La canzone della vita, un gioiellino da scoprire o rivedere

Nel 1971 un musicista folk inglese di nome Steve Tilson ottenne un discreto successo. Appena ventenne, durante un’intervista, Tilson confidò le sue incertezze e la difficoltà di “essere se stesso” quando la fama e la ricchezza ti colpiscono a ciel sereno. Gli rispose uno che di successo ne sapeva qualcosa, rassicurandolo e invitandolo a casa sua. Il mittente era un certo John Lennon, ma Tilson ricevette quella lettera ben 34 anni dopo.

Questa è la storia di Danny Collins – La canzone della vita, scritto e diretto nel 2015 da Don Fogelman alla sua prima regia. A interpretare la rockstar ultra sessantenne, piena di vizi e consumata dalla noia è Al Pacino. Già solo la sua straordinaria interpretazione dello stravagante Danny – risoluto a cambiare la propria vita dopo aver ricevuto, con “soli” quattro decenni di ritardo, la “salvifica” lettera del Beatle e della sua compagna Yoko Ono – varrebbe tutto il film.

Una piccola deviazione cambierebbe una vita intera

Chissà come sarebbe stata la vita della rockstar, annoiata dal successo che si autoalimenta nel corso degli anni sulla scia dei vecchi (e stantii) successi, se avesse ricevuto per tempo quella lettera? Nel film, il suo ritrovamento funziona da escamotage per il protagonista, il motore che gli dà la spinta per lasciarsi alle spalle la dissolutezza mista ad alcool e droga, donne con la metà dei suoi anni, e partire alla ricerca del figlio mai conosciuto e della sua famiglia. Linfa vitale anche per la creazione musicale, la vera lettera, incorniciata e custodita sopra il pianoforte nella camera d’albergo dove Danny si ferma a oltranza per “cambiare rotta”, recita così:

Vieni a trovare Yoko e me. Noi ti accoglieremo a casa e parleremo di tutto. Puoi essere famoso e allo stesso tempo essere te stesso, fedele al tuo talento. Non c’è bisogno che tu ti venda.

Danny Collins (2015)
Crediti: web

Al Pacino consegna allo schermo un personaggio irriverente e divertente, delineandone alla perfezione sia il lato artistico (da vedere e rivedere la sua performance acustica voce e piano) che il lato più profondamente umano, legato agli affetti che la rockstar conosce in tarda età, ribadendo una volta di più che non è mai troppo tardi per essere felici.

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Nata nella terra dove il fuoco dell’Etna incontra il limpido Mar Mediterraneo, l’arte è da sempre la mia passione, in tutte le sue declinazioni. Da piccola mi piaceva leggere, guardare film di ogni genere, scrivere racconti e poesie, girare per musei, ma è solo varcando per la prima volta la porta di un teatro che ho capito la mia vocazione. “Crescendo e cercando”, ho scelto di frequentare il corso di laurea in scienze della comunicazione. Nel frattempo il teatro mi ha nutrito e ha occupato tutto il mio tempo libero. Decisi di fruirne a 360 gradi, non solo “facendolo” studiando in un’accademia e portando in giro per l’Italia spettacoli con diverse compagnie, ma anche vedendolo, vivendolo da spettatrice e, con il tempo, da redattrice. Finita la triennale non ebbi dubbi: emigrai in quel di Bologna per specializzarmi al Dams e iniziai a collaborare con diverse testate giornalistiche, venendo ospitata in vari festival e convegni. L’arte cambia con la società e ci si specchia dentro. Il teatro ne coglie gli umori, e li trasferisce al pubblico nel celeberrimo qui e ora che non teme (perché non ha) paragoni con nient’altro.

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