Written by 12:00 Music

Janis Joplin, la potenza della debolezza

Il legno delle bacchette scivola sull’acciaio dei piatti e quando lo colpisce lo fa con regolarità, concedendo al basso di estendere il suono nella profondità di una terza dimensione.

Una chitarra elettrica, pulita, si arrampica in una scala armonica che coinvolge una seconda chitarra, alla quale s’intreccia come in un capriccio.

Finché entrambe non si ammutoliscono all’aprirsi di una voce, roca, fievole, tremante: sembra stia per spezzarsi in un pianto, da un momento all’altro.

E invece solfeggia, fluttua da una nota all’altra, s’inasprisce elevandosi su tonalità che  ne esaltano tutta la straordinaria forza, quella che può emergere solo al limite massimo della debolezza.

Proprio là dove canta di non piangere, quasi piangendo ella stessa. È Summertime nella versione registrata da Janis Joplin con la sua band, la Big Brother & the Holding Company.

Jamos Jopin in concerto nel 1968 – Credits: web

Janis Joplin e la pura emozione di Summertime

Perché di versioni di Summertime ne sono state fatte tante, tantissime. Eppure quella di Janis Joplin è tra le poche a superare lo sforzo tecnico per farsi pura emozione.

Passando attraverso la sensibilità delle sue corde vocali, Summertime diventa una ninnananna cantata da Janis a se stessa, nel gioco straziante della sua doppia personalità.

Summertime, infatti, è un brano scritto dal celebre compositore americano George Gershwin negli anni ’30. Un brano che moltissimi artisti hanno sentito il bisogno di replicare per misurare la propria capacità tecnica, ma che solo alcuni hanno preso indimenticabile, perché la loro reinterpretazione era lo sfogo di un bisogno  esistenziale.

L’ambivalenza inafferrabile di Janis

Ella Fitzgerald con Louis Armstrong, Miles Davis, John Coltrane, Billy Holiday.

Nomi di artisti grandiosi e afroamericani. Non un caso, forse, visto che nel testo a cantare è una bambinaia nera mentre culla la figlia bianca dei suoi padroni per farla addormentare.

Non un caso, allora, nemmeno che Janis Joplin possa essere inscritta in mezzo a questi nomi. Perché la sua voce riesce a incarnare perfettamente la bambinaia e la bambina, la servitù nera e la borghesia bianca, il dolore dell’esperienza vissuta e il capriccio dell’innocenza infantile.

Due voci così diverse, eppure così vicine da unirsi in un solo, inconsolabile pianto.

La voce di Janis Joplin è l’anima stessa dell’escluso e dell’esclusore, del discriminato e del discriminatore, è la voce dei primi, profonda fino al dolore, e quella dei secondi,  acuta fino allo stridore.

Janis è una donna in lacrime per quello che ha vissuto e una bambina in lacrime per quella che vivrà.

Janis Joplin ritratta nel 1969 – Credot: web

E riesce ad esserlo perché cosi è la sua stessa vita: ambivalente.

Una debole, insicura ragazza bianca aggredita dal mondo che la discrimina per il suo aspetto fisico e una combattiva, audace ragazza nera che non può far altro che aggredire il mondo per difendersi.

All’esterno, gli ideali hippy e i diritti degli afroamericani, Woodstock e il concerto in memoria di Martin Luther King: all’interno, il dolore di Billy Holiday e l’anestesia dell’eroina, l’esuberanza di Ella Fitzgerald e la rassegnazione dell’alcol, la consapevolezza di Bessie Smith e il rifugio della psichedelia.

Nella convivenza costante con questa ambivalenza, Janis non riesce mai a liberarsi del tutto della debolezza e dell’insicurezza, né riesce mai ad essere fino in fondo presuntuosa e insolente.

In questa condanna, Janis è dolce e intrattabile. Tutti la amano, ma nessuno riesce a stare con lei.

Non ci riesce neppure Leonard Cohen che incastona nell’eternità di un brano, Chelsea Hotel, una fugace notte d’amore insieme a lei.

Forse perché quella voce può essere amata da tutti, ma la donna cui appartiene non può amare nessuno. Soprattutto se stessa.Cosi sul palco libera la sua voce, grida e piange, vive e fa l’amore con migliaia di persone: poi torna nella sua stanza d’albergo, sola, con una bottiglia di whiskey e dell’eroina come unica compagnia.

Jamos Joplin sul palco davanti a migliaia di spettatori – Credits. web

Sembra che delle cantanti afroamericane non porti in sé soltanto la voce e la sua capacità espressiva, ma le loro stesse tragiche e sofferenti esistenze, l’esperienza più crudele della vita, in un tutt’uno con il dono artistico.

La sofferenza nella voce: Piece of My Heart

Non serve ascoltare con troppa attenzione, d’altronde, per sentire tutto questo in quel grido, all’inizio di Piece of My Heart: un urlo bestiale, istintivo, crescente strappato fuori da corde vocali che sembrano intaccate dalla ruggine, ma riescono comunque a vomitare un dolore proveniente dai meandri più nascosti del petto, laddove il palpito del cuore è assordante. È il preludio ad un’incontenibile esplosione.

E invece la voce si fa sorprendentemente calma, fredda, cinica, quasi spietata. Consapevole di se stessa, libera dalle passioni che non vuole la travolgano, espone superba tutte le sue ragioni, in un modo che le renderebbe giuste anche se in fondo non lo fossero davvero.

E solo allora, quando non ha più nessun altro da convincere, rilascia ancora quelle grida, quattro volte, prima di farle esplodere del tutto, masticando e sputando con quella voce i pezzi stessi del cuore di chi la ama, solo per convincerlo a fare altrettanto col suo.

Janis Joplin non imita Billy Holiday, Ella Fitzgerald, e neppure Bessie Smith. Semplicemente, condivide con loro quella potenza che la mette sul loro stesso gradino espressivo.

È per questo che la sua voce è inimitabile, unica. Non per il tono. Ma per quello che ha dentro, per il luogo profondo da cui proviene e per come ne sa uscire. È la straordinaria potenza della debolezza, più forte di qualsiasi energia. Perché racchiude in sé la disperazione estrema, quella che spinge oltre il loro limite le capacità umane.

Janis Joplin nel 1968 – Credits: web

Quando morì per overdose di eroina in un albergo di Hollywood, Janis era sola. Ritrovarono il suo corpo a diciotto ore dal decesso.

Alcune ore dopo, forse in quello stesso albergo, arrivava un telegramma: c’era scritto qualcosa come “anche io ti amo e voglio ricominciare con te”. Era indirizzato a lei da un giovane professore col quale aveva avuto una relazione qualche mese prima: l’aveva lasciata perché aveva capito che la droga la rendeva quello che lui non poteva amare, o semplicemente una donna incapace di dare amore.

E lo aveva capito anche lei. Perché quel telegramma era la risposta ad una lettera che Janis stessa gli aveva scritto qualche settimana prima, dove dichiarava il suo amore e la sua decisione di disintossicarsi.

Ma la risposta a quella lettera arrivò tardi, troppo tardi. Janis Joplin aveva soltanto ventisette anni. Eppure nascondeva le tracce di una vita intera dentro le rughe meravigliose della sua voce. Una voce che nella vita ha sofferto e ha perso. Ma che ha combattuto, conquistando una tragica immortalità. Forse inutile per lei, ma essenziale per chiunque.

Continuate a seguirci su FRAMED.

(Visited 173 times, 1 visits today)
Tag:, , , , , Last modified: 10 Maggio 2021
Close