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I sipari si riabbassano sull’Italia delle mille contraddizioni

[…] “Sono sospesi gli spettacoli aperti al pubblico in sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche e in altri spazi anche all’aperto”

Recita così il Dpcm del 24 ottobre 2020, firmato dal presidente Giuseppe Conte ed entrato in vigore oggi.

In una frase al punto M (lungi dall’essere una priorità), poche righe, è contenuto il destino (almeno fino al 24 novembre) di alcuni fra i settori artistici del Paese.

Nello specifico vorrei parlare di quel settore da sempre (e per mille motivi anche ingiustamente) considerato “di nicchia”, un po’ snob, un po’ defilato, estraneo (a conti fatti) soprattutto a chi ci governa.

Il settore dello spettacolo dal vivo è in crisi da anni, ferito dalla mancanza di una regolamentazione chiara e puntuale, dal mancato riconoscimento delle professioni che lo compongono e (ultimo in chiave cronologica) dai mesi di lockdown di totale chiusura.

I primi a chiudere a fine febbraio, fra gli ultimi a riaprire (simbolicamente) a metà giugno, in questi lunghi mesi di incertezza e ristrettezza (non solo economica), i teatri di tutta Italia si sono rimboccati le maniche per ripartire, con azioni concrete e strutturate.

Rispettando appieno i protocolli messi in atto per la tutela della salute, mantenendo vivi i rapporti con gli spettatori, riprogrammando gli spettacoli sospesi, avviando nuovamente l’attività di produzione malgrado la profonda incertezza del futuro imminente.

Futuro che ha nuovamente rimescolato le carte in tavola rendendo vani mesi e mesi di lavoro, con conseguente impiego di forze economiche e non solo. I toni del mio intervento sarebbero stati diversi se la decisione di chiudere i teatri fosse arrivata dopo un’evidente manifestazione di come la curva dei contagi fosse significativamente cresciuta in questi luoghi, ma così non è, anzi al contrario.

Teatri luoghi sicuri

Dati alla mano, il comunicato dell’AGIS – Associazione Generale Italiana dello Spettacolo sulla sicurezza nei luoghi di spettacolo, riscontra che su 347.262 spettatori in 2.782 spettacoli monitorati fra lirica, prosa, danza e concerti con una media di 130 presenze per ciascun evento, nel periodo che intercorre fra il 15 giugno (data di riapertura dopo il lockdown) e il 10 ottobre, si sia registrato solo un caso positivo al Covid-19, in base ai dati delle ASL territoriali.

Ciò fa del settore un vero e proprio esempio “virtuoso” della gestione degli spazi pubblici in epoca di pandemia. Eppure, il nuovo Dpcm ha cancellato con un colpo di spugna tutto il lavoro per la ripartenza autunnale delle stagioni teatrali, abbassando quei sipari che aprono “la finestra del sogno”, come ha accoratamente detto l’attore Francesco Colella sul palco del Teatro Argentina di Roma ieri pomeriggio.

L’arte dimenticata

Ciò che spaventa più di ogni altra cosa, è la facilità con la quale si rinuncia all’arte, considerandola (nei fatti) qualcosa di superfluo, di facilmente accantonabile. Essendo chiaro agli occhi di tutti che, ad oggi, ci sono settori molto più pericolosi per l’andamento del contagio, di teatri o cinema. Non riconoscendo la dignità che spetta al settore artistico, non si riconosce nemmeno la profonda influenza positiva che esso (in tutte le sue declinazioni) ha in chi ne fruisce.

Senza teatro, arte fra le più antiche, forgiata sulle pietre della democrazia greca, non c’è pensiero, non c’è evasione dalla (oggi più che mai triste) realtà, non c’è speranza, non c’è vita.

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Tag:, , , , , Last modified: 5 Dicembre 2020
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