
Si intitola La grazia il nuovo lavoro di Paolo Sorrentino, film d’apertura all’82ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Un ritorno denso, vibrante, che scava nella più intima profondità della materia umana, quella che si plasma e si dirama tra le più ardue striature del ricordo e del sogno.
C’è il tema del dubbio, dell’amore indimenticabile e insostituibile, e del coraggio. Un tessuto introspettivo, analitico, antropologico, che il regista premio Oscar maneggia con cura dietro la macchina da presa, restituendolo nella massima espressione della delicatezza e dell’eleganza.
Di cosa parla La grazia
La grazia racconta la storia del presidente della Repubblica Mariano De Santis (Toni Servillo), alle prese con la decisione di firmare (o non firmare) la legge sull’eutanasia e la scelta di concedere la grazia a due cittadini, entrambi condannati per omicidio, rispettivamente Isa Rocca – colpevole per aver ucciso il marito a coltellate mentre dormiva – e Cristiano Arpa, un professore che ha ucciso la moglie gravemente malata. Dilemmi esistenziali per cui, il presidente, è chiamato a esprimersi durante gli ultimi sei mesi del suo mandato, il cosiddetto semestre bianco.
Ancora una volta Sorrentino, regista dai trucchi ricercati e sofisticati, tratta tematiche nobili, con la passione di chi ha ormai la certezza di aver creato un proprio universo (quello sorrentiniano) in cui qualsiasi elemento, tangibile o etereo, della sua filmografia riesce a coesistere in maniera straordinaria. Il presidente De Santis rappresenta un archetipo “sorrentiniano” per eccellenza, soprattutto grazie a Toni Sevillo, che con la sua interpretazione è stato in grado di superare anche se stesso, ottenendo la Coppa Volpi di Venezia 82.
Il suo è un personaggio che evolve insieme alla narrazione, spesso inquadrato fra primi piani congeniali, carrellate fluide, simmetrie architettoniche e lenti grandangolari, frequenti nel cinema di Sorrentino e tali da esaltare la solitudine dei suoi personaggi in spazi monumentali.
Dalle rime hip hop di Guè, fino al glorioso coro degli alpini, De Santis si distaccherà così dalla sua indole di uomo logico, noioso, e da tutte le sfumature più integerrime del blu istituzionale che per troppo tempo sono rimaste duramente attecchite, come “cemento armato”, alla rigidità assoluta del diritto, e alla verità incontrovertibile della Legge.
Per Sorrentino, l’amore è l’insostituibilità
Se con Parthenope, l’amore era giovanile illusione di spensieratezza, qui si ritorna a quello insostituibile, eterno e viscerale che si fonde al tema del ricordo già prevalente in La grande bellezza. Sono passati tredici anni dal monologo memorabile, a occhi socchiusi, sulla terrazza, in cui Jep Gambardella ricorda commosso, e in stato di purezza, Elisa De Santis. Ora, con La grazia, Paolo Sorrentino sceglie di cucire addosso a Mariano De Santis la stessa dimensione immateriale e incorporea che dirompe in una carezza sospesa, e in un respiro struggente, tra i vestiti rimasti immacolati della moglie defunta, Aurora.
Con questo passaggio, Sorrentino si conferma un grandissimo maestro di suggestione, in grado di rendere materiali le emozioni, le sensazioni. Le rende plastiche, malleabili, a nostra disposizione, pronte a essere toccate con accortezza e con la costante paura di non essere all’altezza. Perché noi stessi siamo troppo umani per meritarle.
A tutto questo si aggiunge l’incredibile lavoro sull’immagine, ottenuto anche grazie al prezioso contributo di Daria D’Antonio sulla fotografia, che amplifica il valore del passato – attraverso i paesaggi nebbiosi fatti della stessa sostanza dei ricordi, velati e indelebili – e al tempo stesso crea un gioco di ombre caravaggesche, allusione alle dinamiche di potere dentro i palazzi di Roma.

Una colonna sonora che muove la sceneggiatura
Con La grazia si ripresenta anche l’inconfondibile contrasto sonoro come motore narrativo. Da Youth a Il Divo e The New Pope, Sorrentino promuove nuovamente un’esperienza in cui l’immagine non precede il suono, ma danza con esso, e in cui il ritmo musicale non è mai decorativo, bensì strutturale. Il regista utilizza il montaggio per trasformare ogni scena in una coreografia pulsante, che si comprime e decomprime, confermando l’uso della musica come uno dei pilastri fondamentali del suo cinema.
La colonna sonora risulta come un mosaico perfettamente studiato, sistematico: dalla musica orchestrale al rap di Guè, a brani unici come Delta, composto esclusivamente da suoni della natura, a Surf Rider, creano un mix multiforme e sperimentale, aderente allo stato di sospensione di un uomo come De Santis che vive in piena lotta dualistica tra “l’ulteriore tempo di riflessione” e la potente temerarietà che incombe.
La disarmante bellezza del dubbio
Tra gli elementi principali della trama emerge chiaramente quello del dubbio, conciliato in modo sublime e privo di pregiudizio, alla bellezza e alla leggerezza paradossale del coraggio, che trova piena risoluzione nella stessa materia onnipotente dell’amore e conduce Mariano De Santis alla scelta finale per la legge sull’eutanasia. Una decisione guidata anche dalla figura del colonnello Labaro, interpretato da un abilissimo Orlando Cinque, al quale viene affidato il compito di “nume” tutelare, protettore soprattutto emotivo, con il quale il presidente si concede il diritto di essere “uomo di vita”, ancor prima che “uomo di Stato”, e al quale confessa dubbi e ossessioni, per poterli riporre al sicuro. In attesa di una delibera morale ed esistenziale.
Un personaggio messianico, Labaro, al pari di una zia Patrizia che in È stata la mano di Dio ha condotto Fabietto Schisa verso l’assoluzione dei propri pesi con un raffinatissimo passaggio di testimone. Se in un caso c’era il sibillino lancio della pila da un balcone, questa volta ci troviamo dinnanzi alla consegna di un portasigarette (presente sin dalle prime scene), vessillo di un meraviglioso trucco sorrentiniano che segna definitivamente la trasmutazione di Mariano De Santis a uomo finalmente leggero e coraggioso.
“Presidente, lei dà troppa importanza alla verità”.
La leggerezza paradossale del coraggio, la passione come risoluzione definitiva
Il coraggio, per Sorrentino, è fatto della stessa sostanza dell’amore, quello che il presidente nutre per la moglie Aurora, e per i figli, in particolare Dorotea, interpretata da una bravissima Anna Ferzetti in una delle sue migliori interpretazioni. Una donna che dedica l’intera vita al padre, fino a rompersi da dentro, dimenticando di amare addirittura se stessa, ma, con ancora vivo ed integro, il salvacondotto della passione, la vera chiave di volta per la decisione definitiva di De Santis.

In breve
La grazia segna un altro passo enorme del regista partenopeo, capace di toglierci il fiato, di proiettarci in una condizione di estasi e leggerezza, quasi in assenza di gravità, sospesi in uno spazio indefinito in cui le lacrime restano in bilico, e si sublimano all’onirismo inestricabile del ricordo.
“Aurora, io quando ricordo, muoio”
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