
Hokum, horror di Damian McCarthy con Adam Scott protagonista, è al cinema dal 5 agosto.
Cosa rende grande Edgar Allan Poe? Certo, con buona pace di Mary Shelley e Bram Stoker, è Poe il vero padre della letteratura gotica, o quantomeno il suo autore più prolifico. Ma il genio dello scrittore di Boston sta nell’aver saputo rivelare e mettere a nudo le ansie di una società e umanità a tout court: con l’arrivo inarrestabile della modernità e l’arrivo da lì a poco della psicanalisi, Poe aveva costretto i suoi lettori a guardare in faccia gli spettri dell’instabilità psicologica, l’ambiguità morale della società in cui viviamo, il lutto, la colpa e la (fallace) idea che la nostra razionalità e intelletto possano controllare la realtà che ci circonda.
Ora, come rendere un bagaglio del genere sul grande schermo? Spiace ammetterlo, ma Roger Corman, che ha firmato ben otto adattamenti dello scrittore assieme all’attore feticcio Vincent Price per il grande schermo, Poe non lo aveva capito, realizzando dei film che più che al dramma psicologico si avvicinavano a spettacoli del Grand Guignol per il cinema.
Più recentemente, il regista Mike Flanagan era quasi riuscito nell’impresa con la serie antologica La caduta della casa degli Usher (2023), poi modernizzata in una morality tale sulla maledizione del capitalismo. Ancora più recentemente, si è fatto avanti nella scena horror irlandese e internazionale Damian McCarthy, che pur non adattando direttamente le opere di Poe, ne ha fatta sua la lezione: già noto agli amanti del genere per la sua maestria nel creare film horror d’atmosfera con al centro la psiche dei suoi personaggi (spesso protagonisti corrosi dalla colpa e dall’ansia), il regista ha firmato pellicole che combinano un senso di disagio psicologico con una narrazione visiva algida e attenta.
Dopo l’esordio Caveat (2020), passando per Oddity (2024), McCarthy arriva al cinema con il suo terzo film Hokum (2026), ancora una volta girato nella contea natale di Cork, in Irlanda.
Presenze rivelatrici
Ohm Bauman (Adam Scott) è uno scrittore statunitense di successo. Un successo che però non riesce a godersi: brusco e nichilista, Ohm fatica a completare l’ultimo capitolo della sua fortunata saga, “Conquistador”. Dopo aver intravisto il fantasma di sua madre (morta in un misterioso incidente domestico), l’uomo decide di recarsi al Bilberry Woods Hotel, nella campagna irlandese, dove i suoi genitori avevano trascorso la luna di miele, per spargere le loro ceneri e forse uscire dal suo blocco creativo.
Il personale dell’hotel comprende l’inquietante e paraplegico proprietario Cob, suo genero e addetto alla reception Mal, il burbero giardiniere Fergal, la simpatica barista Fiona e il fattorino con aspirazioni da scrittore Alby. Ohm si mostra sprezzante nei confronti del personale, ma si affeziona subito alla gentile Fiona e stringe amicizia con Jerry, un abitante del posto che vive nel suo furgone e beve spesso latte con funghi allucinogeni. L’albergo conta pure una suite nuziale chiusa a chiave e che si dice sia infestata da una strega locale, la Cailleach, dedita a rapire le sue vittime e condurle incatenate in un viaggio attraverso gli inferi, dove i malcapitati vengono dilaniati dalle anime che vi abitano.
Fra traumi passati e presenze oscure, Ohm sarà costretto a fare i conti con verità che ha cercato di seppellire per tutta la vita, e con ciò che quella stanza, dopo anni di silenzio, sembra finalmente pronta a rivelare.
Paura d’autore
Hokum è (ancora una volta per quanto riguarda la filmografia di McCarthy) un film atipico: nella cornice di una storia folk horror, il regista irlandese realizza un horror psicologico esemplare, costruito su un gioco di spazi e colori claustrofobici. Come per i suoi precedenti film, l’aspetto sovrannaturale diventa un pretesto, un canovaccio per esplorare gli aspetti quotidiani più terrificanti del nostro esistere, come la colpa, la depressione, l’assenza di morale, la solitudine e la malvagità dell’uomo comune.
Il film si muove a metà fra il sovrannaturale e lo psicologico, maneggiandone gli elementi ma senza farli mai veramente propri, finendo per tradire una certa indecisione sui generi. Un “difetto” che sembra inseguire tutti i suoi film, ma che denota quantomeno una “politica d’autore” da parte di McCarthy, che piano piano si sta costruendo intorno un circolo di numerosi fan tra gli amanti del cinema di paura. Se questo è quello che l’horror irlandese ha da offrire, ben venga: Damian McCarthy è un nome da tenere presente.
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