Hill of Vision
Hill of Vision, L’incredibile storia di Mario Capecchi: da vagabondo a Nobel per la Medicina

Hill of vision è l’ultimo film di Roberto Faenza, disponibile nelle sale da oggi, interamente dedicato all’infanzia del premio Nobel Mario Capecchi.

È da molto tempo che il regista lavora a questo lungometraggio. Anni che hanno richiesto massima rielaborazione da parte del cineasta e che gli hanno permesso di poter condividere momenti accanto al vero Mario Capecchi, ormai ottantaquattrenne.

Il lavoro di sceneggiatura ha messo a dura prova i ricordi del premio Nobel, invitandolo a scavare nei pensieri più lontani e drammatici. Ciò che è avvenuto, per lui, non è stata un’immersione nei luoghi d’infanzia, ma nei luoghi dell’anima, e gli snodi della narrazione raccontano proprio di questo.

La trama

Durante la Seconda guerra mondiale, in Alto Adige, Mario ha quattro anni e si ritrova solo, esattamente quando la madre viene arrestata dai fascisti. Il bambino trascorre tutta la sua infanzia per strada vivendo di espedienti. Finita la guerra, lui e sua madre, per miracolo, si ritrovano e ricominciano una nuova vita in America, presso la comunità Quacchera Hill of Vision.

Il piccolo Mario fatica ad inserirsi in questa nuova realtà, fino a quando non scopre, grazie agli zii, la passione per la scienza che gli consentirà di diventare il premio Nobel per la medicina nel 2007.

Hill of Vision, L’incredibile storia di Mario Capecchi: da vagabondo a Nobel per la Medicina

La “NON” incredibile storia di Mario Capecchi

Roberto Faenza, raccontando l’infanzia insidiosa di Mario Capecchi, ha voluto infondere un messaggio di speranza. La storia di un bambino, che a soli quattro anni, vive un momento di abbandono e spaesamento. Costretto a doversi procacciare cibo e dover sopravvivere in tempo di guerra, senza che tutto ciò potesse intimorirlo, ma anzi, che lo conducesse alla strada del sapere e della conoscenza. Portandolo fino a Stoccolma.

Ciò che voleva comunicare il regista è chiaro: se ce l’ha fatta lui, nonostante le difficoltà, ce la possono fare tutti.

Peccato che questa speranza mi sia arrivata in modo poco incisivo e dirompente.

Dov’è finito l’amore per la scienza? Il ragazzo, come ha raggiuto la consapevolezza di voler vivere di medicina? Roberto Faenza non lo racconta. Ci viene mostrato un Mario Capecchi fanciullo, che in tutta la sua disgrazia, riesce a salvarsi dalle macerie materiali ed emotive, ricostruendosi una vita dall’altra parte del Mondo. Ammirevole, commovente, ma non è abbastanza. Della “straordinaria” storia di un futuro premio Nobel nemmeno l’ombra, nemmeno l’accenno di una provetta caduta e frantumata in mille pezzi sul pavimento.

Il paradossale approfondimento del suo avvicinamento al mondo del wrestling, per poter dimostrare di aver acquisito disciplina ed essere riammesso a scuola, è del tutto irrilevante e addirittura forviante. Non ci si ricorda nemmeno il perché gli sia stato conferito il Nobel. La spiegazione data dalla regia, sulla scelta di aver incentrato tutta la narrazione esclusivamente sull’infanzia di Mario Capecchi, non è risolutiva. Non basta raccontare della difficoltà e dello smarrimento. Ciò di cui la sceneggiatura è carente, è il narrare di come il protagonista si sia servito del suo dolore e della sua sofferenza, per diventare un genio della scienza al livello internazionale.

In breve

Per quanto la regia e la sceneggiatura siano state rielaborate anche dal diretto interessato (Mario Capecchi), il film non restituisce il giusto pathos, la giusta emozione folgorante. È l’ordinaria storia, vista e rivista (e forse fin troppo romanzata), del giovane reduce di guerra, che torna, questa volta non in Patria, e che è grato di esserci tornato vivo. Ma della passione per la scienza e di come Mario Capecchi abbia guidato la sua rabbia, rendendola materiale da cui trarne nuova linfa, per correre verso la via del Nobel, non c’è traccia.

Una “straordinaria” vita, purtroppo non avvincente e che lascia l’amaro in bocca.

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Annamaria Martinisi Author FRAMED Magazine
Sono il risultato di un incastro perfetto tra la razionalità della Legge e la creatività del cinema e la letteratura. La mia seconda vita è iniziata dopo aver visto, per la prima volta, “Vertigo” di Hitchcock e dopo aver letto “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain. Mi nutro di conoscenza, tramite una costante curiosità verso qualunque cosa ed il miglior modo per condividerla con gli altri è la scrittura, l’unico strumento grazie al quale mi sento sempre nel posto giusto al momento giusto.

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