
Dal 13 al 17 maggio a Bergamo torna Integrazione Film Festival. Giunto alla sua 19ª edizione, per la prima volta IFF è guidato dalla direzione artistica della regista Daphne Di Cinto.
Inaugurato martedì 13, il festival è iniziato con una passeggiata interculturale alla scoperta del quartiere di Borgo Palazzo e all’interno del Centro culturale islamico di Bergamo e poi un aperitivo di cittadinanza, ovvero un sempre più necessario spazio pubblico in cui parlare del referendum dell’8 e del 9 giugno, in cui si voterà anche per cambiare la legge sulla cittadinanza. La prima proiezione – fuori concorso – del festival, Dahomey di Mati Diop – Orso d’oro alla Berlinale 2024 – è stata poi anticipata dallo spettacolo di stand up comedy di Yoko Yamada e dal format-talk “Storie intorno al fuoco”. Tema del primo appuntamento del format sono stati gli oggetti, i viaggi e le influenze artistiche, direttamente connessi con il tema di Dahomey, tra arte e restituzione. A dialogare sul palco c’erano l’antropologo Simão Amista e l’art director Aziz Sawadogo.
Le proiezioni e gli eventi di mercoledì 14 maggio
Con le prime proiezioni del festival, mercoledì 14, si è entrati nel vivo della rassegna, anche se il cuore di IFF è l’incontro e la condivisione di spazio e visioni durante tutto il corso della giornata. Già dalla mattina di mercoledì, infatti, c’è stato un evento speciale per le scuole, seguito da una lezione aperta dell’Università di Bergamo. Si è ripetuto inoltre sia il format della passeggiata culturale (dedicata al cibo e alla sua relazione con le culture) sia delle “Storie intorno al fuoco”, questa volta sul tema della scrittura di libri, con le autrici Marina Cuollo e Marilena Delli Umuhoza.
Cinque in tutto sono stati i titoli proiettati, tre cortometraggi di finzione e due documentari: Rachid (di Rachida El Garani, Belgio), Blanche (di Joanne Rakotoarisoa, Francia), Unbound (di Andrea Longhin, Italia), Coronas Negras (di André Lô Sánchez, Messico) e Cut Me if You Can (di Nicolas Polixene, Sylvain Loubet Dit Gajol, Stati Uniti).
Ne abbiamo scelto uno per categoria, da approfondire. Tutti i film in concorso sono però disponibili gratis fino al 18 maggio nella sala virtuale di IFF19. A questo link.
Unbound di Andrea Longhin – Italia (14′)
Unbound è la storia di Hind Bougataya, la prima atleta italiana ad aver disputato una gara nazionale indossando il velo. Era il 1° maggio 2022 ed è una storia di cui ancora non si parla abbastanza, nonostante la multiculturalità stia diventando un tema centrale dello sport italiano negli ultimi anni. Il regista Andrea Longhin sceglie di non raccontare le difficoltà o le barriere che Hind ha verosimilmente trovato nel suo percorso, a partire dal dubbio di poter effettivamente partecipare a una gara di powerlifting da professionista. Hind racconta tutto dopo che è già avvenuto, sottolineando attraverso la sua esperienza anche l’assurdità di un insieme di regole che non tiene conto della specificità culturale, personale e religiosa del singolo.

Raccontare la vera vittoria di Hind, che è la semplice possibilità di esserci e partecipare, al di là dei risultati agonistici, è già un modo per aprire finalmente un dibattito sano in Italia sullo sport e sui diversi corpi che lo praticano anche ad alti livelli. La visione di Longhin, molto pop, fresca e originale anche nella scelta delle musiche e delle inquadrature, inoltre trasforma la storia di Hind nella storia di tanti altri adolescenti di “seconda generazione” che in Italia vivono in equilibrio tra due mondi e due culture, con la speranza di non doversi sentire costretti a rinunciare a l’una o l’altra.
Cut Me if You Can di Nicolas Polixene, Sylvain Loubet Dit Gajol – Stati Uniti (21′)
Quando si parla di black horror non si può fare a meno di nominare Scappa – Get Out di Jordan Peele, che ne ha segnato la rinascita, né La notte dei morti viventi di George A. Romero, che per la prima volta nel 1968 scardinava forti stereotipi nei confronti dei personaggi neri. Non è dunque un caso che nelle primissime battute di Cut Me if You Can entrambi i film vengano nominati. L’idea di Nicolas Polixene e Sylvain Loubet Dit Gajol è proprio quella di rappresentare qualcosa di diverso dagli schemi che il cinema statunitense applica ai personaggi neri nei film di genere. È così che Michelle, la protagonista, sceglie di ribellarsi al film come se questo fosse un’entità senziente e di diventare la final girl che desidera essere.

Cut Me if You Can è una ricerca ironica e parodica della libertà dei corpi neri sullo schermo. È l’idea per cui il pubblico debba cominciare a rifiutare l’immagine di un personaggio nero martoriato e ucciso per primo in un horror, come se fosse il personaggio più sacrificabile o quello in cui ci si immedesima di meno (e che quindi può sparire prima). La rivoluzione del black horror degli ultimi nove anni (ovvero da Get Out) parte proprio da questo presupposto, dall’atto di ricentrare figure spesso spinte ai margini. E se su larga scala i risultati hanno portato a film perfetti come Sinners – I peccatori, nel piccolo anche cortometraggi come Cut Me if You Can servono a far capire che qualcosa è cambiato e sta cambiando nella sensibilità generale del pubblico.
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