Jessie Buckley stars as Agnes and Paul Mescal as William Shakespeare in director Chloé Zhao’s HAMNET, a Focus Features release.
Jessie Buckley stars as Agnes and Paul Mescal as William Shakespeare in director Chloé Zhao’s HAMNET, a Focus Features release. Credit: Agata Grzybowska / 2025 FOCUS FEATURES LLC

Da dove nasce, se non dalla sofferenza, l’arte più sublime? È dove risiede l’elaborazione degli eventi più tragici dell’esistenza che può svilupparsi una narrativa capace di risuonare collettivamente: un’interpretazione del proprio malessere, che potrebbe costituirsi nel tempo come mito, come “classico”.

Hamnet, diretto da Chloé Zhao e in uscita nelle sale italiane il 5 febbraio distribuito da Universal, nasce da un’interpretazione, espressa da una scrittrice contemporanea, Maggie O’Farrell, che trasla la sua esperienza in quella di uno dei poeti e drammaturghi più famosi del mondo, William Shakespeare; ad unirli non è la tecnica o la produzione letteraria, bensì un’esperienza personale che porta a riversare su una pagina bianca le proprie emozioni e considerazioni, e a far sì che diventi un’indicazione di sopravvivenza per chiunque abbia voglia di prestare attenzione.

Non la verità, ma una storia da ascoltare

Hamnet è la decodificazione di una serie di elementi, legati alla sfera familiare del Bardo e di sua moglie, che due artiste contemporanee, Zhao e O’Farrell, autrice del romanzo omonimo del 2020 su cui il film si basa, scelgono di sviluppare come spiegazione della nascita della celebre tragedia Amleto.

A guidarle, anche nella sceneggiatura che firmano insieme, è una scintilla emotiva, quella che dà modo ad ogni grande opera di vedere la luce, nel caso di Hamnet si tratta della morte dell’unico figlio maschio di Shakespeare, scomparso all’età di 11 anni, e dell’effetto che tale lutto potrebbe aver avuto sulla produzione artistica del drammaturgo. E mentre i tratti storici si fanno nebulosi e non intendono aderire a ciò che già conosciamo della sua biografia, la priorità diventa lo sviluppo dell’assonanza umana, tra artisti, narratori di emozioni, di ieri e di oggi, uniti in un’unica grande esperienza collettiva, che purifica e aiuta a superare il male. Il teatro, il cinema, la letteratura, come frutto di emozioni umane all’opera e al servizio dell’altro.

Un amore magico e moderno

Stratford, Inghilterra, 1580. William (Paul Mescal) nota Agnes (Jessie Buckley) per caso; è l’insegnante di latino dei fratelli minori della ragazza, impartisce quelle lezioni per pagare il debito di suo padre nei confronti della famiglia di lei. L’incontro tra i due anticipa una storia d’amore che li legherà profondamente: oltre i corpi, oltre la carne, quell’amore viene rappresentato da Chloé Zhao come un incontro al tempo stesso intriso di forze sovrannaturali e di sentimenti semplici e tangibili.

Agnes vive ciò che ha intorno sintonizzandosi col respiro della natura, degli animali, conoscendo le proprietà delle erbe, che usa inizialmente per curare una ferita sulla fronte di William. Diversa da ogni altra donna vicina a lei, continua a seguire gli insegnamenti di sua madre, la vera madre, scomparsa quando era ancora una bambina. William, figlio di un guantaio ma con lo sguardo volto verso altri orizzonti, trova nella libertà di Agnes una fonte d’ispirazione.

Durante il loro secondo incontro le racconta una storia, la leggenda di Orfeo ed Euridice. In qualche modo tale condivisione mette le basi per una relazione che trascende ciò che è terreno, che si affida alla magia: non la magia di cui la gente ha paura, mentre sussurra che Agnes sia una strega, una magia nata dalla sintonia tra i due. L’errore di un Orfeo che si gira per guardare la sua amata, perdendola così per sempre, viene ricodificato come un riconoscimento profondo, che trascende il visibile, definendo il linguaggio del loro amore.

È sempre attraverso lo sguardo di due autrici contemporanee, Zhao e O’Farrell, che percepiamo la lettura dei fatti, e forse è per questo che l’amore tra i due appare anche incredibilmente moderno. Quando William è in crisi, davanti a una manciata di candele e parole informi tracciate con inchiostro e sudore, Agnes capisce che deve perseguire il suo sentire, nonostante abbiano già una bambina, Susanna. William è nato per raccontare storie, storie che non hanno ancora una forma precisa, ma che sono destinate a diventare eterne. È così che William va a Londra a lavorare, iniziando ad alternarsi tra la città e la casa della sua famiglia, un’idilliaca oasi di pace dove Agnes vive serena con i suoi figli, nel frattempo diventati tre, dopo la nascita dei gemelli Judith e Hamnet.

Prima e dopo

Hamnet è un film che si divide in due parti nette: quella dell’inconsapevolezza, del presagio non realizzato, della felicità, e quella della rivelazione, della trasformazione del lutto, della rinascita. L’evento che si pone nel mezzo di queste due facce della stessa storia è la morte di un figlio, il piccolo Hamnet, che avrebbe voluto recitare da grande nella compagnia del padre, che sua madre aveva “visto” su un palco predicendo un futuro che si realizzerà, ma in modo diverso da quello pronosticato. Prima è la foresta, la casa come rifugio sicuro, la famiglia unita, dopo sono individui spezzati, danneggiati in modo irreversibile, la città dove si propaga la peste, la folla.

Nella tragedia della morte del bambino, Hamnet è un’opera che ricerca gli esseri umani dietro alla mitologia, William e Agnes, prima ancora che diventassero il Bardo e sua moglie raccontati in documenti, libri, analisi. Quell’amore tra i due, così profondo e colmo di rispetto, e il rapporto tra i tre fratelli, legati ai loro genitori e cresciuti dove fantasia e realtà si sono sempre incontrate, non sono che pretesti, per arrivare a ciò che renderà immortale una vicenda familiare, a ciò che secondo O’Farrell portò alla genesi di Amleto, dove la vita e la morte si fronteggiano e dialogano tra loro dall’inizio alla conclusione.

La messa in scena di Chloé Zhao si avvale di prospettive immaginifiche, come il limbo velato in cui il piccolo Hamnet rimane intrappolato, e di colori simbolici, affidati ai vestiti indossati da Jessie Buckley; che sono sfumature di sangue, tessuti pulsanti. Qui le interpretazioni dei due protagonisti diventano dolorosamente fisiche, laceranti, ma benché urla e sofferenze somatiche possano portare a varie candidature all’Oscar non è per questo che i due attori lo meriterebbero. A rendere indimenticabili i loro personaggi è la malinconica verità trasmessa attraverso i loro occhi e i gesti più impercettibili che compiono.

Jacobi Jupe stars as Hamnet, Bodhi Rae Breathnach as Susanna and Olivia Lynes as Judith in director Chloé Zhao’s HAMNET, a Focus Features release.

Credit: Agata Grzybowska / © 2025 FOCUS FEATURES LLC

Il senso di tutto, celebrato su un palco

Non a caso all’inizio ci viene detto che “Hamnet” e “Hamlet” venivano considerati lo stesso nome. Nella comprensione di questo incipit risiede il significato più profondo del film: una storia personale si trasla nel totale, il lutto si trasforma nella celebrazione della vita. È possibile che nell’interpretazione data, molti rimangano interdetti, perché ciò che stanno guardando non è la verità ma la ricerca di una vicinanza, tra passato e presente, tra la poesia, le parole e le emozioni del passato, e la poesia, le parole e le emozioni del presente.

Il “dopo” descritto poco fa è quello che viene onorato sul palco del Globe, dove avviene la prima messa in scena di Amleto. Lì, in mezzo agli altri spettatori, ci sono Agnes e suo fratello (Joe Alwyn). Solo un momento prima il nome per intero del drammaturgo viene pronunciato ad alta voce, William Shakespeare, prima non lo avevamo mai sentito. Sapevamo perfettamente di cosa parlasse il film, eppure è come se dopo quasi due ore si illuminasse il senso dell’operazione in atto.

Agnes inizialmente si arrabbia, vedendo il nome del figlio strumentalizzato per uno spettacolo, ma arriva a capire, durante lo svolgimento, che ogni dettaglio, ogni riferimento, compreso il fondale dipinto di una foresta verde smeraldo, racconta la loro vita, nei momenti più dolorosi, come in quelli più lieti, e che William ha trasformato la tristezza, lo sconforto, la voglia di farla finita, in un’arte capace di smuovere chi è presente, visceralmente.

Quella messa in scena stabilisce un contatto così forte che Agnes non può astenersi dal toccare l’attore che sul palco interpreta un Amleto morente. Il gesto di una madre, diventa la partecipazione del pubblico. La vita si contamina all’arte e l’arte torna a essere vita. Non è forse questo il senso che ininterrottamente perseguiamo come esseri umani? Ancora una volta la sensibilità di una regista come Chloé Zhao si riversa in un film che tenta, con successo, di raccogliere “il tutto”.

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RASSEGNA PANORAMICA
Voto
9
Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.
hamnet-film-chloe-zhao-paul-mescal-jessie-buckley-recensioneNon a caso all'inizio ci viene detto che "Hamnet" e "Hamlet" venivano considerati lo stesso nome. Nella comprensione di questo incipit risiede il significato più profondo del film: una storia personale si trasla nel totale, il lutto si trasforma nella celebrazione della vita.