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La fuga di Bob Dylan di fronte al Premio Nobel

È l’estate del 1966. Bob Dylan ha appena terminato un clamoroso tour tra Australia ed Europa col quale ha sconvolto i suoi fan: a metà esibizione, toglie chitarra classica e armonica e accende gli amplificatori, elettrificando il suo folk.

Ha deciso di svestire i panni di menestrello del folk per indossare quelli della rock star.

Non solo musicalmente. Cambia look, accetta l’anticipo della ABC per un programma televisivo da protagonista, vende i diritti per la realizzazione di un proprio romanzo (Tarantula), programma un nuovo tour per la fine dell’estate.

Tutto questo mentre, sullo sfondo, sta crescendo in maniera dilagante un movimento culturale che si batte per un mondo migliore e che lo ha eletto portavoce, vate di una generazione e di un sogno in quel momento possibile.

Ma, all’improvviso, nel mezzo di queste pressioni, inizia a girare una voce insistente: Bob Dylan è morto. Si parla di un incidente in moto sulla statale poco lontano da Woodstock, nello stato di New York.

Nessuna conferma, poche smentite. La sola certezza è che Bob Dylan è sparito.

Bob Dylan nella versione folk singer, prima del 1966 – credits: web

Il ritorno di un nuovo Dylan

Le voci si spengono definitivamente solo diciotto mesi dopo, quando Dylan ricompare sulle scene. Pronto, come se nulla fosse successo, a iniziare una nuova, ennesima, vita (guardate I’m not there di Haynes per capire).

Dylan lascia dietro di sé una serie di domande senza risposta e un evento avvolto nel mistero.

Il nuovo personaggio che nasce dopo quel silenzio, infatti, è un artista enigmatico che gioca d’ironia con giornalisti e intervistatori. Tanto che, nel corso degli anni, pur ammettendo l’incidente, lascerà sempre il dubbio riguardo l’entità effettiva, le cause e il legame tra questo e la sua scomparsa.

Dylan nella versione rock star dopo il 1966 – Credits: web

La nuova scomparsa

È il 3 ottobre del 2016. Sono passati 50 anni da quella scomparsa e Dylan, nel frattempo, ha vissuto molte altre vite.

Eppure, ancora una volta, scompare.

Stavolta non c’è nessun incidente, nessuna voce di presunta morte, ma soltanto un premio da ritirare. O meglio, il premio, visto che si tratta del Nobel alla letteratura.

«Aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana»: questa la motivazione offerta dall‘Accademia svedese.

Nessuna risposta da parte di Bob Dylan. Un silenzio che sa di rifiuto.

Non sarebbe certo il primo a farlo, d’altronde.

Jean Paul Sartre, uno dei Premi Nobel rifiutati - Credits: web
Jean Paul Sartre, uno dei Premi Nobel rifiutati – Credits: web

Una serie di grandi rifiuti

George Bernard Shaw, nel 1925, rispose all’Accademia che gli annunciava la vittoria: “Posso perdonare Nobel per aver inventato la dinamite, ma solo un demone con sembianze umane può aver inventato il Premio Nobel”.

Lo accettò solo qualche tempo dopo, convinto dalla moglie, come gesto di “tributo” alla Patria irlandese, chiedendo che il denaro della vincita venisse destinato alle traduzioni delle opere di Strindberg dallo svedese.

Boris Pasternak, nel 1958, rifiutò con una lettera di disprezzo manovrata dal KGB, dopo essersi dichiarato, in un precedente telegramma inviato alla stessa Accademia, “Immensamente riconoscente, toccato, orgoglioso, incredulo, imbarazzato”.

Jean Paul Sartre, nel 1964, rifiutò dichiarando l’assoluta necessità da parte di uno scrittore di essere libero da qualsiasi potere, fosse esso politico o culturale, capace di istituzionalizzarne il ruolo soffocando la sua espressione artistica nei confini di una ideologia.

Dylan in una foto contemporanea – Credits: web

L’ironica accettazione

Ideologie, convinzioni, costrizioni; cӏ sempre una motivazione forte dietro ogni rifiuto. Anche se non sempre si tende a rivelarla o a restarne fedeli, lasciando alimentare illazioni, cattiverie e ironie.

Sartre, ad esempio, venne accusato di essere allergico allo smoking, dato il diniego verso qualsiasi onorificenza o cerimonia.

Deve saperlo Bob Dylan quando sceglie il silenzio. Deve sapere tutte queste storie, perché, alla fine, accetta.

È il 10 dicembre del 2016. Un ritardo di due mesi che scatena le fantasie più feroci. Illazioni, cattiverie e ironie, appunto.

Chissà se Dylan ride leggendole. Chissà se, invece, non senta di nuovo quelle insopportabili pressioni provate cinquant’anni prima.

Forse entrambe. Per questo manda una sua ambasciatrice a ritirare il Premio, come fosse egli stesso un’istituzione che elargisce ad un’altra il favore di accettare un’onorificenza.

D’altro canto, poche istituzioni possono permettersi di avere come ambasciatrice Patti Smith.

E Bob Dylan lo sa. Lo sa talmente bene che, ora, può permettersi di ridere di quelle stesse pressioni che lo costrinsero a scappare. In un’altra vita.

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Tag:, , , , , , Last modified: 10 Dicembre 2020
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