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Margaret Atwood, celebre autrice de Il racconto dell’ancella, pubblicò il suo primo romanzo, La donna da mangiare, nel 1969 contemporaneamente all’ascesa del femminismo in Nord America.

Per questo ritenuta frutto del movimento, l’opera fu in realtà ultimata nel 1965 e quindi può essere piuttosto considerata una produzione protofemminista.

La protagonista del libro, ripubblicato in Italia di recente da Ponte alle grazie e tradotto da Guido Calza, è l’istruita e ben educata Marian. Immersa nel Canada degli anni ’60, la ragazza condivide un appartamento con una coetanea di nome Ainsley, è fidanzata con Peter, un promettente avvocato, e lavora alla Seymour Surveys, un’azienda che si occupa di ricerche di mercato. Dotata di spirito critico ma pur sempre desiderosa di non deludere le altrui aspettative, Marian si ritroverà a gestire un inaspettato crescente moto rivoluzionario.

La donna come un bene di consumo

«È questo che otteniamo dando un’educazione alle donne. Si cacciano in testa le idee più assurde», «Voi donne siete molto più brave a sistemare le cose sui vassoi», «Forse non bisognerebbe proprio consentire alle donne di andare all’università, così in un secondo momento non avrebbero la sensazione di essersi perse per strada la loro vita intellettuale»: sono queste, e tante altre, le dichiarazioni dei personaggi maschili de La donna da mangiare. Addentrandosi nella lettura del libro, il ruolo della donna all’interno della società descritta diventa sempre più chiaro:  un robot programmato nei gesti, nelle azioni e nei pensieri impossibilitato ad autodeterminarsi e con l’unica ambizione del matrimonio. La donna è da mangiare perché risponde alle regole di mercato, è un bene di consumo pronto a essere scelto, comprato e assimilato.

Il corpo, un campo di battaglia

Marian è uno degli ingranaggi della società dei consumi: lavora in un settore che studia le abitudini dei compratori con l’obiettivo di inserire i prodotti delle aziende nei circuiti di vendita, non può sperare di raggiungere posizioni aziendali di prestigio poiché riservate ai soli uomini e sta per sposarsi con un ragazzo promettente che potrà mantenerla permettendole di lasciare il suo modesto impiego. Vista dagli altri come una “radiosa ed efficiente” futura moglie, Marian sviluppa un’avversione graduale per il cibo quasi associandolo alla sua condizione di donna. Non le piace “sentirsi ridotta a un pezzo di carne, a un oggetto”, e così comincia a non mangiare, prima le bistecche, gli hamburger e gli hot dog e poi le uova, il budino di riso e le verdure. Il suo corpo, su cui Peter ha il diritto di proprietà, inizia a farsi portavoce di una profonda ribellione.

Fuori e dentro se stessa

Nella parte iniziale del romanzo la protagonista racconta in prima persona pensieri e vicende; al contrario, nella parte centrale, a narrare i fatti, attraverso l’uso della terza persona, è una Marian fuori da se stessa che ha “preso a osservarsi con una curiosità distaccata”. La prima persona tornerà solo nell’ultima parte del racconto insieme a una Marian consapevole della propria trasformazione ma anche della persistenza dei tanti limiti prolificati dal pensiero maschile dominante.

“In mezzo alla neve, sei quanto di più simile al nulla”

L’incontro che innesca la miccia della rivolta di Marian è quello con Duncan, un dottorando in Letteratura inglese che ha il potere di allontanare la ragazza dal pensiero dominante.

“Mi dicono che vivo in un mondo di fantasie. Però se non altro sono mie, più o meno, me le scelgo e mi piacciono, qualche volta. Tu invece non sembri molto soddisfatta delle tue”.

I due ragazzi fissano gli oblò in movimento in una lavanderia a gettoni e nell’inverno gelido di Toronto contemplano distese innevate ritrovandosi più umani nella solitudine. Nel caos della città, nella frenesia del moto dei corpi e nel gioco dei ruoli sociali da interpretare non si è mai come si vorrebbe essere per davvero. Duncan e Marian vivono “nel turbinio del presente” senza avere un passato e nemmeno un futuro. 

La donna oggi è ancora da mangiare?

Al termine della lettura è naturale chiedersi se nel frattempo le donne siano riuscite a conquistare una maggiore indipendenza e ad accrescere le proprie possibilità, se dagli anni ’60 a oggi grandi cambiamenti hanno investito le loro vite e il modo di essere considerate nei luoghi di lavoro e all’interno della famiglia. L’elevato numero di femminicidi, la percentuale di donne che non lavorano, spesso per potersi dedicare ai figli, lo sdoganamento di un linguaggio sessista e la nascita di movimenti come Non una di meno e Me Too sembrano dirci che la parità dei sessi è ancora lontana.

Dopo l’enorme successo della serie TV tratta da Il racconto dell’ancella, si attende l’imminente passaggio dalle pagine del libro allo schermo anche de La donna da mangiare. Perciò, quale migliore occasione per recuperare questa lettura della straordinaria Margaret Atwood?

(L’illustrazione in copertina della nuova edizione del volume è di Yuschav Arly)

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Instancabile viaggiatrice e inguaribile iperattiva, mi concedo raramente del puro relax e, nella frenesia delle mie giornate da ufficio stampa di due teatri e da giornalista freelance, l’otium di cui sento più spesso la mancanza è quello letterario. Sono cresciuta in una casa piena di libri per poi trasferirmi da Lecce a Bologna per studiare Lettere Moderne all’Alma Mater Studiorum. Rimbaud, i macaron e la lingua francese sono tre delle infinite ragioni che mi hanno spinta diverse volte a trasferirmi oltralpe. Lealtà, giustizia e umiltà sono i valori in cui credo e quando esco di casa la mattina spero di poterci tornare avendo imparato qualcosa di nuovo. Scrivere di cultura e vagabondaggi mi appassiona da sempre.

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