La meglio gioventù (2003), 01 Distribution
La meglio gioventù (2003), 01 Distribution

Nell’estate del 1966 Matteo e Nicola Carati intrapresero un viaggio, non solo per andare via dalla loro città, dagli esami, dalla famiglia; i due fratelli partirono per una “missione”, tornando con una serie di consapevolezze, che avrebbero determinato il loro futuro da adulti in un mondo in continuo cambiamento.

Il viaggio di Matteo e Nicola, rispettivamente interpretati da Alessio Boni e Luigi Lo Cascio, è uno dei punti di svolta di un film che, diviso in due parti, racconta le vicende della famiglia Carati, proprio dal 1966 ai primi anni 2000: quel film è La meglio gioventù, con la regia di Marco Tullio Giordana e la sceneggiatura di Sandro Petraglia e Stefano Rulli. Un’opera che ha segnato indelebilmente i suoi spettatori, che ha raccontato una generazione, tra impegno e rinascita, male di vivere e reazione disperata anche verso ciò che non si può arrestare. I due ragazzi, rinunciando a partire con i loro amici per la Norvegia, compiono una deviazione per aiutare Giorgia (Jasmine Trinca), giovane paziente di un ospedale psichiatrico, per riportarla da un padre che l’ha dimenticata, in una realtà che non sa come accoglierla.

Che effetto fa pensare a Matteo, Nicola e Giorgia oggi, a distanza di 60 anni da quel viaggio estivo? Ce lo racconta il regista del film, Marco Tullio Giordana.

Il viaggio che compiono Matteo, Nicola e Giorgia ne La meglio gioventù accade nel 1966: che effetto ti fa rivedere adesso quel film, sapendo che è ambientato ipoteticamente sessant’anni fa?

Mi fa impressione pensare che dal 1966 sia passato tutto questo tempo. Nel ’66, da sedicenne, andai a Firenze con alcuni compagni di scuola, un po’ disorganizzati, per unirci ai cosiddetti “angeli del fango”. È un’esperienza talmente viva nella mia memoria che mi sembra impossibile sia trascorso tanto tempo. Il tempo in un film è sempre astratto, fa parte del racconto, del romanzo; nella vita reale, invece, ti rendi conto che rimane dentro di te come un blocco di marmo intatto.

Per il resto, l’intera vicenda – dall’alluvione di Firenze a tutto ciò che il film narra – ha trovato per me la sua forma definitiva, come se le mie esperienze personali vi fossero state racchiuse. Solo una parte, naturalmente: ci sono tante cose di cui il film non parla, tante vicende rimaste fuori. Come la diffusione della droga negli anni ’70 (che ha falciato un’intera generazione) o la liberazione femminile. Non potevano affrontarle tutte, perché la nostra storia era quella di un gruppo specifico di personaggi, non la Storia maiuscola completa del nostro Paese. Non potevano intercettare ogni singolo momento apicale del costume italiano.

Matteo, Giorgia e Nicola partono per questo primo viaggio e diventano l’emblema di quella generazione, ma nel 2003 sono diventati un simbolo anche per quelle successive. Secondo te cosa potrebbero rappresentare quei tre ragazzi e le loro scelte per un adolescente di adesso?

Bisognerebbe chiederlo a loro, non saprei mettermi al loro posto. Tuttavia, credo che tutti gli adolescenti abbiano sognato di partire, fare uno switch della propria vita. Il viaggio è la prima idea che viene in mente per spezzare i legami e uscire dalla bolla della famiglia, della scuola, delle solite amicizie. In questo credo che nulla sia cambiato. Oggi è sicuramente più facile viaggiare, costa meno e ci sono strutture di accoglienza…un tempo era invece un’esperienza molto avventurosa.

Nel film viene espressa una grandissima idea di libertà. Pensi che oggi ce ne sia di più o che quella rappresentasse un’espressione di libertà ancora maggiore?

Oggi è più facile avvicinarsi a culture diverse grazie alla frequenza e alla comodità degli spostamenti. L’aspetto avventuroso, però – quello che porta a conoscere sé stessi prima ancora delle persone e dei luoghi – era congenito nei viaggi programmati senza troppi appuntamenti, senza abbonamenti ai treni speciali europei, basati sull’autostop. Bisogna anche dire che il mondo si è molto ristretto ed è diventato meno ospitale. Da ragazzo ho fatto viaggi in Africa e in America Latina, ho attraversato il Sahara tre volte…oggi fare quelle stesse esperienze sarebbe un’impresa impossibile, a causa dei conflitti e delle barriere politiche e religiose che si sono create in questo mezzo secolo di continua regressione. La libertà di viaggiare si è molto circoscritta.

All’epoca, inoltre, gli italiani godevano di una generale libertà di movimento e simpatia perché – pur avendo avuto un passato coloniale anche noi – non ci veniva addebitato lo stesso rancore che pesava su francesi, belgi, tedeschi o inglesi, ed eravamo accolti dovunque senza tante storie. Oggi è tutto cambiato e con le missioni internazionali di peacekeeping, cui abbiamo partecipato – considerate da molti paesi come violazioni – siamo diventati parte anche noi di un mondo più ostile.

Il film è del 2003 ma risulta ancora vivo e attuale. I tre protagonisti – Luigi Lo Cascio, Alessio Boni e Jasmine Trinca – hanno negli anni portato avanti una grande carriera. Che ricordo hai del lavoro con loro?

Intanto sembrano aver fatto un patto col diavolo, nessuno di loro sembra invecchiato! Hanno portato molta fortuna al film e devo dire che il film ne ha portata anche a loro: oggi sono diventati fra gli attori di punta del momento. Per non parlare di Fabrizio Gifuni, Sonia Bergamasco, Maya Sansa, Claudio Gioè e tutti gli altri. Li avevo scelti, dopo centinaia di provini, perché vedevo in loro una stoffa incredibile.

Accanto a questi “ragazzi” c’erano poi veterani straordinari, una su tutti Adriana Asti, il mio grande amore, donna e attrice meravigliosa. Ricordo la scena del processo a Torino, in cui la madre assiste in piedi tra il pubblico, mischiata ai pazienti psichiatrici accompagnati da Lo Cascio. Poiché la scena richiedeva molte inquadrature e piani di ascolto con lei sullo sfondo, Asti è rimasta in piedi per tutte le riprese senza mai lamentarsi, senza chiedere una sedia o pretendere lo statuto di prima attrice. Una lezione di grazia e umiltà indimenticabile per tutti noi.

È una scena bellissima, così come quella della notte di Natale, l’ultima volta in cui parla con Matteo.

Esatto, la scena di Natale. Anche lì la sua interpretazione è sottile, implicita, appena accennata eppure potentissima. Ancora adesso mi commuovo a pensarci.

Vorrei indirizzare questo film a chi ha quindici anni oggi e non lo conosce. Possiamo promettere loro che non ne rimarranno delusi?

Anche se può sembrare un’opera remota per via del tempo trascorso e del contesto storico, in realtà penso che riguardi molto i giovani di oggi. Negli incontri recenti ho riscontrato che l’identificazione da parte dei ragazzi è ancora fortissima, non riguarda solo chi quei tempi li ha vissuti e li ricorda con nostalgia. Spero che non intervengano mutazioni culturali e antropologiche tali da distruggere il dialogo col passato e rendere quei tempi incomprensibili.

Un film deve parlare a tutti indipendentemente dalle epoche, un po’ come accade quando ci commuoviamo di fronte ai classici come Via col vento o Il posto delle fragole, Jules e Jim o Novecento. Credo che La meglio gioventù – senza volerla paragonare a quei capolavori – funzioni anche perché non vi si avverte l’invadenza degli autori, la vanità del voler parlare di sé. Non è lo specchio degli artefici ma degli spettatori… ogni spettatore si vede riflesso, si riconosce in qualcosa. Lo dico così, a posteriori, dopo che è passato tanto tempo, perché naturalmente nessuno di noi che ci ha lavorato poteva prevedere un successo così duraturo.

Tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000 c’era un grande fermento per questo tipo di racconto.

Fu un momento straordinario. La meglio gioventù arrivò subito dopo I cento passi (2000, ndr), creando una doppietta dall’impatto generazionale fortissimo.

In molti dicono che abbia inaugurato la serialità, ma a differenza di molte serie contemporanee, basate su formule prevedibili e pianificate, La meglio gioventù non seguiva stereotipi, non batteva piste sicure, non assomigliava a qualcosa di già visto, anche se sicuramente evocava il grande cinema classico che mi aveva formato.

Fin da ragazzo ho sempre amato molto il cinema e anche ne La meglio gioventù sono nascosti echi, rimandi, suggestioni quando non addirittura citazioni. Quando lo guardi, però, non te ne accorgi, non prevedi come si comporterà un personaggio, ognuno di loro fa continui scarti, sbaglia, corre dei rischi. Nulla è prevedibile, come in molte cose che si vedono oggi, dove tutto sembra pianificato, realizzato per un fine che non è l’esperienza, bensì lo stile. Diceva Eduardo De Filippo: “Chi cerca lo stile trova la morte, chi cerca la vita trova lo stile”:

Stai lavorando a qualcosa in questo periodo?

Sarebbe meglio per scaramanzia non dire nulla…sto scrivendo una storia familiare che prende avvio dopo il 1860, all’indomani dell’Unità d’Italia. Ma non credo di volerne un film o una serie; più facile che questo progetto prenda la strada del romanzo perché coprendo un arco temporale così lungo i protagonisti cambiano di continuo e questa sarebbe proprio una di quelle regole che sarebbe proibito trasgredire.

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.