Una scena di The Wind that Shakes tha Barley - Il vento che accarezza l'erba di Ken Loach
Una scena di The Wind that Shakes tha Barley - Il vento che accarezza l'erba di Ken Loach. Courtesy of RaiPlay

Il 18 maggio 2006, al festival di Cannes, il regista inglese Ken Loach presentò il suo film, The Wind that Shakes The Barley (Il vento che accarezza l’erba). Non solo vinse la Palma d’oro all’unanimità, ma riscosse anche un enorme successo di critica e pubblico.

Loach, con questo film di guerra sui generis ambientato nell’Irlanda dei primi anni ‘20, gira uno dei suoi ritratti più belli e significativi della storia del socialismo rivoluzionario mondiale. Struggente e feroce, amaro, come è sempre stata la storia narrata dalla prospettiva dei lavoratori, di ogni nazione.

Il pugno alzato che si oppone alla tirannia

Nel 1920, a Cork come nel resto dell’isola, le vessazioni del governo inglese sono implacabili contro gli irlandesi. Damien O’Donovan (Cilian Murphy) sta per lasciare il suo villaggio natale per raggiungere Londra, dove eserciterà la professione di medico. Suo fratello Teddy (Pádraic Delaney) invece è il comandante di una colonna locale dell’IRA (Irish Republican Army). Quando un suo giovane amico, Michael, viene ucciso per essersi rifiutato di dire il suo nome in inglese ai Black and Tans, gli spietati poliziotti locali, Damien rimane sconvolto, e comincia ad abbracciare la causa armata irlandese.

Il film segue la storia dei due fratelli O’Donovan, e dei loro amici e compagni d’armi, dall’inizio della guerra d’indipendenza del 1920-1922, fino alla guerra civile del 1922-1923.

Gli eventi storici trasformeranno i due, e le loro opposte visioni del mondo li porteranno a scontrarsi sul destino politico dell’Irlanda e del popolo fino al finale straziante. L’acme emotivo di un doloroso viaggio nel cuore di un destino di libertà e felicità negato, di una causa vinta ma tradita.

La causa dei lavoratori è la causa d’Irlanda

Ken Loach qui lavora con i suoi storici collaboratori al meglio della loro forma.

Insieme a Paul Laverty, in questo momento giurato al festival di Cannes, sceneggia uno dei suoi film più belli, se non il più bello. I dialoghi non affondano mai nel retorico, ma restano attaccati alla trama e alla storia, alla terra stessa che esigono quei contadini oppressi due volte, dagli inglesi e dai padroni.

La regia di Loach è poetica, magistrale nel mettere in scena dei ricchi scorci estetici, ma anche ferma politicamente nel mostrare la brutalità dei fatti occorsi. Il regista non scade mai nel formalismo, ma è abilissimo a bilanciare forma e messaggio, rendendoli capaci insieme di sconvolgere l’animo di chi guarda.

La colonna sonora di George Fenton è capace di far immergere il pubblico ancora di più in quel mondo remoto, riprendendo molte canzoni popolari irlandesi. I temi da lui composti lavorano sia sulla dolcezza e la melanconia, che sull’angoscia e la tristezza.

La fotografia di Barry Ackroyd è gelida, capace di disegnare delle inquadrature commoventi. Il suo lavoro regala un’Irlanda in cui il sole sembra non scaldare i villaggi rossi di sangue o le montagne nebbiose dove si nascondono i rivoluzionari.

La rossa primavera d’Irlanda

Il film porta in scena lo scontro ideologico di due idee di indipendenza radicalmente opposte.

Damien e il ferroviere e membro dell’IRA Dan (Liam Cunnigham) si rifanno in pieno al socialismo, e in particolare alle idee del sindacalista repubblicano e rivoluzionario James Connolly. Per loro la vittoria militare sugli inglesi da sola, non ha alcun senso. C’è bisogno di una vittoria che sia anche sociale e politica sul capitalismo inglese, impiantato e nutrito per secoli, che opprime milioni di poveri lavoratori irlandesi.

Altri come Teddy mirano soltanto a sconfiggere gli inglesi, attraverso ogni mezzo necessario. Per loro il trattato anglo-irlandese è una vittoria più che valida, anche se divide il paese e impedisce la creazione dell’agognata repubblica. Loro sono i seguaci dell’eroe Michael Collins le cui gesta sono state raccontate da Neil Jordan nell’omonimo film biografico del 1996.

Se Jordan celebrava un eroe e la sua lotta, ricorrendo egregiamente a una forma cinematografica classica e usando una trama per raccontare i fatti storici, il film di Loach è una vera indagine politica della storia e si dimostra granitico nei suoi ideali.

Loach ci svela il gattopardismo sottostante l’intera guerra, dove la vittoria militare non significa necessariamente libertà e prosperità: cambieranno i colori della bandiera, ma non le condizioni di vita sotto di essa.

Se domani cacciate l’esercito inglese e issate la bandiera verde in cima al Castello di Dublino, senza però creare una Repubblica Socialista, tutti i vostri sforzi saranno stati vani. Il Regno Unito vi dominerà ancora tramite i suoi capitalisti, i suoi proprietari terrieri, i suoi finanzieri, attraverso l’intera massa di istituzioni commerciali e individualiste che ha piantato nel Paese, e annaffiato con le lacrime delle nostre madri e il sangue dei nostri martiri.

James Connolly, citato nel film da Damien e Dan

La rivoluzione non è un pranzo di gala

La chimica tra Murphy e Delaney è avvincente, capace di portare l’attenzione da un punto di vista all’altro senza far perdere il quadro generale di guerra e rivoluzione. La sofferenza cui vanno incontro durante tutto il film non giunge per caso o per il gusto di mostrarla, ma si impianta a ogni snodo narrativo con forza e decisione. Le uccisioni sconvolgono entrambi, ma uccidere diventa sempre di più una dannazione richiesta dal dovere.

Le morti puntellano la trama, all’inizio, a metà, e alla fine. Gli uccisi diventano i martiri della storia stessa, più simile a un vortice profondo e inarrestabile, e trascinano in un abisso emotivo che strazia profondamente.

Fin da subito la guerra è mostrata per quello che è: rabbia, ferocia, ignoranza e privazioni. Le guerre non sono pulite, ma Loach nei suoi film ha decisamente messo la mani in alcuni dei conflitti più “sporchi” della storia umana, mostrando come approfittatori e macellai fossero presenti in entrambe le fazioni in lotta.

La storia politica d’Irlanda, come l’identità nazionale stessa, è ferocemente divisa tra nazionalismo, socialismo, e cattolicesimo. Questi tre elementi, in perenne lotta e aggregazione tra loro, sono la summa di una lacerazione che ha portato spesso gli irlandesi a lottare in modo efferato tra loro.

In breve

Non si passa indenni attraverso la visione di questo film, né si resta insensibili a ciò che esso è capace di rivelare. Guardare Il vento che accarezza l’erba per la prima volta è sconvolgente, farlo successivamente è meraviglioso.

Il film di Loach apre uno spaccato culturale sull’Irlanda della guerra d’indipendenza, parlando però a tutti i lavoratori del mondo.

Ancora una volta il suo cinema si dimostra capace di lottare per e aggregare i popoli. Perché il suo sguardo fresco e titanico, racconta i problemi, ma canta le soluzioni.

Il vento che accarezza l’erba è disponibile gratuitamente in streaming su RaiPlay.

Saoirse don Éireann

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RASSEGNA PANORAMICA
Voto
10
Francesco Gianfelici
Classe 1999, e perennemente alla ricerca di storie. Mi muovo dalla musica al cinema, dal fumetto alla pittura, dalla letteratura al teatro. Nessun pregiudizio, nessun genere; le cose o piacciono o non piacciono, ma l’importante è farle. Da che sognavo di fare il regista sono finito invischiato in Lettere Moderne. Appartengo alla stirpe di quelli che scrivono sui taccuini, di quelli che si riempiono di idee in ogni momento e non vedono l’ora di scriverle, di quelli che sono ricettivi ad ogni nome che non conoscono e studiano, cercano, e non smettono di sognare.
il-vento-che-accarezza-l-erba-ken-loach-cillian-murphy-anniversario-recensioneNon si passa indenni attraverso la visione di questo film, né si resta insensibili a ciò che esso è capace di rivelare. Guardare Il vento che accarezza l'erba per la prima volta è sconvolgente, farlo successivamente è meraviglioso.