidazione.

Un universo in cinque lettere

Hacks esplora una vasta costellazione di concetti già a partire dal titolo. Si definisce hack chi è incompetente nel proprio mestiere o lo fa solo per i soldi, qualcosa di mediocre e banale, i vecchi cavalli usurati dal lavoro. Nello stesso titolo c’è spazio per entrambe le protagoniste. Deborah Vance (Jean Smart), stella in declino della stand-up comedy e Ava Daniels (Hannah Einbinder), giovane scrittrice ingaggiata per rinfrescare il suo repertorio. Tutte e due sono ad un punto critico della propria carriera.

Deborah è una ricca signora che ha perso contatto con i fondamenti del mestiere (divertirsi, sperimentare), cullata da un successo mainstream ora minacciato dal ricambio generazionale del pubblico. Ava è un’autrice indie dalle quotazioni in calo a causa di alcuni tweet controversi. Pressata dalle circostanze, accetta un lavoro per una comica che non apprezza né artisticamente né umanamente. Hack è la vecchia volpe che sfrutta fino all’osso un umorismo ormai retrivo (“niente battute sui collant o sull’esplosione del Challenger, le ho fatte tutte”), hack è la nuova leva che oscilla tra opportunismo e sindrome dell’impostore, tra intransigenza autoriale e necessità di scendere a patti per lavorare.

Hannah Einbinder e Jean Smart in una scena di "Hacks"
Il primo incontro tra Ava e Deborah nel salotto di Deborah (foto di Jake Giles Netter/HBO Max)

Un’industria e i suoi cliché

Il primo mito che crolla è quello che la mancanza di lavoro sia il giusto castigo per chi non è brava abbastanza. La necessità di entrambe di stare sulla difensiva è lo specchio di quanto lo show business possa essere spietato per chi non è in demand, specie se donna. Deborah lo sa bene da tanto tempo; Ava ci metterà un po’ a capirlo. I rovesci di fortuna sono all’ordine del giorno, e le dinamiche interne di ascesa e discesa sono governate da interazioni complesse, che spesso hanno poco a che fare col merito (vedi il rapporto esilarante tra l’agente Jimmy e la sua svagata segretaria Kayla, figlia del coproprietario dell’azienda).

Meg Stalter e Paul W. Downs sul set di "Hacks"
Kayla (Meg Stalter) e Jimmy (Paul W. Downs), foto Courtesy of HBO Max

Il secondo mito che crolla è che i tweet di Ava siano stati (ingiustamente) sanzionati sul piano morale: secondo Deborah, semplicemente, non facevano ridere. La riscrittura estemporanea della battuta alla fine dell’episodio pilota è il primo momento in cui le due donne mettono da parte l’ostilità reciproca per dedicarsi alla creazione di un pezzo che trascenda le loro differenze stilistiche. Più avanti si incontreranno a metà strada, dove la materia comica è solida abbastanza da mostrarsi dolente e sincera senza per questo essere meno divertente.

Sfarzo e miseria a Las Vegas

Las Vegas è molto più che una città sullo sfondo: è il doppio kitsch del sogno americano, un miraggio magniloquente che deve impressionare gli avventori per poterli salassare con la promessa della vincita definitiva. È la patria dell’entertainment un tanto al chilo, dei pacchetti turistici, dello squallore sotto una patina di lusso pacchiano. Deborah ci ha costruito sopra una carriera e un’esistenza in una villa lussuosa; Ava ne frequenta gli hotel scadenti, le mense aziendali, le slot machine. Qui la città è metafora del torpore creativo, della ripetizione esausta di cliché comici per un pubblico distratto e facilone. Ma è anche un setting satirico che studia le reazioni della creativa Ava, espulsa dalla bolla losangelina fatta di locali alla moda e speculazione edilizia.

Hannah Einbinder in una scena di "Hacks"
Ava (Hannah Einbinder) in una scena di Hacks (foto di Jake Giles Netter/HBO Max)

Donne che perdono anche quando vincono

Non è difficile ritrovare nel personaggio di Deborah somiglianze con pioniere della stand-up come Joan Rivers e Phyllis Diller. Donne che per riuscire in una carriera eminentemente maschile si sono destrutturate e riconfigurate per diventare il butt of the joke di un’intera nazione, ognuna a suo modo – un mostro classista Rivers, una casalinga male in arnese Diller. Deborah ne eredita il gusto per le battute chirurgiche (l’isterectomia, gli interventi estetici), e quella concezione classica dell’umorismo per cui la propria vita può cadere a pezzi, ma la cosa più importante è che la delivery sia affilata e i tempi comici impeccabili.

L’episodio 8, in particolare, affronta il complesso rapporto tra comiche e colleghi uomini. Non devono più sopportare le molestie smaccate di trent’anni prima, ma le comedian sono ancora il bersaglio di (micro)aggressioni sul lavoro. Deborah dovrà fare appello alle sue risorse creative e materiali per affrontare Drew, gestore del club dove si esibisce e perfetto prototipo di comico misogino. Il risultato sarà memorabile, ma in qualche modo funestato dall’impossibilità di dimostrare il proprio valore al di là di un contesto svalutante.

Se Jean Smart è un’attrice brillante a suo agio nell’interpretazione di una performer navigata, Hannah Einbinder è una scrittrice comica anche nella vita reale, e il suo personaggio sembra essere interamente modellato su di lei. Non è difficile vedere Hannah in un comedy club con gli stessi anfibi e le camicie a scacchi di Ava, che parla della sua bisessualità o dei risvolti sociali dell’essere zoomer.

Jean Smart e Hanna Einbinder in una scena di "Hacks"
Jean Smart e Hanna Einbinder in una scena di Hacks (foto di Jake Giles Netter/HBO Max)

Evolversi per scongiurare l’irrilevanza

C’è chi ha paragonato Hacks a The devil wears Prada, ma l’interazione tra le due protagoniste è solo superficialmente simile a quella tra Andy e Miranda. Qui non c’è un equivalente narrativo della guru dell’editoria e della giovane promessa che vende l’anima per un paio di Jimmy Choo. Nonostante una sia molto più influente e ricca dell’altra, il loro rapporto è paritario: la stand-up comedy è un affare da cagne sciolte, e in fondo lo sono entrambe. In più il loro incontro è fondamentale per l’ evoluzione individuale di ciascuna. Deborah ha bisogno di Ada per liberarsi di una concezione superata di comicità; Ada ha bisogno di Deborah per capire come dare stabilità alla sua attività.

La loro caratterizzazione è così precisa da rendere significativi anche i dettagli più banali – come la reazione opposta al lasciare il resto di pochi spiccioli per una bevanda appena comprata. In questi dettagli si sente il gusto per le microstorie che la coppia autoriale Aniello/Downs ha messo a frutto in Broad City, inserito qui nella cornice più ampia di uno sguardo informato e divertito sulla comicità contemporanea. E se queste non fossero credenziali sufficienti a garantirci una serie gustosa, tra i produttori esecutivi troviamo Jen Statsky (Parks and Recreations, The Good Place), Michael Schur (The Office, The Good Place) e David Miner (30Rock, Parks and Recreations, Brooklyn Nine-nine), responsabili a vario titolo di alcune delle serie comiche più interessanti degli ultimi quindici anni.

In breve

Per la materia trattata Hacks è una serie che piacerà sicuramente a chi apprezza la stand-up comedy. Ma non è necessario essere esperti in materia per godere dell’interpretazione delle due protagoniste e di un ottimo cast di supporto (Carl Clemons-Hopkins e Kaitlin Olson su tutti).

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