Michael Gandolfini ne I molti santi del New Jersey. Credits: Warner Bros.

Impossibile dimenticarseli, I Soprano. Tra le serie TV che hanno cambiato il concetto di serie TV, a cavallo di due millenni. Per molti, la migliore in assoluto, per il New York Times «la più grande opera della cultura pop americana dell’ultimo quarto di secolo». Altrettanto impossibile, anche per qualità e impatto del finale (chi ha visto sa) scriverne un degno seguito.

Al massimo, si può tornare indietro. Indagare il prima degli eventi narrati nelle sei stagioni. Prima che il Tony Soprano del compianto James Gandolfini diventasse il malavitoso protagonista delle 86 puntate. Ampliando e approfondendo il passato dei personaggi, raccontandoci quelli che aleggiavano nei loro ricordi e altri che non sospettavamo. È la sfida del film prequel I molti santi del New Jersey (The Many Saints of Newark). E non è, comunque, una sfida facile.

Quei Molti santi prima di Tony Soprano

Michael Gandolfini e Alessandro Nivola ne I molti santi del New Jersey. Credits: Warner Bros.

1967. Anthony Soprano, il futuro boss (di mezza tacca) sotto stress è solo un bambino, e non è (ancora) il protagonista della storia. Al centro abbiamo invece Dickie Moltisanti (Alessandro Nivola) che, già dal nome, dovrebbe far squillare la memoria storica di chi ha seguito la serie. Sì, è proprio il padre di Chris Moltisanti (Micheal Imperioli), amato-odiato nipote-figlioccio di Tony. Talmente instabile che quest’ultimo (spoiler: da qui in poi saranno inevitabili) lo soffocherà in una delle ultime puntate facendolo passare per un incidente. Ed è letteralmente dalla tomba che Chris/Imperioli ci parla, facendosi macabro e (auto)ironico narratore della parabola di suo padre Dickie e dello stesso Tony.

E Dickie, a ben vedere, è un (im)perfetto Tony Soprano di trent’anni prima. Circondato da amici-nemici, parenti infidi, “cummari” insoddisfatte, alleati-galoppini recalcitranti che diventano spietati avversari. Tra questi, c’è il co-protagonista/antagonista della vicenda, Harold McBrayer (Leslie Odom Jr.) che, mentre esplode la protesta per i diritti degli afroamericani, è stufo di essere trattato come il “facchino” del bianco Moltisanti. Lo sfondo storico è quello delle rivolte di Newark del ’67, e le tensioni etniche diventeranno anche sanguinosa guerra tra bande. Ma, come sarà per Tony, il peggior nemico di Dickie è se stesso. La rabbia e la frustrazione che cova dall’infanzia, e che da piccolo capo adulto lo porteranno a distruggere (quasi) tutto ciò che ha intorno.

Le radici di un (anti)mito

Un’immagine de I molti santi del New Jersey. Credits: Warner Bros.

Come nei Soprano, sono i funerali a scandire le esistenze grottesche dei Molti santi. Così come gli eventi e i passaggi di consegne del film sono le premesse di tanti altri funerali che vedremo (anzi, che abbiamo già visto). E se un’opera di due ore, rispetto alle quasi cento che furono, non può collocarsi che come semplice appendice di quel capolavoro della serialità, nondimeno il lavoro funziona. E in effetti non è stonato, per l’affresco di mafia più psicanalitico di sempre, soffermarsi sul passato. L’operazione nostalgia, non a caso, porta la firma degli autori della serie. Dalla sceneggiatura del creatore David Chase (con Lawrence Konner) alla regia di Alan Taylor, Premio Emmy proprio per l’episodio della morte di Chris, Veglie funebri.

Non solo dunque un caleidoscopio di riferimenti e comparsate dei (giovani) futuri protagonisti, da Carmela al vanesio Paulie Gualtieri. Non solo caratterizzazioni coerenti, psicologicamente e fisicamente (dal Michael Gandolfini/Tony adolescente alla Livia di Vera Farmiga). Ma anche, e soprattutto, coerenza con quello che ha fatto de I Soprano la (grande) serie che è. Ovvero, un modo di raccontare i gangster (non solo) italoamericani, presenze ambigue quanto determinanti dell’immaginario filmico americano, radicalmente demitizzante. Sulla scorta, a onor del vero, di Scorsese (più che di Coppola) e dei suoi Goodfellas. Da cui proviene Ray Liotta, qui in un riuscitissimo doppio ruolo, padre ingombrante di Dickie e gemello detenuto che diviene confidente-coscienza critica del protagonista. Un po’ come lo sarà la dottoressa Melfi/Lorraine Bracco per il diversamente maturo Tony.

Di mafie, di maschere e di infelicità

Le famiglie Soprano e Moltisanti in una scena de I molti santi del New Jersey. Credits: Warner Bros.

Demitizzare i mafiosi, dunque. Tutt’altro che facile, dopo gli Scarface classici e postmoderni o l’epica familiare del Padrino di cui continuano a nutrirsi le Gomorra di oggi. Nessun moralismo, beninteso, solo una constatazione. È sempre stato arduo per il cinema (statunitense in particolare) non far assurgere i malavitosi al rango di potenti (anti)eroi tragici. Perché essi rappresenta(va)no troppo bene non il contraltare, ma l’esasperazione parossistica di quei valori, dall’individualismo alla competizione al familismo, di cui è intrisa tuttora la cultura americana (e non solo).

I Soprano, memore di Scorsese, l’aveva capito. Ma, anziché raccontare la terribile grandezza di quel mondo (che un po’ è anche il nostro), ne ha vivisezionato lo squallore quotidiano. Rendendone i figuranti mai così tridimensionali, per farne lo specchio incattivito delle nostre miserie, più che delle nostre passioni. Delle nostre depressioni, ansie, impotenze. Della nostra irrimediabile infelicità, almeno nel sistema in cui viviamo.

Tutto questo, fortunatamente, c’è (anche) ne I molti santi del New Jersey. Inevitabilmente compresso e difficile da cogliere appieno senza appoggiarsi all’immaginario edificato dalla serie. Nondimeno, presente come filigrana di ogni passaggio del macabro e beffardo Carnevale di Newark. Dove le maschere sono quelle di santi e padrini, zii e genitori, mogli e amanti. E i volti sotto sono quelli di diavoli tiepidi, sconfitti, soli. In questo film o negli episodi che verranno. Che sono già avvenuti.

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