“Sai che giocatore sarei stato se non avessi conosciuto la cocaina?”, domanda Maradona a Emir Kusturica non riuscendo a impedire che gli occhi s’invadano di lacrime. Che però non escono.

“Oggi ho smesso, ma è tardi per molte cose che mi sono perso. Mi possono dire che sto meglio di prima. Ma nessuno sta dentro di me, lì dove sto male veramente. Io sono la mia colpa e non posso rimediare”.

Parole di una confessione che il grande regista strappa al più grande calciatore di sempre, un artista dello sport, uno dei simboli della Storia. Colui che è stato capace di vincere una guerra vincendo una partita.

Ma, in fondo, anche un uomo,

Sembrava il personaggio di un film sulla rivoluzione messicana, più che il miglior calciatore di tutti i tempi”, dice Kusturica guardandolo e mostrandocelo, “sembrava uscito da un film di Sergio Leone o di Sam Peckinpah che, dopo aver salutato qualche signora, entra dentro una stanza portando l’odore della polvere da sparo della rivoluzione. Ero sicuro di una cosa: se non fosse diventato un calciatore, sarebbe stato un rivoluzionario. Perché non aveva bisogno di incentivi esterni per gettarsi nella mischia, era rivoluzionario dentro”.

Il ritratto di Kusturica è perfetto: strappa il mito dall’essere umano, schernisce l’idolatria per dimostrare come il suo peso abbia spinto alla dissoluzione del corpo in favore della “santità” in terra.

Kusturica ha di fronte un mito che sa di essere mito e ne deve narrare la vita. Ma non c’è finale migliore dell’inizio di tutto: un ragazzino gracile che palleggia senza staccare mai il pallone dal corpo, solo, nel bianco e nero della pellicola, senza tifo, senza sirene, senza musica. Soltanto il rumore i quel pallone che non smette mai di rimbalzare.

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Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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