john bonham

È il 25 ottobre del 2018, alla casa d’aste newyorkese Christie’s viene battuto il martelletto. Un solo colpo, sordo, ma tanto potente da vibrare a decine di migliaia di chilometri di distanza, in un piccolo cimitero del Worcestershire, nella campagna inglese. Sulla lapide non c’è foto, solo un nome, John Bonham. A pronunciarlo evoca in molti un altro martello, quello degli dei.

Perché Bonham è e sarà sempre il batterista dei Led Zeppelin. Lui, alla cui morte il gruppo si sciolse per sempre. Lui, considerato il più potente batterista di sempre.

Lui, a quel colpo di martelletto d’asta, forse, non si è rivoltato nella tomba, ma le sue spoglie mortali hanno senz’altro sussultato.

Perché il piccolo martello di Christie’s ha battuto per mezzo milione di dollari “Il ritratto di Edmond Belamy”: il primo quadro “dipinto” da una Intelligenza Artificiale.

La lapide di John Bonham nel cimitero di St Michael Churchyard nel Worcestershire, in Inghilterra – Credits: findagrave,com

La formula dell’opera d’arte perfetta

Poco più di un anno fa, un gruppo di ricerca francese chiamato Obvious ha messo in funzione un algoritmo capace di realizzare il dipinto “perfetto”. Sfruttando un database di 15mila opere realizzate tra il XIV e il XX secolo, un generatore ha isolato alcuni elementi caratteristici ricorrenti e ne ha prodotto varie combinazioni. Ognuna di esse è stata poi analizzata da un discriminatore il cui scopo era determinare quale fosse quella creata dall’uomo e quale dalla macchina.

Ingannato il discriminatore, l’algoritmo ha raggiunto il suo scopo: la formula dell’opera d’arte perfetta.

È quello che accade ormai da qualche tempo nel cinema e nelle serie tv. Seppure ancora senza algoritmi, le produzioni Netflix lavorano sempre più spesso alla formula della sceneggiatura perfetta.

Martin Scorsese, descrivendo i film della Marvel, ha parlato di un “lunapark” dove ogni elemento è disposto esattamente al posto giusto per ottenere un determinato effetto.

Una trasposizione artistica del concetto socio-architettonico del “non luogo” di Marc Augé: luoghi sottratti al qui e ora dello spazio sociale e del tempo storico, capaci di permettere il transito o il consumo a chiunque e allo stesso modo di non accogliere nessuno, perché privi di alcuna identità culturale che li renda umani.

Luoghi perfetti privi dell’umana imperfezione.

“Il ritratto di Edmond Belamy” – Credits: web

Il metronomo spezzato

È quello che accade anche per la musica. Ascoltate Smother, il pezzo perfetto di grunge che i Nirvana non hanno mai scritto, semplicemente perché erano umani. Troppo umani.

Smother è solo un esempio di spartito perfetto nel quale ogni nota è al suo posto e il metronomo spacca il millesimo di secondo.

È forse proprio il metronomo l’emblema di questa perfezione: preimpostato per la struttura musicale desiderata, impone un ordine impeccabile ad ogni strumento, scandendo un tempo indiscutibile.

E, allo stesso modo, inesorabile.

Come inesorabile è il tempo che separa l’uomo dalla sua morte. E l’arte non è questo, non può essere questo.

Scienza e arte sono entrambe lo slancio prodotto da bisogni umani. Ma bisogni profondamente differenti: la prima ricerca ostinatamente la precisione, dove l’arte ricerca l’emozione. E lo fa attraverso la bellezza che, in relazione ai tempi, può essere armonia o disarmonia.

Anche l’imperfezione è bellezza, l’incapacità tragica dell’uomo di raggiungere i suoi ideali e di ammettere la sua impotenza. Uno slancio commovente che si esprime attraverso una creazione, spontanea e mortale, com’è la natura stessa del suo creatore.

Nello spazio di questo spartito, il ticchettio del metronomo non riesce a rientrare, per quanto si sforzi con l’ostinazione della scienza. Perché qui lo scorrere del tempo non avanza, ma si arresta e si dilata, come in una parentesi.

Come quella dilatazione clamorosa che sentiamo invadere il nostro corpo mentre ascoltiamo Whole Outta Love: il basso pulsa disperdendosi, le corde della chitarra scivolano negli abissi della mente, la voce geme cosciente del dono della parola, e la batteria trema sfiorata dalle bacchette che non osano colpirla.

È la spontaneità di un sospiro umano che si riprende dalla fatica, da un pianto, da un orgasmo. Una piccola morte che corrisponde ad un’espansione della vita: il miracolo di arrestare la progressione inesorabile del tempo verso la sua fine.

John Bonham - Credits: web
John Bonham – Credits: web

L’imperfezione dei Led Zeppelin

In questa dilatazione è l’imperfezione a dare il senso della bellezza. L’imperfezione umana che emerge lampante nel contrasto con la perfezione inarrivabile dell’idea, sullo sfondo di uno scorrere del tempo che ce ne allontana ogni momento di più.

Il metronomo corre scandendo un tempo che nessun accordo o arpeggio della nostra chitarra riuscirà a seguire,né ci riuscirà un basso, un canto. Non ci riuscirà neppure una batteria.

Nemmeno quella dei Led Zeppelin, quella di John Bonham, per fortuna.

Perché i Led Zeppelin non andavano a tempo. Perché tra Bonham e il metronomo restava un solco irriducibile, quello dell’emozione.

Nei dischi dei Led Zeppelin ci sono errori, ma non c’è niente di più bello di quegli errori, perché sono il commovente fallimento umano di raggiungere la perfezione.

Page, Jones, Plant e Bonham si guardavano in faccia e suonavano, trasmettendo al loro strumento tutta la loro forza e le loro debolezze. Erano passione pulsante, viva: erano emozione pura.

Led Zeppelin in concerto – Credits: web

Il solco sul vinile della vita

Quel martelletto di Christie’s fa tremare le spoglie mortali di colui che fece tremare il mondo con la sua batteria.

Bonham era potenza selvaggia e fine intelligenza. Quella di sapere il proprio limite e giocare sul ciglio delle proprie capacità, le capacità umane.

È così che ha dato ad ogni sua performance qualcosa che nessuna Intelligenza Artificiale, forse, sarà mai capace di riprodurre: quella piega che si apre nel distendersi del tempo, quel solco d’imperfezione sulla superficie liscia del vinile, quello che i musicisti chiamano groove.

E che molti altri chiamano semplicemente anima.

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Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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