Il mio anno di riposo e oblio

Finalmente stavo facendo qualcosa che aveva davvero senso. Dormire mi sembrava produttivo, come se qualcosa venisse risolto. Sapevo in fondo al cuore – e questa era forse l’unica cosa che sapevo in quel periodo – che se fossi riuscita a dormire abbastanza sarei stata bene. Mi sarei sentita rinata, nuova.

Caso letterario del 2018, pluripremiato dalla critica estera, il secondo romanzo della scrittrice americana Ottessa Moshfegh, arrivato nel Bel Paese nella primavera del 2019, (ed. Feltrinelli) è un diario introspettivo e maniacale di poco più di 300 pagine in cui, a discapito del titolo, ne succedono di ogni.

Cosa può spingere una giovane ragazza benestante e orfana a cercare di “resettare” totalmente la sua esistenza con tranquillanti e narcotici vari?

L’anno appena trascorso per certi versi ci ha messo davanti a noi stessi, ci ha costretti a far i conti con una “segregazione” forzata a casa, il luogo ovattato e protetto dove, a causa di un nemico invisibile, siamo stati giorni e notti intere. E non è ancora finita.

Proprio per questo motivo, leggere Il mio anno di riposo e oblio durante la seconda (e furente) ondata del Covid19 significa quasi avercela a morte con la protagonista, che sceglie deliberatamente di “scomparire” dalla faccia della terra e dal proprio stato di veglia. Però significa anche riconsiderare le proprie priorità rispetto ad un mondo interconnesso e sempre in corsa verso qualcosa.

Quel perenne movimento che circonda gli esseri umani in ogni dove, quella spinta mentale e fisica che causa danni (visibili o meno) sotto il famigerato nome di stress, è quello che la protagonista di questo romanzo non vuole più.

Ottessa Moshfegh

Stream of consciousness e sguardi sulle relazioni umane

Per scoprirne il motivo si “divorano” pagine e pagine di flusso di coscienza alternato agli unici accadimenti che sconvolgono la routine così statica, le visite di Reva, unica amica a cui la ragazza (di cui non sapremo mai il nome) apre la porta di casa durante i rari momenti di “emersione” alla realtà.

Hobby “anestetizzante” della protagonista, i film anni ’80 con la mitica Whoopi Goldberg, alter ego nella fantasia della ragazza che vive in un elegante appartamento ereditato nell’Upper East Side, a Manhattan. Sigarette, cibo spazzatura, e sporadiche uscite a tratti pericolosi per l’effetto “buco nero” dell’Infermitol chiudono il quadro di un libro che si legge tutto d’un fiato, scavando nell’anima della protagonista.

Un libro che regala chicche sottoforma di riflessioni esistenziali, sulla natura dei rapporti umani e sul bisogno (consapevole o meno) di essere amati.

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Nata nella terra dove il fuoco dell’Etna incontra il limpido Mar Mediterraneo, l’arte è da sempre la mia passione, in tutte le sue declinazioni. Da piccola mi piaceva leggere, guardare film di ogni genere, scrivere racconti e poesie, girare per musei, ma è solo varcando per la prima volta la porta di un teatro che ho capito la mia vocazione. “Crescendo e cercando”, ho scelto di frequentare il corso di laurea in scienze della comunicazione. Nel frattempo il teatro mi ha nutrito e ha occupato tutto il mio tempo libero. Decisi di fruirne a 360 gradi, non solo “facendolo” studiando in un’accademia e portando in giro per l’Italia spettacoli con diverse compagnie, ma anche vedendolo, vivendolo da spettatrice e, con il tempo, da redattrice. Finita la triennale non ebbi dubbi: emigrai in quel di Bologna per specializzarmi al Dams e iniziai a collaborare con diverse testate giornalistiche, venendo ospitata in vari festival e convegni. L’arte cambia con la società e ci si specchia dentro. Il teatro ne coglie gli umori, e li trasferisce al pubblico nel celeberrimo qui e ora che non teme (perché non ha) paragoni con nient’altro.

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