Jamila © 2021 AstarteAgency, All rights reserved.
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Per la nostra rubrica dedicata agli incontri con giovani talenti del panorama musicale italiano, parliamo oggi con Jamila: alcune essenziali domande per iniziare ad entrare nel suo mondo.

Chi è Jamila?

Jamila sono io, il mio nome, la mia identità, il mio modo di muovermi nel mondo, il modo di pensare, di amare. Jamila è il mio nome di donna, di uomo, di essere umano, di artista, di persona che legge, lavora, piange, si impanica, ed è stanca di scrivere davanti a un computer anziché parlare veramente. Ho vent’anni e ad oggi è questo il modo migliore per parlare di me, ossia in modo caotico, spontaneo, passivo-aggressivo che spesso viene censurato, insofferente, ma anche empatico.

In che contesto sociale e culturale nasci e cresci?

Nasco in una famiglia normale, comune, vita non troppo agiata, nella norma. Se facevamo vacanze, mi sentivo ricca, altrimenti ero felice lo stesso. Col senno di poi mi rendo conto che da dove nasco lo sto iniziando a percepire solo ora, e forse nasco dal dolore più di quanto pensassi. Ma intorno a me c’è tanta gioia, tanti colori, dettati dalla cultura napoletana da parte di mamma e dalle musiche arabe di mio padre.

Anche adesso che ho 20 anni, quando sento dire il mio nome con quell’accento arabo provo amore nel sentire quel suono, è l’amore che si può provare per il suono più familiare che si ricordi. Entrambe le matrici culturali però vanno poco d’accordo con la mia “natura fluida”, tanto che ho sentito di vivere nell’ombra per molto, rifiutando per troppo tempo la contingenza a realtà come queste, che però in verità mi hanno formata, volendolo o meno. Dove sono cresciuta però è anche la strada, la periferia, gli amici, le corse per rispettare il coprifuoco, il gruppo di “sfigati” infognati con musica, poesie, libri e le prime sigarette.

Quanta influenza c’è nella tua musica delle tue origini algerine?

Non è scontato che siano presenti influenze di una cultura nella propria arte, perché non sempre la cultura arricchisce, a volte schiaccia e fa fuggire, come è successo a me. Da un paio di anni però sto ripercorrendo con gli occhi e con il cuore, ciò che di queste radici mi appartiene, o meglio ciò che di me appartiene a loro. Per adesso non c’è niente che io possa ricondurre a influenze algerine nella mia musica, ma solo perché non ho avuto tempo e praticità per poterlo mettere in pratica. Presto arriverà.

Cosa immagini saresti stata se non fossi diventata una musicista?

Tutt’ora il mio sogno parallelo a quello di vivere di musica è lavorare nel campo scientifico, apportando contributi alla ricerca per la sostenibilità ambientale dell’attività antropica. Sono al secondo anno di scienze forestali e la diatriba fra i due sogni si fa sentire, ma per adesso mi sembra che nessuna delle due escluda l’altra.

Perché fai quello che fai? Da quale bisogno imprescindibile nasce la tua musica?

Anche questa è una domanda che mi sono posta spesso negli ultimi anni, riuscendo a interrogare parti sempre più profonde di me. Credo che la mia musica nasca da un banale bisogno di ascolto, di accettazione, il bisogno di dire “ehi, sono qui e sto così”. Accanto però ci vedo anche la volontà di sensibilizzare chi mi ascolta alle proprie storie personali. Cerco di ricordarlo mettendo quanto più di mio nelle canzoni.

Quanto e in che modo il tuo stile musicale è legato a questo bisogno?

Visto e considerato che non saprei nemmeno identificare il mio stile musicale, non so bene rispondere. È vero però che nella realizzazione degli arrangiamenti ho bisogno che ciò che viene costruito intorno alla canzone vada nella direzione e nel messaggio che il testo esprime. 

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Jamila, classe 2001. Oggi sembra che il successo per i giovani che fanno musica passi solo per i talent. Tu che non ci sei passata, cosa ne pensi?

Dei talent penso ciò che pensa chi ha una minima idea di come funzionino: sono strumenti in cui vengono inseriti poveri e povere giovani che non sanno bene a cosa vanno incontro, ai quali e alle quali viene venduto il mito della fama, dei soldi facendo ciò che vuoi. Solo che poi una volta lì dentro diventi un oggetto di mercato come gli altri, e finisce che ti mangiano, ed esci di lì, o con infiniti compromessi presi con la tua persona, oppure in uno stato di abbandono totale della musica per il trauma.

Ovviamente, la mia è una visione estremista, dovuta al fatto che odio i soldi, la merda che ci gira intorno e tutti i meccanismi che stanno in piedi per quei giri. Alle elementari ero la bambina che aveva la merenda peggiore di tutti, perché i soldi non bastavano per comprare le migliori leccornie. Alle medie ero la sfigata perché i soldi non bastavano per comprare i vestiti alla moda. Adesso sono l’artista emergente che non ne può più dei meccanismi che privilegiano alcune persone e rinchiudono altre in un target svantaggiato. In poche parole, sono stanca di vedere che io devo lavorare, studiare e avere una carriera emergente, tutto insieme, mentre chi è pronto a vendersi in pochi passi campa di ciò che canta.

Recentemente hai vinto il Premio De André. Molti giovani non sanno di cosa si tratti. Qual è il suo valore?

Molti giovani non sanno di cosa si tratti, hai detto bene, nemmeno io lo sapevo prima di partecipare. Il valore del De André, oltre all’immensa gratitudine per il complimento di “persona magnetica” ricevuto da Dori Ghezzi, è quello di tanti soldi che mi permetteranno forse di portare in giro la mia musica.

A 17 anni hai autoprodotto il tuo primo album, Ego. Che fine ha fatto e che cosa vuoi che diventi in futuro?

Ego è sempre lì, nei miei ricordi, legati alla persona per cui è stato scritto, alla motivazione che tutt’ora le devo e che, a volte, mi ha portato via. Vorrei rimanesse vivido per sempre per me, e così sarà. Mi piacerebbe poi che fosse un album che la gente scopre interessandosi, piuttosto che un album in primo piano, come può essere ora, ma questo solo perché ero molto immatura e ritengo di avere capacità espressive migliori ad oggi.

Quanto è cambiata la tua musica da Ego a oggi? E cosa l’ha fatta cambiare?

La vita cambia ogni giorno, ogni mese mi ripeto “visto, ne sei uscita un po’ di più” oppure “guarda, ce l’hai fatta”, oppure a volte “eccoti di nuovo che mandi tutto a puttane”. Da quando ho scritto Ego ad oggi ho: riso, pianto, rotto bicchieri, riportato lividi per cadute dalla bicicletta, bevuto troppo vino, fatto tante amicizie, rotto un cuore, rotto il mio, perso tante amicizie, visto la morte in faccia per mano mia, rivalutato la vita, preso dei topi domestici, vinto qualche premio cantautorale, scritto un album nuovo, scritto tante poesie, letto molti libri, scalato molti alberi, smesso di fumare, ricominciato a fumare, fatto l’amore nel bosco di notte, fatto l’amore nel bosco di giorno, visto tanti tramonti, ululato sotto la pioggia, iniziato a provare con la band.

La mia vita cambia ed è stata cambiata da tutto ciò e molto altro, perché tutto ciò che scegli di fare, ogni momento, ti cambia la vita: anche il mio rispondere a questa intervista alle 23.36 probabilmente inciderà sul mio esame di lunedì, che a sua volta inciderà su altro, che mi cambierà, in qualche modo, la vita.

L’introspezione è un concetto che lega tutti i tuoi pezzi. Cosa significa per te?

L’introspezione per me è un leitmotiv. Le mie giornate si svolgono da molti anni in lunghi flussi introspettivi. Ma solo quando sono riconosco flussi introspettivi veritieri e non sono ansie nocive o quando non ho approcci presuntuosi e giudicanti verso me stessa. È il modo in cui mi indago e cerco di capirmi, ma anche quello con cui cerco di togliermi di dosso le barriere che non mi permettono di percepire il mondo.

Credi che parlare di sé oggi sia il mezzo migliore per parlare di tutti?

Non posso dire quale sia il mezzo migliore per parlare di tutti, io per adesso ho sempre scritto parlando di me, o di storie che sento essere vicine a me, perché scrivo spontaneamente il più delle volte, e per adesso continuo a pensare in prima persona, anche se poi i messaggi che voglio dare sono rivolti a tutti. Come dicevo prima, denudandomi e portando alla luce i miei sentimenti, le mie paure e le mie debolezze, tento di normalizzare e rendere degno il proprio essere vulnerabile. Quindi, in un certo senso parlo per tutti gli esseri vulnerabili dentro ognuno di noi.

Il tuo nuovo singolo, Storia, è una sorta di flusso di coscienza, una tecnica di scrittura particolare che ha illustri precedenti. Hai qualche punto di riferimento nella letteratura?

Storia, ad esempio, calza a pennello come esempio di via di mezzo di ciò che dicevo poco sopra: portare emotività mie personali, senza però parlare direttamente in prima persona. Il testo nasce in una notte durante i miei 17 anni, in uno stato di semi trance dove davvero, come dice il testo, era la testiera a scorrere sotto le mie dita. Quindi, non ci sono dei modelli precisi di riferimento. È vero però che la prosa moderna mi ha sempre affascinato, sia quella dei cantautori che quella dei poeti e delle poetesse. La narratività del testo forse potrei imputarla alle svariate poesie di Saffo lette fin da quando ero piccola, ma cito lei non per cliché, né per altro, ma solo perché fra le varie raccolte di poesie nei miei scaffali il suo, per vari motivi, è quello che mi è rimasto più impresso. 

E nella musica c’è qualche grande artista al quale ti ispiri?

Inizialmente mi sono ispirata a Rancore, infatti il mio primo pezzo Periferia, che uscì in Ego ma ho ripreso nell’album nuovo, nacque in freestyle. Forse anche a lui devo riconoscere una notevole influenza nel timbro narrativo delle mie canzoni.

Il video di “Storia”

Qual è il brano nella Storia della musica che avresti voluto scrivere tu?

Vivere la vita di Mannarino. Forse, quello avrei voluto scriverlo io, ma sono molto fiera dei miei testi e in realtà non riesco a fare seriamente un pensiero del genere. 

Quale quello che ti vergogneresti di aver scritto?

Mi vergognerei di aver scritto svariate innetti da stadio o da italiano medio, che servono per schernire minoranze di più tipi.

Il tuo disco d’esordio Frammenti esce venerdì 12 novembre. Dove speri che arrivi? E dove pensi che arriverà?

A livello materiale, parliamoci chiaro: ho voglia di suonare, fare concerti, conoscere persone, quindi spero che arrivi nelle playlist giuste. A livello metaforico, che è ciò che mi interessa davvero, spero arrivi a menti critiche, a persone che hanno bisogno di ciò che la mia musica può dare, a soggetti che con i loro feedback potrebbero non solo rallegrarmi, ma anche farmi crescere.

Domande a cura di Alessio Tommasoli.

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Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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