intervista a paul giorgi
Paul Giorgi - Credits Conza Press

Per la nostra rubrica dedicata agli incontri con giovani talenti del panorama musicale italiano, parliamo oggi con Paul Giorgi: alcune essenziali domande per iniziare ad entrare nel suo mondo.

Chi è Paul Giorgi?

Paul Giorgi è un ragazzo che in realtà si fa un sacco di problemi durante la giornata. Gli piace stare all’aria aperta quando fuori c’è il sole, chiuso in studio quando è notte, è freddo, oppure piove. Suona la chitarra e qualche altro strumento. Ha qualcosa di strano con gli animali: finora tutti i brani usciti ne avevano uno in copertina. 

Cicale, il singolo di Paul Giorgi – Credits: Conza Press

In che contesto sociale e culturale nasci e cresci?

Molto tranquillo a dire la verità. Partiamo dalla mia città che seppur amata ed odiata ha un clima un po’ da mamma provinciale che ti culla però senza troppo ascoltare. La mia famiglia è di classe proletaria, si lavora. Mio padre ad esempio quando stacca il turno va in campagna e continua a lavorare. Quando ero piccolo ascoltavo molta musica principalmente in cassetta, con mio fratello. Mike Francis ricordo fosse in top list.

Cosa immagini saresti stato se non fossi diventato un musicista?

Probabilmente un topo da computer.

Perché fai quello che fai? Da quale bisogno imprescindibile nasce la tua musica?

In realtà non c’è un senso. Lo faccio perché lo faccio un po’ da sempre in un modo o nell’altro, perché mi fa stare bene e mi diverte. Certo, sarebbe bello girare con i ragazzi, visitare posti, conoscere tante altre persone. 

Quanto e in che modo il tuo stile musicale è legato a questo bisogno?

C’è un po’ di morbidezza, qualcosa che mi fa sentire a casa. Ma dipende, ad esempio qualche settimana fa ho scritto un pezzo perché aveva un bell’incastro basso-batteria e lo vedevo interessante da suonare con i ragazzi. 

C’è qualche grande artista al quale ti ispiri?

Diversi in realtà. McCartney e Lennon sono nella mia top list. 

Qual è il brano nella Storia della musica che avresti voluto scrivere tu?

A proposito della citazione di prima, Blackbird mi sarebbe andata bene.

Quale quello che ti vergogneresti di aver scritto?

Non lo so. Probabilmente un pezzo da concorso canoro.

Ascolta CICALE, il singolo di Paul Giorgi, su Spotify

Domande a cura di Alessio Tommasoli. Un ringraziamento particolare a Conza Press.

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Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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