io sono l'amore

SINOSSI. Nella rigida ritualità borghese della ricca famiglia lombarda dei Recchi, composta da Tancredi (Pippo Delbono), la moglie Emma (Tilda Swinton), i tre figli Edoardo (Flavio Parenti), Gianluca (Mattia Zaccaro) ed Elisabetta (Alba Rohrwacher) e numerose figure collaterali, irrompe l’affascinante figura di Antonio (Edoardo Gabbriellini), giovane cuoco la cui natura libera e umile è in grado di scardinare l’ordine apparentemente immutabile di una realtà fatta di ruoli e di apparenze. L’attrazione e la passione che nascono fra l’algida Emma e l’uomo si tramutano gradualmente in amore sincero e forte, talmente intenso da rompere ogni legame precostituito e offrire finalmente alla protagonista la possibilità di “rinascere” da zero e riappropriarsi della sua vita.

Io sono l’amore

L’Amore, così come inteso da Luca Guadagnino nel suo terzo lungometraggio, è lo strumento di una rivoluzione esistenziale che distrugge ogni schema sociale e riporta all’essenza più genuina del Sé. Poiché esso assume nel film le sembianze del giovane cuoco Antonio, è lecito pensare a un parallelismo fra la potenza estatica del sentimento e il piacere derivato dal cibo, dalla sua preparazione, degustazione o semplice condivisione.

In altri termini Antonio è il corpo della rivoluzione e le sue mani sono le armi attraverso cui essa è messa in atto. Con le mani egli cucina, esplora, dà espressione alla creatività e dignità al suo lavoro, contrapponendosi alla borghesia sullo sfondo della vicenda. Delle sue mani e dei suoi piatti ha dunque bisogno Emma per emanciparsi da un ambiente sociale che non le appartiene e che le ha sottratto l’identità e l’essenza.

Il momento in cui tutto ciò diventa chiaro agli occhi dello spettatore, ancor prima che alla protagonista, è la scena al ristorante in cui l’attenzione della regia è totalmente dedicata al piatto che Antonio prepara per lei, immaginando il suo gusto e conquistandola ancor prima di conoscerla.

Dettagli del cibo e delle posate che affondano lentamente in esso si susseguono a primissimi piani della donna e a dettagli del suo sguardo perso in un’estasi lontana. Uno spotlight, o occhio di bue. la illumina dall’alto, lasciando in ombra il resto e rimarcando ancora la distanza con l’ambiente, ma anche l’intensa sensualità dell’esperienza da lei vissuta attraverso il cibo, strumento esplicito dell’erotismo suscitato dalla figura di Antonio.

La liberazione di Emma inizia così dai sensi, dal gusto in particolare, procede attraverso la riscoperta dell’Amore, adultero ma vero, tanto fisico quanto romantico, e si conclude con il raggiungimento di una nuova e terribile consapevolezza della propria natura, ormai priva di qualsiasi remora e legata ancora una volta a un piatto, l’ouka, la complessa zuppa russa della sua infanzia, fattore cruciale nell’inaspettato finale.

Una curiosità: tutti i piatti preparati nel film sono opera dello chef Carlo Cracco.

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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