KONTINENTAL ‘25 di Radu Jude, distribuito da I Wonder Pictures
KONTINENTAL ‘25 di Radu Jude, distribuito da I Wonder Pictures

In Kontinental ’25, il lungometraggio di Radu Jude premiato con l’Orso d’argento della 75esima Berlinale alla sceneggiatura e uscito nelle sale italiane per I Wonder Pictures, si racconta a un certo punto un aneddoto in cui potremmo scorgere il senso di questo nuovo affresco satirico del cineasta rumeno. Posto che un senso, nel mondo messo in scena da Jude, forse non c’è. Forse lo abbiamo ceduto a una multinazionale (insieme a molti dei nostri diritti) senza neanche accorgercene o preoccuparcene. O forse non c’è mai stato, e qualche divinità capricciosa ce lo ha fatto scorgere solo per darci un’ulteriore prova di quanto siamo pigri e sciocchi.

Sia come sia, nell’aneddoto sopra menzionato, il grande filosofo marxista Bertolt Brecht, in esilio durante le Purghe staliniane, dialoga con un dissidente di sinistra che gli racconta come il dittatore sovietico stia facendo uccidere molti innocenti, accusati ingiustamente di cospirare contro di lui. «Se sono innocenti», risponde tagliente Brecht, «meritano di morire più di tutti». Ovvero, in un regime di oppressione, essere “innocenti” non solo è insufficiente, ma forse è addirittura una colpa, perché significa appunto non opporsi, non ribellarsi. Viene in mente quello che diceva Pier Paolo Pasolini sulle vittime di Salò o le 120 giornate di Sodoma, che non fossero meno mostruose dei loro carnefici. Perché un sistema, per esistere, si fonda anche e soprattutto su chi, mentre lo subisce, ne fa parte, lo alimenta, ne è il riflesso deformato ma tanto più emblematico.

Orsolya nel teatro dell’assurdo

Il film di Jude si apre con un uomo dimesso, malandato, vecchio e invecchiato anzitempo, che si aggira per la città di Cluj imprecando ed elemosinando un lavoretto o qualche soldo: è Ionescu (Gabriel Spahiu), ex atleta divenuto alcolista dopo essersi dovuto ritirare dallo sport a causa di un incidente. Sta per essere sfrattato dalla cantina del palazzo in cui vive, e dove l’azienda Europa K.u.K intende costruire un hotel di lusso. Non è lui però il protagonista, come capiamo dopo appena una ventina di minuti, con un rivolgimento quasi da parodia hitchcockiana: al centro, come già nei precedenti lavori del regista Sesso sfortunato o follie porno (Orso d’oro 2020) e Do Not Expect Too Much from the End of the World (Premio speciale della giuria a Locarno 2023), c’è una donna, una donna borghese, né ai vertici né ai margini della gerarchia sociale.

Si tratta di Orsolya (Ezter Tompa), funzionaria del tribunale, incaricata di eseguire lo sfratto, ma tutt’altro che una gelida burocrate: e quando trova Ionescu morto, impiccatosi al termosifone, una crisi di coscienza la travolge. Pressata ulteriormente dalla stampa nazionalista che, vista l’origine ungherese di lei, strumentalizza l’episodio in chiave xenofoba, rinuncia a partire per la programmata vacanza con marito e figli e inizia la sua lenta e penosa elaborazione del trauma. Muovendosi per una Romania dove «gli imprenditori edili governano» e il capitale si sta letteralmente mangiando il territorio, a scapito dei residenti (qualcosa di non troppo dissimile, peraltro, a quanto succede in altri Paesi, vedi la Roma sempre più ostaggio della speculazione sull’overtourism).

Muovendosi tra monumenti anti-socialismo reale e gli onnipresenti marchi e spot del nuovo totalitarismo consumista (dove si pubblicizzano anche buoni per l’assistenza sanitaria, ridotta come tutto il resto a merce), gli incontri di Orsolya con altri personaggi sono altrettanti quadretti su una società di razzismi incrociati, bigottismo religioso e ipocrisia classista: la madre (Annamária Biluska) della protagonista simpatizza per Orbán e chiama i rumeni «stupidi zotici» e «zingari», rinfacciandogli la conquista della Transilvania al tempo della Prima guerra mondiale; il confessore della donna, Padre Şerban (Şerban Pavlu) sostiene che l’ateo «morirà da farabutto»; e l’amica Dorina (Oana Mardare) confessa all’altra di provare disagio per la presenza di un homeless vicino casa, al punto da desiderarne la morte, ma si riconcilia eticamente con sé stessa donando soldi a una ONG per famiglie rom indigenti.

Ogni scena è un piano-sequenza fisso, filmato a una certa distanza, come pezzi di un teatro dell’assurdo, o dell’umorismo pirandelliano: l’umanità di Jude effettivamente può generare il “sentimento del contrario”, da Ionescu che impreca mentre si muove per un grottesco parco popolato di posticci animatronics dei dinosauri all’incidente (narrato alla protagonista per dimostrarle come la vita sia imprevedibile) di un tale in Corea del Sud schiacciato da un robot delle consegne che lo aveva scambiato per una lattina. Viene il dubbio che la tragicommedia nonsense sia universale, a prescindere dai modelli sociopolitici e dalle culture, tanto più ascoltando i paradossali e macabri “racconti zen” del giovane ex studente di Orsolya divenuto rider (Adonis Tanta). Ma di sicuro noi non facciamo molto per rendere questo mondo, se non più razionale, almeno più accogliente e vivibile.

«Legalmente non sono colpevole»

E qui torniamo proprio a Orsolya: che, in realtà, ci prova a fare qualcosa di buono per il suo prossimo. Per esempio, dona 2 euro al mese a tutte le cause umanitarie del momento (dal popolo ucraino a quello di Gaza passando per l’UNICEF), con l’addebito automatico così non rischia di dimenticarsene. Sostiene la democrazia, lo Stato di diritto, condanna gli autoritarismi, tutti, e le guerre. Ha scritto articoli su una rivista denunciando le politiche governative verso i senzatetto. Cerca, per quanto possibile, di svolgere il suo lavoro con dei paletti morali, ad esempio non accettando pratiche di sfratto tra novembre e marzo, quando il freddo metterebbe a rischio l’incolumità di chi viene buttato in mezzo alla strada. Intercede presso la K.u.K. per far ottenere una prorga di un mese a Ionescu, offrendogli anche denaro e un furgone per trasportare via le sue cose.

Orsolya, insomma, fa davvero di tutto per potersi considerare una brava persona: e allora perché continua a sentirsi chiamata in causa dopo il suicidio dell’uomo? «Legalmente non sono colpevole», si ripete. E il problema è proprio questo. Orsolya è una di quelle “innocenti” di cui parlava Brecht (ed è proprio la donna, per contrasto, a raccontare l’aneddoto). Ma quanti di noi sono come lei? Quanti di noi trascorrono e trascinano la vita nel mezzo (o poco più giù, o poco più su) della piramide sociale, cercando di restare umani pur da integrati (quindi in una certa misura complici) di un mondo disumano? Il dio di Radu Jude, quello che ha qualcosa in comune con i numeri irrazionali, non ci risponde. Continua a guardarci, un po’ a distanza. E ride.

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RASSEGNA PANORAMICA
Voto
9
Emanuele Bucci
Gettato nel mondo (più precisamente a Roma, da cui non sono tuttora fuggito) nel 1992. Segnato in (fin troppo) tenera età dalla lettura di “Watchmen”, dall’ascolto di Gaber e dal cinema di gente come Lynch, De Palma e Petri, mi sono laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (2014) e in Editoria e Scrittura (2018), con sommo sprezzo di ogni solida prospettiva occupazionale. Principali interessi: film (serie-tv comprese), letteratura (anche da modesto e molesto autore), distopie, allegorie, attivismo politico-culturale. Peggior vizio: leggere i prodotti artistici (quali che siano) alla luce del contesto sociale passato e presente, nella convinzione, per dirla con l’ultimo Pasolini, che «non c’è niente che non sia politica». Maggiore ossessione: l’opera di Pasolini, appunto.
kontinental-25-la-nuova-satira-di-radu-jude-sul-capitalismo-dove-nessuno-e-innocenteIl dio di Radu Jude, quello che ha qualcosa in comune con i numeri irrazionali, non ci risponde. Continua a guardarci, un po’ a distanza. E ride.