
L’anno nuovo che non arriva (Anul Nou Care N-a Fost) di Bogdan Mureşanu, dopo essere stato presentato a Venezia 81 nella sezione Orizzonti, arriva all’ottava edizione dell’Euro Balkan Film Festival, dove vince il Premio per le Migliori Musiche (assegnato dalla Giuria Radio Universitarie RadUni) e quello come Miglior Film per la Giuria Giovani, mentre Adrian Vancică si aggiudica il riconoscimento come Miglior Attore per “una performance profondamente umana nei panni di Gelu, un padre il cui piccolo gesto di protezione diventa una forma silenziosa di resistenza“.
L’anno nuovo che non arriva è ambientato nel dicembre del 1989, quando le vite di sei persone guidano lo spettatore nello scenario di un Paese in cui qualcosa sta per cambiare: qui i personaggi raccontati da Mureşanu arrivano a un punto di rottura, metafora di quello stesso punto di rottura che ha portato alla rivoluzione, e alla definitiva fine della dittatura di Ceauşescu. Il film attraversa un grande sentimento condiviso, che non lascia indifferenti, espresso da chi per troppo tempo ha vissuto nel senso di impotenza.
La chiave del tuo film è prettamente tragicomica e descrive il senso di impotenza dei personaggi: perché hai scelto questa modalità di racconto?
È stata un’intuizione, anche perché credo che non possiamo conoscere il momento esatto in cui quando la grande storia, quella con la “S” maiuscola, avrà luogo. Siamo tutti impotenti di fronte a ciò che accade; in realtà non lo sappiamo, lo scopriamo sul giornale la mattina dopo, perché non abbiamo la percezione di stare facendo la storia. Forse quella sensazione è chiara solo in occasioni come il primo passo sulla Luna, o magari quando scoppia una guerra: allora sì, pensiamo di stare facendo la storia. Ma anche in quei momenti credo che non conosciamo davvero le conseguenze delle nostre azioni. In genere siamo privati di questo senso storico. Siamo, come ho detto, incapaci di rispondere con precisione alla domanda perché forse ci manca questo ‘settimo’ senso.
C’è molta arte, molta pittura, nell’estetica di L’anno nuovo che non arriva, quali sono state in questo senso le tue ispirazioni?
Il film è realizzato adottando un’estetica documentaristica. È molto ‘grezzo’. Ho voluto inserire gli zoom per ricordare allo spettatore il linguaggio televisivo degli anni ’80, anche il formato, perché dopotutto si è trattato della prima rivoluzione trasmessa in TV nel mondo. Quindi volevo giocare con questo concetto di televisione. La spina dorsale di ciò che racconto è in realtà la trama televisiva. Il titolo si riferisce proprio a questo, a quello show televisivo di Capodanno che non fu trasmesso perché alla fine Ceaușescu venne fucilato. Tutte le sequenze, le scene concatenate, dovrebbero richiamare gli sketch televisivi. Finiscono persino con una sorta di punchline, mantenendo alta l’attenzione, proprio come in un programma TV.
Ma avevo in mente soprattutto i film di Dogma; stavo studiando alcuni registi e film molto diversi tra loro. Alcuni di questi per lo stile — per esempio Thomas Vinterberg in Festen — ma anche Pablo Larraín in No, girato come un documentario pur essendo un film di finzione. Questo mi interessava molto e, nel complesso, per il modo in cui scorre il ritmo, mi sono rifatto un po’ a Magnolia di Paul Thomas Anderson, perché penso che abbia fatto un lavoro straordinario, e ciò che trovavo interessante era la struttura musicale.
Volevo anche che la politica fosse presente sullo sfondo, ma che i ritratti fossero in primo piano: le piccole vite durante i grandi momenti, perché siamo tutti piccoli di fronte ai grandi eventi. Inoltre, non conosco davvero l’insieme completo; non sono un computer, non conosco tutte le circostanze. Ogni volta che vedo questi film in costume penso che appartengano più ai prodotti Hallmark o ai canali storici. Il vero cinema, invece, è come scavare nelle lotte quotidiane, nei piccoli momenti di combattimento, se vogliamo.
Questa è una vicenda che fa parte del tuo vissuto; come sei riuscito a trasportare nel film quel “sentire”, trasformandolo in narrazione?
Ero un bambino, ma sono cresciuto in una famiglia profondamente segnata dai comunisti, come del resto qualunque altra famiglia europea. Voglio dire, siamo stati tutti colpiti, in un modo o nell’altro, da una sorta di dittatura, dalla mancanza di libertà e poi dalla lotta per riconquistarla. Quindi è qualcosa di molto comune. In ogni caso, ero molto consapevole delle circostanze politiche che ho raccontato, per questioni familiari. Ho pensato però di avere l’obbligo morale di raccontare questa storia perché ho vissuto in una sorta di mondo diverso: avevo cose da raccontare, ed è anche molto arricchente per me come artista.
Avevo inoltre una sensazione — che ho catturato nel film — una sorta di deus ex machina, una specie di rivelazione miracolosa: ‘arrivò, finì’. Questo, a dire la verità, è ciò di cui tratta il film.
Ecco perché il Bolero, e so che può sembrare un po’ irrealistico, ma è un modo molto moderno di affrontare la storia: come se una singola persona potesse cambiare il corso degli eventi lanciando un petardo. Certo, non è la verità. Certo, non è un documentario. Questa è una farsa storica. Ma la farsa storica ha catturato l’entusiasmo che ricordo di aver provato vivendo quella sensazione, quando ero giovane e tutto quell’incubo finì.

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