Il piacere è tutto mio (Good luck to you, Leo Grande)
Credit: ©Bryan Mason

Good Luck to you, Leo Grande – questo il titolo originale di Il piacere è tutto mio, è già il primo elemento da cui partire per capire che l’amara commedia di Sophie Hyde non è il racconto di un amore, se non quello per se stessi. È esattamente la battuta di commiato, recitata da una sempre splendida Emma Thompson al suo co-protagonista Daryl McCormack (che se avete visto Peaky Blinders ricorderete sicuramente) in questo two-hander che è un gioco fra appunto due soli interpreti in scena. Sei parole in cui sono racchiuse la tenerezza, la gioia e la tristezza che si provano di fronte a un evento che ci cambia per sempre, ma di cui fin dall’inizio abbiamo intravisto la fine.

L’incontro fra Nancy Stokes (Thompson) e Leo Grande (McCormack) funziona proprio così, già dal principio. Lei è una vedova, ex insegnante di religione che, sia per ritrosie personali sia per una vita matrimoniale monotona, non ha mai davvero esplorato la sua sessualità. Lui è un sex worker giovane, bellissimo e premuroso (quasi troppo per essere vero). Nancy lo contatta per trascorrere una notte intera insieme, ignara ancora di dover fare i conti con le sue stesse resistenze. Quella che avrebbe dovuto essere una sola esperienza irripetibile si trasforma così in quattro appuntamenti in cui Nancy impara molto più su di sé di quanto si sarebbe mai immaginata.

Un passo a due senza pubblico intorno

Che siamo a Londra è intuibile da pochissimi elementi, al di là dell’indizio più grande che è l’identità di un mostro sacro britannico come Emma Thompson e alcune scene iniziali a Norwich. L’intero film avviene infatti all’interno della camera di albergo in cui si incontrano Nancy e Leo. È il “cinema in una stanza”, che non si affaccia mai all’esterno, che amplifica ogni sensazione all’interno e che non dà la possibilità di sapere chi siano i due personaggi fuori da quello spazio. È un patto silenzioso, per cui le loro stesse identità rimangono fuori dalla porta: i loro veri nomi, le loro storie, le loro paure e preoccupazioni. O almeno è quello che vorrebbe Leo. Nancy, invece, è così terrorizzata dall’idea di vivere il momento e di inseguire i propri desideri, anche quelli più fisici, da non riuscire a lasciarsi andare senza sapere qualcosa di più.

Un corpo imprigionato e liberato

La maggiore resistenza a Il piacere è tutto mio a volte è la stessa protagonista, una donna logorata dal suo Io giudicante. Desidera un rapporto con l’uomo che ha di fronte, ma indietreggia appena sente quel desiderio concretizzarsi sulla sua pelle, tanto ne è spaventata. Il conflitto che si crea fra le convenzioni a cui è abituata e la libertà che si muove al di sotto, impaziente, è forse il motore dell’intero film, ciò che convince Leo a restare, ciò che interessa al pubblico guardare, anche quando le reazioni di Nancy appaiono fin troppo bigotte, soprattutto agli occhi dei più giovani.

La fluidità e la consapevolezza di un late millennial, più vicino alla GenZ, come è in questo caso Leo/McCormack stride fortissimo in alcuni momenti con l’idea stessa di sex work che hanno le generazioni precedenti. Nancy è tormentata dall’eventualità di contribuire allo sfruttamento di un corpo per il proprio piacere, il che non è solo fastidioso perché a ruoli di genere invertiti non ci si porrebbe il problema, ma anche perché non si capacita di come un ragazzo escort possa essere così sereno e in apparenza privo di problemi personali, per scegliere liberamente il sex work.

Si apre qui una parentesi, che vera parentesi non è ma di fatto rappresenta l’altra metà del film, sul co-protagonista maschile. Leo Grande, come si intuisce presto, è infatti una maschera, affascinante e sorridente, ma non del tutto sincera. Rappresenta una perfetta fantasia, che si adatta alle esigenze altrui, perdendo volutamente se stesso. Sarebbe un errore considerarlo un elemento di contorno alla storia di Nancy, tanto che la regia gli dedica la prima e l’ultima inquadratura, sottolineando quanto questa storia sia anche sua. Lui è la leva attraverso cui Nancy trova il coraggio di liberare se stessa, ma è anche un personaggio a sé, con le sue paure e le sue ombre, che l’insistenza di Nancy fa riemergere costringendolo ad affrontarle.

Il loro è un rapporto cinematografico affascinante, fatto di alti e bassi, avvicinamenti e allontanamenti, contrasti evidenti e concentrati in un unico spazio a volte soffocante, a volte esilarante. Una volta che si riesce a oltrepassare l’unico vero nodo, ossia quel senso di superiorità morale della protagonista che è in realtà un senso di profonda insoddisfazione da cui lei stessa capisce di doversi allontanare, Il piacere è tutto mio diventa anche un’importante lezione per le donne di qualsiasi età. È una rivendicazione e una riappropriazione fisica e mentale, dell’interezza femminile, di fronte a uno specchio, lontano da tutto, lontano dai ruoli sociali e da altri sguardi, soprattutto maschili.

Il piacere è tutto mio è stato presentato a gennaio 2022 al Sundance, arriva nelle sale italiane il 10 novembre.

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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