Argo
Argo. Courtesy of Conza Press

Per la nostra rubrica dedicata agli incontri con artisti emergenti del panorama musicale italiano, stavolta parliamo con Argo. Partiamo da alcune essenziali domande, “per farci entrare dentro” il suo mondo, per dirla con le parole dei Pearl Jam: I’m Open, Come In, a cura di Alessio Tommasoli.

Chi è Argo?

Provo a essere il più ermetico possibile. Argo è la voce di un ragazzo normale che ha bisogno di vomitare ogni sua ansia, angoscia o preoccupazione. Argo tocca i suoi tasti più dolenti per mostrare le sue fragilità per dimostrare la sua forza. Argo ha paura del domani.

Metà Settembre: nelle strofe sfrutti l’overthinking. Per molte persone è un problema, per te è una forza?

L’overthinking è sempre stata una condizione pesante da gestire, forse Metà settembre è stato l’unico frutto positivo che sono riuscito a far nascere da quel gigante albero di pensieri. Quindi penso che la mia forza sia aver gestito una condizione debilitante per direzionarla nel modo migliore per me

Nel ritornello arriva settembre e ricomincia tutto da capo. Non c’è davvero fine a questo girotondo?

Chi può dirlo? Spesso nei testi si cerca un problema che poi, a un certo punto, deve giungere a una soluzione ma la verità dietro ai miei testi è che io ho 21 anni e non ci ho capito nulla di come vanno le cose. Non mi interessa dare soluzioni che non conosco. Sicuramente esporre tutto quel casino in una canzone è stato un buon punto di partenza per affrontare una difficoltà personale, rendendola in qualche modo concreta e più facile da comprendere per la mia testa. Se devo dare un parere penso che questo girotondo possa cambiare velocità o direzione, ma non sono così ottimista da credere in un epilogo spensierato. Certo, speriamo che finisca meglio del classico “tutti giù per terra”!

Il tuo non sembra pop, né indie, né trap. Qual è il tuo riferimento musicale?

Questa sì che è una bella domanda! Non ho idea di quale “etichetta” sia più adatta per la mia musica in questo momento. Il mio riferimento musicale muta in base a cosa mi sento di fare in quel preciso momento. Ho sempre ascoltato molta musica diversa e sfrutto questa cosa per creare dei bei crossover, anche se a volte, così facendo, mi rendo la vita difficile perché non so mai come rispondere alla domanda “che genere fai?”. 

Quale canzone avresti voluto scrivere tu?

Mio fratello è figlio unico di Rino Gaetano oppure Vita spericolata di Vasco Rossi. Sono due testi, a mio parere, iconici, mi hanno emozionato in maniera straordinaria già dal primo ascolto, quindi sarebbe stato un onore essere la mente di testi come quelli.

Quali ti vergogneresti di aver fatto?

Sono troppo diplomatico per rispondere a questa domanda. Sicuramente mi vergognerei a pubblicare un testo “vuoto” che non riesce a regalare alcun tipo di stimolo a chi l’ascolta.

Metà settembre – Argo

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Alessio Tommasoli
Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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