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Jojo Rabbit, un altro modo di raccontare l’inenarrabile

Jojo Rabbit, Taika Waititi (2019)

Jojo Rabbit di Taika Waititi (2019) si inserisce nell’annoso (e dannoso) dibattito su quei film “non adatti” a raccontare l’orrore storico del Nazismo, per il tono, per il linguaggio e per la prospettiva. Ma siamo sempre qui per dissentire.

In quanti modi è possibile raccontare una tragedia umana? Infiniti, perché tale è l’esperienza umana della stessa. Nel tempo, tuttavia, e per una serie di pregiudizi e negazionismi che ancora resistono, alcuni modelli narrativi tendono a prevalere su altri quando si parla dell’operato nazista. Solennità, cupezza e strazio sono le uniche porte di accesso, universalmente riconosciute, per realizzare un canonico film sugli eventi che vanno dalle leggi razziali alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Così quando esce un film come Jojo Rabbit, la critica e il pubblico si dividono tra chi ne rimane estasiato e chi disgustato (credendo che sia solo una mossa furba per conquistare gli Academy Awards).

Ci sono due elementi essenziali che però si perdono troppo spesso di vista in questo caso. Il primo è che Taika Waititi offre una prospettiva interna, essendo lui ebreo, anche se australiano-maori. La seconda, legata a doppio filo alla prima, è che Jojo Rabbit non è assolutamente un film leggero o superficiale. Anzi, sono arrivata alla conclusione che, paradossalmente, un pubblico giovanissimo capirebbe più Il bambino con il pigiama a righe (2008) che questo film.

Jojo Rabbit è un film con i bambini, non per bambini

Komm, Gib Mir Deine Hand (The Beatles), I Don’t Wanna Grow Up (Tom Waits), Heroes (David Bowie). Partiamo dalla colonna sonora! Dalla similitudine, per esempio che il regista crea tra le folle adoranti dei Beatles e quelle fanatiche del Reich, commentando la prima sequenza con appunto la loro versione di I Want to Hold Your Hand in tedesco. O guardiamo per esempio la sequenza dell’addestramento di Jojo (Roman Griffin Davis) nella Gioventù hitleriana: un meraviglioso ralenti sulle note di una delle più celebri canzoni contro la guerra, quella di Waits. E infine, la conclusione perfetta, quella su Heroes che da sempre è una canzone legata alla libertà di Berlino, anche se in un tempo storico differente.

La celebre scena sulle note di Heroes - Jojo Rabbit (2019)
La celebre scena sulle note di Heroes – Jojo Rabbit (2019)

Niente è lasciato al caso, ma soprattutto niente di ciò che rende indimenticabile questo film può essere compreso da un bambino. Perché il film non è appunto indirizzato a un pubblico infantile. Jojo stesso è, sì, un bambino di dieci anni, come il simpaticissimo amico Yorki, ma non si comporta mai come tale.

La chiave è l’ironia

La caratterizzazione del protagonista serve naturalmente a sottolineare il lavaggio del cervello del totalitarismo, o il cieco fanatismo più volte ribadito dai personaggi. Il suo linguaggio e la sua espressività, tuttavia, stridono volontariamente con l’età, dando forma al ribaltamento ironico che distingue Jojo Rabbit.

Un pubblico infantile, per esempio, può ridere dell’Adolf Hitler interpretato da Waititi stesso perché è effettivamente buffo. Ma come si suol dire, può ridere di pancia e non di testa. Non può godere del quadro completo, ossia della totale ridicolizzazione del Nazismo da parte di una delle sue vittime collaterali (Waititi, ebreo, che scrive tutto il film oltre a dirigerlo).

Taika Waititi e Roman Griffin Davis in Jojo Rabbit - credits: moviedigger.it
Taika Waititi e Roman Griffin Davis in Jojo Rabbit – credits: moviedigger.it

Questo “privilegio” è dato solo a un pubblico più maturo che costruisce la complicità ironica con il testo filmico. Come quando si comprende benissimo il personaggio sottinteso del Capitan K (Sam Rockwell) e la sua queerness. O come quando Elsa (Thomasin McKenzie), la ragazza ebrea nascosta in casa di Jojo, sollecitata da quest’ultimo a descrivere le caverne in cui vive il suo popolo, gli consegna un disegno.

J: Ma questo è solo un orribile disegno della mia testa.

E: Esatto, è lì che viviamo, nella vostra testa.

Il potere e la riappropriazione della vita stanno allora in queste risate, stanno nella danza finale, stanno nella gioia dell’essere vivi, nonostante tutto.

Un’assenza di solennità che non è insensibilità

Sì, nonostante tutto. Perché pur non essendo solenne come ci si aspetta, Jojo Rabbit coglie ugualmente la profondità della tragedia, incarnandola in un splendido personaggio, Rosie. Dentro questa fiaba dai colori pastello, Rosie (Scarlett Johannson) è la Regina, la Fata Madrina e l’Eroina, tutto insieme. È il faro delle Resistenza, silenziosa ma forte, tanto che ha ancor più risonanza quando esce di scena. Senza contare che è anche l’elemento estetico catalizzante del film, quello sui cui il superbo reparto costumi dà il meglio di sé.

La chiave di lettura, allora, sta nel riconoscerne la stratificazione di significati. I contenuti dei dialoghi e i loro sottintesi, la cultura pop, la musica o la poesia di Rilke, la sociologia del gruppo e il fanatismo, la Storia e le storie umane. Il merito di Jojo Rabbit è di averci presentato una narrazione, che pensavamo di aver già interiorizzato, in un modo che invece, sorprendendoci, ci costringe a riflettere ancora e ancora. E a interrogarci anche sulle conseguenze nel nostro presente.

La citazione di Rilke alla fine di Jojo Rabbit (2019)
La citazione di Rilke alla fine di Jojo Rabbit (2019)

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Tag:, Last modified: 29 Gennaio 2021
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