
Dall’11 giugno è in sala Frammenti, opera prima della ventiseienne Bianca Marcelli. Un racconto sospeso tra il realismo della periferia e il rigore del mondo della danza, guidato da una regia che gioca con più generi per esplorare i labirinti dell’identità.
Le premesse di Frammenti sembrano ricalcare i binari noti del racconto di riscatto: Romeo (Riccardo De Rinaldis Santorelli), un ragazzo della periferia romana con un passato ruvido diviso tra lo spaccio e la palestra di pugilato, decide di assecondare il suo vero talento, una danza istintiva e fuori dagli schemi. Contro il volere del padre, lascia Roma e il suo amico Leo (Federico Russo) per tentare un’audizione nelle Marche presso la prestigiosa compagnia di Vittoria Pesca (Rebecca Liberati), una celebre étoile che sta preparando uno spettacolo per una tournée mondiale.
Una volta entrato nel corpo di ballo, Romeo si ritrova immerso in una dura competizione, in particolare con il rivale Mathieu (Francesco Venerando), all’interno di un gruppo in cui orbitano anche Joel (Giorgio Belli) e Maria (Jenny De Nucci). A scardinare il suo percorso arriva l’incontro con Ele (Valentina Romani), una ragazza enigmatica che lo spinge a interrogarsi sulle sue priorità. Ma proprio quando la sua carriera sembra decollare, un grave infortunio costringe Romeo a fermarsi e a essere ospitato a casa della direttrice per la riabilitazione. Sarà l’inizio di un percorso intenso e ambiguo, in cui il passato e il presente cominceranno a confondersi, costringendo il protagonista a ricomporre i frammenti della propria storia. Abbiamo intervistato la regista Bianca Marcelli per farci raccontare la genesi del progetto.
Dalla musica alla regia: una necessità espressiva
A ventisei anni, con una laurea in Scienze della Comunicazione e l’esperienza editoriale per Ribalta edizioni (con cui ha pubblicato il libro A ritmo di vita), Bianca Marcelli arriva alla regia dopo aver frequentato il mondo della musica, firmando colonne sonore e l’EP fiction. Un percorso crossmediale che rifiuta le barriere dei singoli ruoli:«In Italia c’è questa strana tendenza a identificare le persone in un unico ruolo, una rigidità che non mi è mai piaciuta. Non affronto la regia per una semplice questione lavorativa, ma per una necessità assoluta di comunicare, di buttare fuori quello che ho dentro».
L’idea di unire il mondo della danza a quello del cinema è nata proprio dalla fascinazione per lo sforzo fisico e il controllo totale che questa disciplina richiede, elementi perfetti per raccontare una profonda crisi interiore.
La gestione visiva: bianco e nero, specchi e camera a spalla
Dal punto di vista tecnico, il film punta molto sulla netta separazione visiva dei mondi attraversati dal protagonista. La prima parte a Roma è girata in un bianco e nero cupo e underground, che lascia spazio al colore solo quando la narrazione si sposta nelle Marche e il talento di Romeo viene a galla.
«Per me il cinema deve essere rigorosamente simbolico: tutto quello che lo spettatore sente e vede ha il compito di supportare il concetto profondo della storia», dichiara la regista.
La regia, curata insieme al direttore della fotografia Jacopo Marchini, sfrutta continuamente degli specchi per sdoppiare l’immagine e si adatta ai contesti: rigida, statica e geometrica durante le sequenze accademiche con Vittoria; mossa, a spalla e agitata quando Romeo esprime la sua parte più libera. Per i momenti di transizione, la scelta è caduta su piani sequenza immersivi realizzati con il Ronin, supportati dal sound di Federica Bello e Michele Sallicandro.

Il giallo dell’anima: i frammenti della verità
La struttura narrativa è divisa in tre atti, ognuno segnato da un dialogo chiave in cui i movimenti degli attori coprono intenzionalmente alcune battute alla macchina da presa. Questi “frammenti” mancanti creano un mosaico che lo spettatore è chiamato a ricomporre, trasformando il dramma in un piccolo giallo psicologico incentrato sul bisogno di appartenenza.
Racconta Bianca Marcelli: «Volevo indagare il confine sottile tra la semplice espressione di sé e il bisogno di riconoscimento. Cosa rimane di noi quando l’identità si costruisce esclusivamente attraverso lo sguardo degli altri? Il desiderio di eccellere del protagonista si muove sul filo sottile tra la vocazione e l’autodistruzione». Il film diventa così una critica diretta al culto della performance a tutti i costi, dove il talento rischia di trasformarsi in una prigione emotiva gestita dai condizionamenti e dalle aspettative del mondo adulto.
L’atlante visivo di Bianca Marcelli
Un immaginario così stratificato non nasce dal nulla, ma si nutre di reference precise che la regista ha metabolizzato nel tempo. Se la tensione psicologica della danza guarda inevitabilmente a un pilastro come Il cigno nero di Darren Aronofsky, il DNA visivo dell’autrice spazia dai classici alle vette del cinema d’autore contemporaneo.
«Non ho un unico guru, ma per questo film ho riguardato molto Il cigno nero di Aronofsky, soprattutto per come mette in scena il corpo e l’ossessione legata alla danza”, rivela la regista. “Passando a cose totalmente diverse, fin da bambina sono cresciuta a pane e Hitchcock, che considero un genio assoluto, ma amo anche la cura visiva di Wes Anderson e lo stile di Sam Levinson in Euphoria. In generale amo il cinema che ti scuote dentro: sono una grande fan dei film di Joachim Trier e, tra le opere italiane più recenti, mi ha molto colpita il film di Francesca Comencini, Il tempo che ci vuole, per come riesce a sviscerare i rapporti umani e familiari in modo splendido».
Il finale in Tunisia: la ricerca della liberazione
La catarsi del film si consuma nella splendida cornice delle colonne romane di un anfiteatro in Tunisia, alle porte del Sahara (lo stesso storico set de Il Gladiatore), dove diventa centrale il personaggio di Joel (Giorgio Belli). È qui che Frammenti chiude il suo cerchio concettuale senza cedere a facili risposte edificanti.
«Abbiamo girato in questo anfiteatro meraviglioso alle porte del Sahara, lo stesso set de Il Gladiatore, e lì il personaggio di Giorgio Belli ricorda proprio come un tempo, in quei luoghi, si combattesse per la propria libertà», conclude la regista. «Portare la storia in quella cornice serve a mettere il protagonista, e insieme a lui tutto il pubblico, davanti a un grande interrogativo: per chi stiamo ballando? Con il finale di Frammenti non volevo dare risposte precostituite, ma invitare i giovani a fermarsi e a chiedersi se quello che stanno inseguendo sia davvero ciò che amano o solo il riflesso delle aspettative altrui».
Con un esordio che unisce il rigore visivo al rifiuto dei compromessi sociali, Bianca Marcelli firma un’opera prima coraggiosa, capace di trasformare la danza in un atto di pura sopravvivenza politica. Se l’obiettivo della regista era scuotere qualche certezza e aprire un dibattito sul peso delle aspettative che schiacciano i giovani d’oggi, lo scopriremo presto.
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