
«Siamo creature in evoluzione e dobbiamo guardare a noi stessi con stupore, con meraviglia, con curiosità e questo è uno stimolo a trovare la propria voce. (…) Chiedetevi cosa vi ispira, cosa vi porta a tenere l’animo sospeso in quello che fate», questo è stato il messaggio espresso dall’attrice Valentina Bellè ai giovani che sognano di lavorare nel cinema.
Protagonista di un talk dedicato alla sua carriera, moderato da Silvia Pezzopane e Ilaria Ferretti nella penultima serata di Incanto Film Festival, l’interprete, presidente di giuria della sezione dedicata alle autrici e agli autori under 35, Bande à part, ha dopo consegnato insieme all’autore Roberto Danese i premi.

I premi di Bande à part
- PREMIO MIGLIOR CORTOMETRAGGIO – “DOVE ANDRAI” di Leo Folin
“Per la sorprendente consapevolezza del linguaggio cinematografico, messo al servizio di un racconto intensamente drammatico, struggente e disilluso. Attraverso un raffinato uso del bianco e nero, che valorizza con sensibilità il gioco di luci e ombre nella vita della protagonista, il film rivela una maturità espressiva rara, ancor più notevole considerando la giovane età del regista Leo Folin. Pur con qualche imperfezione, e forse anche per questo, il corto dimostra uno sguardo autoriale sorprendente, segno di una promettente sensibilità e di un talento già capace di dialogare con gli strumenti del mezzo cinematografico”.
- MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA – “THINGS THAT MY BEST FRIEND LOST” di Marta Innocenti
- MENZIONE SPECIALE ALL’ATTRICE – Melissa Falasconi per “DIECI SECONDI”
Dove andrai – Intervista a Leo Folin
Il regista Leo Folin ha raccontato a FRAMED dell’esperienza della sua vittoria in una sezione così importante per un giovane autore.
Hai girato il tuo corto da giovanissimo; cosa è cambiato in questi anni e come si è sedimentato quel lavoro?
Effettivamente sì: sono passati quasi tre anni da quando l’avevo girato. D’altra parte la storia è nata, più che da un’idea, da una stratificazione di suggestioni (cinematografiche, letterarie, musicali…) divenuta così imponente e personale che ho avuto la curiosità, ma anche un po’ il bisogno, di far mie le matrici di quelle emozioni.
Oggi si sono affastellati altri autori, altre opere e altre suggestioni unendosi a quelli di prima, e mi capita di riguardarlo soprattutto come una testimonianza di quel che ero qualche anno fa. Una cosa però non è cambiata: mi punge ancora la stessa curiosità.
Cosa ha significato per te vincere un premio che promuove i nuovi sguardi?
Prima di tutto, una gioia immensa. Mi è parso anche un po’ paradossale, perché in fondo nel realizzare il corto tutte le mie fonti d’ispirazione non guardavano avanti, ma indietro: per i tagli di luce, per esempio, avevo in mente soprattutto l’Espressionismo tedesco o il Noir della Hollywood degli anni d’oro.
Però è vero che ho cercato di combinare queste suggestioni con altre, molto liberamente (dal Neorealismo al Realismo magico francese), e alla fine ho capito che mi interessavano soprattutto i contrasti: musiche liturgiche suonate da un fisarmonicista di strada; riferimenti classici e biblici (come Medea e Ruth) affidati alla fantasia di un’adolescente… che la giuria abbia apprezzato questo mélange e l’abbia trovato ‘nuovo’ mi ha dato un’enorme soddisfazione.
Pensi di continuare a sperimentare con il linguaggio del corto o stai lavorando a qualcos’altro?
Il cinema mi ha sempre accompagnato in un modo o nell’altro: lavorando a una colonna sonora o a una sceneggiatura, o come attore, il che mi ha portato quest’estate a Venezia con mio fratello. Confesso, però, che mi sono sempre sentito un po’ alieno a questo mondo, e il mio sogno nel cassetto è sempre stato di dedicarmi alla ricerca (magari di Storia culturale delle religioni). So bene di non poter vivere senza il cinema, ma vorrei viverlo parallelamente a una carriera di studioso, e quando le Muse o un regista mi chiameranno, sarò ben felice di rispondere.
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