
Il tradimento delle immagini è il vero titolo della celebre opera di René Magritte: Ceci n’est pas une pipe, ma solo la rappresentazione della pipa. Un’illusione grafica e semantica. Il tradimento delle immagini è un po’ però anche ciò che accade ogni volta che si accende una macchina da presa, scegliendo cosa mostrare e cosa no; cosa decontestualizzare ed estetizzare in nome di un progetto e di una visione. È ciò che accade con Ho visto un re di Giorgia Farina.
Siamo nel 1936. In una piccola provincia laziale di fantasia viene deportato e imprigionato un ras etiope (Gabriel Gougsa), rinchiuso nella gabbia del pavone nel giardino del Podestà (Edoardo Pesce). Vedendo però in lui l’eroe Sandokan, il piccolo Emilio (Marco Fiore) stringe amicizia con il ras e lo aiuta nella fuga quando le cose si mettono male.
Il problema dello sguardo
Le intenzioni del film sono già nel titolo. Ho visto un re significa che il principe, il ras, è l’oggetto inerme del nostro sguardo. Non è il protagonista. Solo Emilio lo è. Ed Emilio siamo noi. Siamo noi spettatori che ci proteggiamo moralmente immedesimandoci nello sguardo innocente di un bambino, provando a escludere e ridicolizzando il contesto in cui il film è ambientato.
Ricordiamolo, però, il vero contesto. La Guerra d’Etiopia iniziò il 3 ottobre 1935 e finì ufficialmente il 5 maggio 1936 (si continuò a combattere però per tutta la guerra mondiale, fino al 1947), dopo che l’esercito fascista riuscì a entrare nella capitale Addis Abeba. Fu un conflitto simbolico – e decisamente impari a livello di armi, anche chimiche – usato come propaganda dal regime. Lo scopo era la creazione di una colonia di popolazione, in apartheid. L’impero etiope organizzò in seguito una forte resistenza attraverso la guerriglia partigiana degli arbegnuoc (i patrioti) e proprio in questo periodo si verificò la strage di Addis Abeba, ricordata più correttamente come Yekatit 12. Fu una rappresaglia, tra il 19 e il 21 febbraio 1937, dovuta a un attentato (fallito) contro il viceré Rodolfo Graziani.
Yekatit 12
Yekatit 12 è dunque il giorno che corrisponde nel calendario italiano al 19 febbraio 1937. Ed è il nome con cui si ricorda la brutale operazione italiana che provocò circa 19.000 vittime etiopi in 48 ore. Da circa 20 anni si parla di renderla il “Giorno della memoria in ricordo delle vittime africane durante l’occupazione coloniale italiana”, però quella proposta di legge del 2006 si arenò con la caduta del governo Prodi.
Di questo né il cinema né i libri di storia parlano mai.
Ed è fin troppo comodo. È comodo impostare una storia dentro lo sguardo innocente di un bambino, dimenticando – o preferendo non raccontare – la storia di sangue che è stata il fascismo. È comodo riderne, per allontanare da sé l’idea e la consapevolezza; farsene beffa con qualche battuta ben costruita di Edoardo Pesce. Sarà pure comodo, ma non è giusto.
Perciò questa non è una recensione di Ho visto un re. Il film guardatelo, commentatelo, vivetelo per come è stato pensato: una favola di buoni sentimenti, colorata e vivace, ironica persino (che non guasta mai). Non pensate nemmeno per un momento, però, che sia verità. Le guerre coloniali erano tutt’altro, e forse prima di rielaborarle con la fantasia dovremmo studiarle.
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