Lino Musella. Courtesy of MoliseCinema
Lino Musella. Courtesy of MoliseCinema

A dare inizio alla 23ª edizione di MoliseCinema, che si è tenuta dal 5 al 10 agosto a Casacalenda (Campobasso), c’è stato un prezioso momento artistico e letterario dedicato a Gaza: il reading delle poesie Stato d’assedio (2002) del poeta palestinese Mahmud Darwish a cura di Lino Musella, che ha trasportato i presenti in un passato non troppo lontano e nei versi di un autore scomparso solo pochi anni dopo aver pubblicato la raccolta.

Attore, regista e drammaturgo, Lino Musella si divide fra teatro, cinema e serialità; vincitore nel 2019 del Premio Ubu come miglior attore per The Night Writer – Giornale notturno di Jan Fabre, Musella tornerà sul palco il prossimo inverno, e nel 2026 lo vedremo nell’attesissima serie Portobello, firmata da Marco Bellocchio.

Hai inaugurato il festival con i versi di Mahmud Darwish: come si inserisce in quel contesto la testimonianza del poeta palestinese?

Chi dirige il festival ha intercettato una cosa che io faccio ormai da qualche anno; ho scoperto questo testo di Darwish già nel 2023, sebbene fossi in un contesto dove se ne parlava, non ne avevo ancora capito bene la grandezza, non l’avevo messo a fuoco come poeta. Poi ho letto in un articolo di questo titolo, Stato d’assedio, mi ha incuriosito, ho chiesto a persone molto vicine alla causa, in particolare anche a un arabista, ho trovato il modo di procurarlo e ho cominciato a portarlo in giro più o meno da novembre 2023.

Il direttore di MoliseCinema, Federico Pommier, mi ha chiamato conoscendo già questa mia lettura, sapendo soprattutto che prevedesse poi una donazione devoluta in beneficienza, e ha espresso il desiderio di integrarla alla presentazione di Nonostante di Valerio Mastandrea.

Capita che ci siano festival che chiedono dei miei lavori, magari avendo un budget limitato, con cui non riescono a sostenere le spese dei musicisti, di un’eventuale parte tecnica ad esempio, in quei casi decido di poter andare direttamente con una lettura, e nel caso del testo di Darwish il cachet viene devoluto ad associazioni che lavorano per Gaza. Nel caso del MoliseCinema il cachet è stato devoluto a Gazzella Onlus, invece al Clorofilla Film Festival, a cui ho partecipato il giorno dopo, ho chiesto di devolverlo a questa nuova associazione che sta raccogliendo fondi per aiutare i giornalisti attivi a Gaza, Alziamo la voce per Gaza.

Non è una cosa che pubblicizzo molto, secondo me non bisogna strumentalizzare quello che si fa in questo senso, sebbene sia felice di farlo e sia giusto dirlo.

Com’è stata la risposta del pubblico del MoliseCinema?

Veramente fantastica, anche inaspettata in un certo senso, perché è un reading secco di 55 minuti, in cui non c’è spazio per niente, se non una musica che arriva proprio alla fine, negli ultimi minuti, per sciogliere il nodo dentro le parole di questo autore.

Mi piacciono molto le raccolte di poesie, ma Stato d’assedio non è una semplice raccolta; mi sono innamorato di questo testo perché quando l’ho letto la prima volta ho sentito che fosse totalmente collegato, dal primo verso all’ultimo. Lui lo indica proprio così, “testo”, anche in prefazione. È poesia, ma ha un filo totalmente drammaturgico. Da metà lettura in poi si capisce come tutto si intrecci.

Ci sono altri poeti palestinesi che ho scoperto e che apprezzo, come Ibrahim Nasrallah, il suo Maria di Gaza è un lavoro straordinario scritto proprio in questi anni, ha dei passaggi potentissimi, ma è come se ogni poesia avesse una vita propria, a differenza appunto del testo di Darwish, che trova forza proprio nella lettura integrale. C’è l’ultima parte che è un’elegia alla pace, e mi è capitato all’inizio, in alcune situazioni, di leggere solo quella. L’effetto è depotenziato, perché è necessario percorrere l’intero viaggio perché quel finale acquisti un senso potente, ascoltarlo tutto per capire da dove provenga quella preghiera.

Inoltre la distanza con la realtà è un concetto che mi interessa molto: Stato d’assedio è stato scritto durante l’assedio di Ramallah del 2002, recente ma non contemporaneo, quindi una dimensione di assedio non radicata nel presente. Anche quel minimo di distanza dalla condizione attuale dà forza alla poesia, sono parole del passato che parlano al presente.

Al festival hai introdotto anche Nonostante; che tipo di legame hai con Mastandrea e cosa rappresenta questo film per te?

Con Valerio ci conosciamo dal suo primo film (Ride, 2018, ndr) e ho avuto in tutto tre esperienze con lui, una in cui eravamo entrambi attori ne Il pataffio, (di Francesco Lagi, 2022, ndr) e le altre nei suoi due lungometraggi da regista.

In Nonostante sviluppa un tema che è autentico per lui, affrontato con uno sguardo esistenziale, che si interroga quindi sull’esistenza. È una riflessione che mantiene sempre una grazia che indubbiamente Valerio possiede, l’ironia è grazia. Lo racconta spesso, il film è su una storia d’amore come quelle delle scuole medie, che ti innamori alle 4 e lei se ne va alle 6, e crea una sospensione in questo caso attraverso il gioco, solo che a essere in gioco è l’esistenza. I personaggi di Nonostante abitano il luogo, non si fanno troppe domande, però sono lì in uno stato di sospensione che ci parla molto, perché è un riflesso di vita, e i riflessi della vita sono l’amore, l’amicizia, il tenersi compagnia.

Credo che nel film ci siano delle cose molto belle ma relativamente spiegabili, perché appunto appartengono a un’intuizione autentica, che non è ragionata, ma poetica, istintiva. Anche l’immagine del vento che lui ha avuto e che poi ha scritto con il co-sceneggiatore, non è radicata in un’idea formale, né tanto meno ideale.

Il 18 luglio è uscito invece in sala Unicorni di Michela Andreozzi, qui il tuo personaggio è il residuo di un maschile problematico, come ti sei sentito nei suoi panni?

Mi diverto molto a fare questi ruoli. Mi diverte sempre, quando posso, interpretare i fascisti, anche se Stefano, nel film, è un po’ più tenero, si salva in un certo senso. È un po’ un fascista ma manco fino in fondo, è un uomo medio, è la resistenza che deve risuonare soprattutto nel rapporto con il protagonista, con il personaggio di Lucio. Chiaramente mi sono divertito a farlo; è uno di quei ruoli funzionali, che devono servire la storia.

Serve a far emergere la contrapposizione: Lucio deve difendersi dal suo amico, ma in realtà scopre che le stesse resistenze abitano anche dentro di lui. Dovrà affrontarle direttamente riuscendo a fare un percorso al loro interno, vincendole. Nonostante il gioco iniziale sull’ipocrisia, c’è un lieto fine. Sono personaggi costruiti molto bene.

Unicorni racconta tematiche importanti ma in modo leggero, è un film che potrebbero vedere anche i bambini.

Che dovrebbero vedere anche i bambini! E che spero possa avere un respiro nazionalpopolare, che possa essere passato in televisione con tranquillità, perché apre gli occhi su argomenti tabù. Non bisogna andare troppo lontano per vedere che non sono superati affatto. Anche in questo caso la storia è molto sentita da Michela, la regista, penso sempre che l’assenza di gravità sia una dote, assenza di gravità in tutti i sensi, del gravoso in quanto leggerezza senza forza di gravità.

Poi c’era una bellissima squadra e con Edoardo (Pesce, ndr) oramai siamo molto affiatati. Mi sono trovato molto bene con Michela e soprattutto ho sentito che era una storia importante da raccontare e che, probabilmente, per affrontare certi temi bisogna usare questo tipo di linguaggio, bisogna indurre il pubblico a non alzare la guardia, c’è bisogno di “un tono da commedia”.

Un altro ruolo complesso e ben scritto è l’adulto Marcello Solara, che interpreti nell’ultima stagione dell’Amica Geniale: come sei riuscito a creare un ponte con il personaggio del giovane Marcello?

Non sono molto filologico o mimetico, anche sui personaggi storici, poi nel caso di Marcello Solara la storia del personaggio esiste a prescindere dall’attore. Però ricordo di aver visto molte foto dell’attore che lo interpretava da giovane (Elvis Esposito, ndr), guardavo i suoi occhi, cercavo di capire un po’ il tipo di sguardo che aveva, mi piaceva, capivo il tipo di eleganza a cui tendeva, che è un’eleganza che si potrebbe definire provinciale.

Passando dalla serialità al teatro, nel 2024 hai firmato la regia dello spettacolo di De Filippo, Gennareniello, come si relaziona all’oggi un testo come questo?

Gennareniello è stato un lavoro che ho molto amato, mi è stato chiesto di realizzare un omaggio per la ricorrenza della morte di Eduardo De Filippo, quindi ho cercato un piccolo gioiello, un’opera relativamente conosciuta. Volevo fare qualcosa di particolarmente lieve, non ho voluto scegliere un testo in tre atti e mettermici dentro come protagonista ma ho scelto un attore con cui ho un rapporto artistico da anni, che è Tonino Taiuti. Ho affidato a lui il ruolo di protagonista perché ha sia l’esperienza sia l’età che la morfologia di un napoletano, che è quello che raccontava Eduardo, cioè il napoletano del ‘900 che, ahimè, prima o poi scomparirà, e più in generale gli esseri umani del ‘900.

Ho giocato poi con un piccolo spostamento. È un’opera del ’32 che io ho trasposto nell’84, mi sono divertito a portarla proprio nell’anno della morte di Eduardo, come se le sue opere potessero continuare vivere di vita propria quando l’autore scompare. Quel lavoro era introdotto dall’ultimo discorso che lui fece, l’ultima lezione che ha lasciato, già molto anziano, agli studenti della Sapienza in una serata/lezione/recital, in cui parlava del suo rapporto con la tradizione e la tradizione è appunto la vita che continua.

Eduardo racconta di maschere umane, quindi le maschere umane ci continuano a parlare, e i grandi drammaturghi continuano a parlare attraverso le loro opere. È chiaro che su Eduardo c’è una carta velina che non puoi mai strappare totalmente, lo dovresti andare a fare in Cina per non avere quel tipo di rimbalzo continuo con le opere originali, anche delle opere che lui non ha ripreso in video.

Venivo già da un lavoro nato durante la pandemia, quello che è stato un personale omaggio a Eduardo, Tavola tavola, chiodo chiodo, che invece racconta tutt’altro: in quel caso prendevo la sua vita in prestito per raccontare una dimensione del teatro che, secondo me, andava raccontata attraverso le sue parole.

Non mi preoccupo di parlare al presente perché penso di avere un’età per cui automaticamente parlo al presente, penso che arrivi da come ti presenti al pubblico, e nel caso di Gennareniello un attore come Tonino riesce a stare nel tempo presente.

L’opera può avere degli aspetti legati a un’altra epoca, però ha anche un meccanismo molto giovane, Eduardo l’ha scritta a 31 anni, aveva una grande giovinezza da scrittore, e anche una certa ingenuità, doveva ancora arrivare a una compiutezza come drammaturgo. Mi piaceva l’incertezza della sua scrittura, ho scelto questo omaggio anche per il suo essere un po’ storto, per il suo essere imperfetto.

Tornerai ad occuparti di regia per il teatro prossimamente?

Per il 2025 non tornerò a fare regie teatrali, non ho ancora nulla di sicuro in cantiere perché sono impegnato come attore invece in due lavori: uno su Enzo Moscato per la regia di Roberto Andò, un grande omaggio che debutterà a dicembre a Napoli, e che per adesso andrà soltanto al Piccolo, poi la ripresa di uno spettacolo che è stato portato in scena due anni fa e che è basato su un testo di Fabrizia Ramondino, per la regia di Mario Martone.

Mi dispiace purtroppo non aver ripreso un lavoro su Harold Pinter che continua a risuonare, a ruggire dentro di me (Pinter Party, ndr). Affrontava i tre testi più politici di Pinter e anche in quel caso siamo stati solo a Napoli, nel 2024. Pinter non è un autore che ti accarezza, o se lo fa è con una lametta tra le dita. È tragicamente contemporaneo. Ero riuscito addirittura a tessere dentro queste tre opere brevi il discorso da lui tenuto per la cerimonia dei premi Nobel, e ascoltare oggi quel discorso è veramente doloroso. Viene ripreso poco nonostante sia impressionante che un autore del genere, premio Nobel alla letteratura, l’abbia “consegnato” agli Stati Uniti. Cioè, l’ha consegnato al mondo parlando, tra i grandi responsabili, di un grandissimo responsabile.

Dove ti vedremo prossimamente?

Penso sia uscito al cinema tutto quello a cui ho lavorato recentemente: Nonostante, Ho visto un re di Giorgia Farina, Unicorni, Arsa di Masbedo, però quest’anno sono stato maggiormente coinvolto nella nuova serie di Marco Bellocchio, Portobello, che sarà presentata a Venezia.

Ho avuto la fortuna di incontrare dei grandissimi registi, però con Bellocchio è stato l’incontro più bello che abbia fatto, mettendo in mezzo anche il teatro.

Lino Musella. Courtesy of MoliseCinema

Continua a seguire FRAMED anche sui social: ci trovi su FacebookInstagram Telegram.

Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.