L'uomo in più - Paolo Sorrentino

Nel 2001 esce L’uomo in più, film d’esordio di Paolo Sorrentino. Opera importantissima che ha permesso di porre le basi per il rapporto inscindibile, quasi viscerale tra il regista e l’attore Toni Servillo. Legame necessario non solo per il cinema, ma anche per tutti noi.

Una coppia solida, vincente, che negli anni ha confermato in maniera esponenziale le grandi doti artistiche, davanti e dietro la macchina da presa.

L’uomo in più ha dettato il vademecum del mondo “sorrentiniano”, decifrabile soprattutto dalle anime tormentate, che non si sentono mai adatte a questo mondo. (Ed io sono una di quelle).

Con la sua opera prima, il regista premio Oscar, ha dato voce e forma a stati d’animo, che nella maggior parte dei casi, vengono celati sotto il manto del pudore, della falsa modestia e presunzione.

Ci vuole coraggio ad ammettere che nella vita non può esistere il pareggio. Che siamo esistenze tutte assoggettate alle fragilità umane, con il possibile fallimento dietro l’angolo. Ma Sorrentino, impavido, senza timore, lo fa. E proprio al suo esordio.

Nella vita non esiste il pareggio

La trama racconta le vite di due uomini immersi pienamene nei fatidici anni ‘80. Anni segnati da usi e costumi vivaci e rocamboleschi, dove tutto sembra poter essere possibile aldilà del limite di ogni decenza, dove regna caos, frastuono e personalità inclini agli eccessi, fuori dalle righe e dagli schemi.

I protagonisti del film sono Antonio Pisapia ed Antonio Pisapia. No, non è una ripetizione o un errore di battitura. Sono due uomini che in comune non hanno nulla se non il nome, il cognome e la perdita della gloria. Un’omonimia non casuale che traccia una conformità universale di fronte alla possibilità di poter perdere tutto in un istante.

Il primo, interpretato da Toni Servillo, è un cantante attempato di musica leggera (alter ego di Tony Pagoda protagonista nel romanzo di Sorrentino, Hanno tutti ragione), il secondo (Andrea Renzi) è il capitano di una squadra di calcio con il sogno di diventare un allenatore. Non è chiaro se i due siano legati da parentela, amicizia o semplicemente siano estranei, che per caso, un giorno, di sfuggita, si siano incontrati al mercato del pesce.

Quello che è certo è che Sorrentino racconta di due persone che avevano tutto da perdere, e che alla fine hanno perso tutto. Unite, nonostante la presunta estraneità, da illusioni, rifiuti reiterati, occasioni mancate e soprattutto dal fallimento.

Sì, perché nel 1984, dopo quattro anni dall’inizio della storia, entrambi perdono tutto, fama e popolarità, a causa di sventure che hanno decretato il loro disfacimento totale, rispettivamente nel mondo della musica ed in quello del calcio.

Il declino è quell’evento che non accomuna solo i due Pisapia, ma anche tutti noi. Ognuno è soggetto passibile di fallimento. Nella vita non può esistere il pareggio, o si vince o si perde. Tutto può concludersi con la luce della ribalta o con l’oscurità dell’insuccesso. Da cosa possa dipendere “il risultato finale della partita”, Paolo Sorrentino lo palesa esplicitamente: la salvezza risiede nell’uomo in più.

La passione smisurata del regista, nei confronti del calcio (e soprattutto per il Napoli), è rimessa elegiacamente all’uso della bellissima metafora calcistica associata all’esistenza umana. Ciò che fa la differenza, nella partita della vita, è il modulo di gioco adottato e soprattutto quel dannato “uomo in più”, dal quale far dipendere le sorti di tutto il match.

Identità intrappolate nelle convinzioni altrui. Come pesci imprigionati in un acquario

Non siamo altro che pesci imprigionati in un acquario, quello stesso acquario che viene ripetutamente inquadrato nella casa del cantante Tony Pisapia.

Siamo identità intrappolate in vizi, ossessioni ed incertezze. Etichette e convinzioni che ci vengono cucite addosso dagli altri, e che con il passare del tempo finiamo per credere ci appartengano davvero. Esattamente come accade al calciatore disgraziato, che decide di porre fine alla speranza di diventare un allenatore, a causa delle parole taglienti del Presidente, che gli demoliscono l’ego e la poca speranza che gli rimane.

Tutti costretti all’interno di un disegno che viene determinato da terzi e non da noi stessi. Che ci toglie l’acqua per nuotare e l’aria per respirare. Proprio come il polpo nella scena iniziale del film, costretto a scappare nel fondo degli abissi per salvarsi e sopravvivere.

‘A vita è ‘na strunzata

‘A vit è ‘na strunzat Aniè!

Inutile affannarsi. Per quanto ci si intestardisca ad essere sempre al centro del palco o di un campo da gioco, non si scappa mai dalle circostanze.

Per quanto si commettano cose sbagliate o si facciano quelle giuste, nulla cambia, tanto è tutto una stronzata.

Si passa la vita a crucciarsi su ciò che non si è fatto e su ciò che si poteva fare. Ci si irrigidisce nei continui rimorsi, appoggiando la fronte alla rete che delimita la pista di decollo, affranti, e nell’angoscia dei rimpianti, ammirando inermi le vite delle altre persone, che al contrario, prendono gli aerei verso nuove rotte, nuove avventure.

La sconfitta, i fallimenti, le autocommiserazioni, sono solo poche righe in mezzo alla vastità del Vangelo della vita. Esiste la gloria, esiste la luce, il buio e la notte. La notte tanto cara a Tony Pisapia, che già dalle prime battute, manifesta ammirazione per essa. “Vi lascio con la cosa a me più cara al Mondo, la notte”. Tutto gira intorno al modo, all’approccio che si ha con “la rovina”. C’è chi non la tollera e decide di piantarsi una pallottola in testa. O chi, in maniera incurante e strafottente, prende il largo su una barca a remi e nonostante il proprio decadimento, urla di volersene andare a Capri, con tutta la sua rassegnazione e disperazione in volto.

Non ha rilevanza la vittoria o la sconfitta. Tanto è tutto un niente, sedimentato sotto al bla bla bla.

“In fondo è solo un trucco” affermerebbe Jep Gambardella, nel monologo finale de ‘La grande bellezza’, “E ritorni a te Schisa, al fallimento. Perché è tutto un fallimento” inciterebbe Antonio Capuano in È stata la mano di Dio ed è così, che sommessamente, risponde Tony Pisapia ne L’uomo in più: “A vita è ‘na strunzata, Aniè!”

Chi è l’uomo in più?

Ma chi è l’uomo in più? L’uomo in più è colui che risolleva le sorti della partita, dribblando la palla, superando l’avversario (il fallimento) e che alla fine consente di poter fare gol.

È quella presenza, nel modulo di gioco ideato da Pisapia (calciatore), che concede di diventare un grande allenatore, salvandolo dalla insana sorte.

L’uomo in più è quella figura allegorica di Paolo Sorrentino che rappresenta l’unica possibilità di poter vincere la partita della vita e dell’intera esistenza.

Continua a seguire FRAMED anche su FacebookInstagram Telegram.

Annamaria Martinisi
Sono il risultato di un incastro perfetto tra la razionalità della Legge e la creatività del cinema e la letteratura. La mia seconda vita è iniziata dopo aver visto, per la prima volta, “Vertigo” di Hitchcock e dopo aver letto “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain. Mi nutro di conoscenza, tramite una costante curiosità verso qualunque cosa ed il miglior modo per condividerla con gli altri è la scrittura, l’unico strumento grazie al quale mi sento sempre nel posto giusto al momento giusto.