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Il Teatro di Rifredi riparte con “Le tre verità di Cesira”

Voglia di ripartenza, voglia di valicare finalmente i confini regionali a lungo chiusi per vedere come i teatri vicini e lontani stanno tentando di riorganizzarsi (almeno in zona gialla) per riaccogliere nuovamente il tanto amato pubblico.

Il caso (o le circostanze “ad incastro”, per così dire) mi portano una domenica assolata dalle temperature decisamente estive in quel di Firenze, al Teatro di Rifredi per la precisione.

Due anni fa ho avuto il piacere di assistere ad uno spettacolo itinerante per il centro storico fiorentino della compagnia Pupi e Fresedde, la stessa che riapre i battenti del Teatro di Rifredi riproponendo al pubblico uno spettacolo di ben trent’anni fa.

Le tre verità di Cesira, scritto da Manlio Santanelli e diretto da Angelo Savelli. Un monologo magistralmente interpretato da un attore di razza, Gennaro Cannavacciuolo, che nei panni della baffuta Cesira, tiene in pugno la scena per più di un’ora che vola via come una folata di vento fresco.

Quando il ritorno a teatro è una gioia palpabile

Ma andiamo con ordine, perché (a volte) il contorno è importante e restituisce una dimensione diversa da quella meramente spettacolare. Ad accogliermi in teatro è il direttore artistico Giancarlo Mordini, grande sorriso sul volto visibile nonostante la mascherina.

È un sollievo ripartire, lo si capisce dal suo entusiasmo e dal caloroso pubblico che arriva per lo spettacolo, felice di riappropriarsi di uno spazio che, si vede, è mancato molto alle persone.

Il Teatro di Rifredi ha un che di familiare, di avvolgente, non è solo un luogo artistico ma un luogo comunitario, e questo sentire arriva forte, è qualcosa di palpabile.

Tornando allo spettacolo, la scelta di rientrare a teatro con un monologo fortemente connotato di intimità e leggerezza ha a che vedere, nelle parole del regista Angelo Savelli, con

“l’esigenza viva di restituire ad una platea dal peso specifico non quantificabile, non tanto un’esibizione spettacolare quanto una produzione capace di riattivare il dialogo e il rapporto di comunione tra attore e spettatore”.

Questo è reso sicuramente possibile dalla natura della drammaturgia, infarcita di molta comicità ma anche di momenti tendenti al grottesco e altri con una punta quasi drammatica.

Gennaro Cannavacciuolo nei panni di Cesira
(foto di Stefano Cantini)

Le tre (surreali e scomode) verità di Cesira

Il pubblico respira quasi in simbiosi con Cesira, matrona napoletana, padrona di un banchetto di limonate nei quartieri spagnoli, grande narratrice “a favore di camera” di un tratto più che particolare della sua persona: un folto e nerissimo paio di baffi.

Scambiando un tecnico comunale per un cameraman televisivo, Cesira apre le bottiglie del suo banchetto, condividendo non solo limonate, ma anche le sue “verità”.

Supposizioni, stravaganti spiegazioni ed edulcorate versioni (spesso inverosimili) che spiegherebbero la ragione dei suoi prominenti baffi su un corpo di donna. Una donna a tutti gli effetti, che non esclude i segreti del suo rapporto con l’altro sesso e con la maternità.

Attraverso le tre verità, Cesira svela ipocrisie e brutture della situazione proletaria napoletana (e non solo), strappando fino all’ultimo sorrisi sulle note di successi lontani.

Trent’anni fa lo spettacolo di Pupi e Fresedde nasceva come rappresentazione teatrale a domicilio, “racchiuso” nell’intimità delle case degli spettatori.

Oggi torna a teatro (fino al 16 maggio), in una dimensione di vicinanza “vera” con il pubblico nonostante l’ultimo anno, nonostante il Covid, nonostante tutto.

Prosit, caro Teatro di Rifredi!

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Tag:, , Last modified: 14 Maggio 2021
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