Nirvana by davetoaster, CC BY 2.0 license
Nirvana by davetoaster, CC BY 2.0 license

Succede spesso nella vita di trovarsi di fronte ad eventi che non possiamo controllare. Né tantomeno evitare che accadano. Ci danniamo, pensando e ripensando a come avremmo potuto evitarli, e concentriamo tutte le nostre energie in questo sforzo inutile, dimenticando che non possiamo tornare indietro nel tempo.

È un errore che noi esseri umani facciamo da sempre. Sicuramente dall’antichità, visto che già la filosofia stoica tentò di offrire una soluzione: accettare ciò che non dipende da noi e concentrare le nostre forze per cambiare quel che invece dipende da noi.

Forse Krist Novoselic non aveva letto Epitteto, o forse sì, chi lo sa. Quello che sappiamo è che, consapevole o meno, ha messo in pratica il consiglio stoico di fronte al suicidio di Kurt Cobain.

Krist Novoselic – L’uomo senza celebrità

Alle spalle della maggior parte delle infinite foto che ritraggono uno degli emblemi degli anni ’90, Kurt Cobain, c’è sempre un ragazzo altissimo e allampanato, che sorride all’obiettivo con la faccia timida e lo sguardo innocente, a metà tra chi lo è di natura e chi lo diventa dopo essersi fumato una vagonata di canne. È, lui, Krist Novoselic, l’uomo che forse, più di chiunque altro nella Storia, non ha sfruttato la celebrità. Quella raggiunta dalla band di cui era fondatore e bassista, i Nirvana: senza dubbio, il gruppo più influente degli anni ’90 e tra i più influenti del secolo scorso, musicalmente e socialmente.

Non che lo abbia fatto invece Dave Grohl, l’altro membro del trio, quel giovane batterista entrato nel gruppo un attimo prima che esplodesse con Nervermind. Se oggi tutti lo conoscono è perché ha messo in pratica tutto il suo talento e il suo entusiasmo con i Foo Fighters. Ed è riuscito a farlo senza mai sfruttare il nome di Kurt Cobain.

Forse Krist Novoselic non aveva il suo stesso talento, forse non aveva la sua energia, o forse è soltanto una questione di contingenze della vita, è impossibile dirlo. Sappiamo solo che non è mai riuscito a creare i suoi Foo Fighters, emergendo in qualche modo dallo sfondo di tutte quelle foto storiche. E allora c’è da chiedersi perché non abbia mai sfruttato nemmeno una volta il suo passato, anche solo per spingersi al di là di un incredibile anonimato.

E commuove scoprire che sia stata una scelta: quella di salvare un amico dopo non essere riuscito a salvargli la vita.

Il gran rifiuto

Non possiamo dirlo, possiamo solo provare a immedesimarci e immaginarci l’impotenza di fronte a quel colpo di fucile con cui Kurt si è tolto la vita. Ci può aiutare il dolore che ancora emerge da qualche brano di Dave Grohl, a distanza di quasi trent’anni. La frustrazione di chi è convinto che avrebbe potuto fare qualcosa per evitarlo, l’atroce illusione che un gesto, una parola, uno sguardo avrebbero potuto cambiare le cose e salvarlo da se stesso.

Ma non c’è soluzione a questo dolore, se non sopportarlo accettando quello che è stato. E provare a dirigere quel dolore, con tutta la sua incredibile forza, altrove, in qualcosa dove possa agire. Magari trovare un altro modo per salvare quell’amico. O la sola cosa che resti di lui: la sua memoria.

Quando Kurt Cobain si suicida, i Nirvana hanno da poco pubblicato il loro terzo album, In Utero, dove la rabbia generazionale di Nevermind trova un’inquietante maturità nella rassegnazione. Krist e Dave hanno solo 29 e 25 anni, una carriera esplosa e disintegrata in un attimo. Hanno voglia, e soprattutto un irrefrenabile bisogno, di suonare ancora, di esprimersi nel solo modo che conoscono. Anche di sfogare il loro dolore e, magari, provare a salvare loro stessi dall’oblio che segue una morte così eclatante, concentrandosi sulla straordinaria voglia di vivere che lo contrasta nella confusione emotiva dell’attimo.

Ne hanno tanta di vitalità, soprattutto Dave, che ha già un intero album nella testa e in qualche registrazione casalinga. Non può aspettare, chiama subito Krist, gli racconta tutto, pieno di una disperata euforia, gli racconta i ritmi della batteria, gli accordi delle chitarre, accenna la voce, la linea del suo basso, gli dice perfino che ha già in mente un nome, Foo Fighters, un nome strano, commenta ridendo mentre sta per spiegargli cosa significhi… E Krist lo interrompe.

Lo fa bruscamente, tanto che forse, se sono uno di fronte all’altro, addirittura lo scuote, cercando di calmarlo e di farlo ragionare. Gli dice che anche lui ha un’idea in testa da quando Kurt è morto: salvarlo. E non si tratta della follia di salvare qualcuno che è già morto, ma di salvare quello che ne resta, la sua memoria.

Dice all’amico di aver raccolto tutta la forza prodotta dal suo dolore per elaborare questa idea e per metterla in pratica. E lo sta facendo ora, di fronte a Dave, proprio ora che gliela sta sbattendo in faccia, proprio ora che gli sta dicendo di no: anche se daranno un altro nome alla loro nuova band e cambieranno genere, tutti penseranno sempre a una reincarnazione dei Nirvana.

Forse Krist ha le lacrime agli occhi, mentre Dave trema in silenzio, capendo che, in fondo, l’amico ha ragione. Per quanto siano stati i migliori insieme, per quanto sappiano di non poter trovare mai nessuno con cui suonare meglio, né nessuno con cui abbiano condiviso tanto come perdere un amico, non potranno mai più suonare insieme, mai.

Per salvare Kurt, almeno stavolta.

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Alessio Tommasoli
Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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