
Ogni famiglia è infelice a modo suo, scriveva Lev Tolstoj, ma anche senza scomodare Anna Karenina, la regista Shih-Ching Tsou trova un modo del tutto personale per raccontare i segreti e silenzi fra madri e figlie nel film La mia famiglia a Taipei (Left-handed Girl, distribuito in Italia da I Wonder Pictures e vincitore alla Festa del cinema di Roma 2025. È stato girato interamente con l’iPhone.
Da tempo stretta collaboratrice di Sean Baker – che in questo caso veste solo i panni di produttore, co-sceneggiatore e montatore – Shih-Ching Tsou firma una storia che affonda le radici nella sua Taiwan. Una storia che, anche per ragioni produttive, ha impiegato oltre 20 anni ad assumere la sua forma definitiva. Prima ancora di girare insieme Take Out, infatti, Shih-Ching Tsou e Baker hanno steso la sceneggiatura di La mia famiglia a Taipei, attingendo ai ricordi d’infanzia della regista e alle passeggiate al mercato notturno di Taiwan. Solo dopo il Festival di Cannes di Red Rocket una produzione europea (Le Pacte) ha reso possibile la realizzazione del film così come voluto dalla regista a partire dalla lingua: il mandarino e il dialetto taiwanese.
Di cosa parla La mia famiglia a Taipei
La mia famiglia a Taipei racconta la storia di una madre single (Shu-Fen) che torna nella sua città natale con una figlia poco più che adolescente (I-Ann) e una secondogenita di cinque anni (I-Jing). Il ritorno la costringe a riallacciare i rapporti ormai raffreddati con i genitori: con la madre che nasconde un giro clandestino di immigrate taiwanesi e il padre la cui unica preoccupazione sembra la nipotina mancina.
I-Jing, convinta dal nonno che la sua mano sinistra sia la mano del diavolo, dà inizio a una serie di sfortunati, ma a tratti anche buffi, eventi che da una lato portano la bambina a soffrire e ad attribuirsi colpe più grandi delle sue azioni, dall’altro la convincono a poter infrangere, con quella stessa mano, tutte le regole che le vengono imposte dalla famiglia e dalle aspettative altrui. È così, cioè, che inizia a rubare tutto ciò che le piace credendo non vi siano ripercussioni.
Le vite della madre e della sorella maggiore, intanto, si complicano soprattutto per problemi economici e il loro rapporto si logora sempre di più, fino al colpo di scena finale in cui tutti i non detti riemergono e la famiglia, tre intere generazioni riunite, è costretta ad attraversarli.

Un mondo intimo e nascosto
Shih-Ching Tsou fa di Taipei, e soprattutto, del suo mercato notturno, un personaggio a parte, con i suoi colori al neon e il suo peculiare spaccato di umanità. Vera protagonista, tuttavia, è la sensazione di incomunicabilità all’interno della famiglia, qualcosa che caratterizza soprattutto la vita e l’esperienza delle donne, nella visione della regista.
Ogni personaggio femminile, tra i principali, nasconde un grande segreto, persino la piccola I-Jing che rubacchia piccoli oggetti inutili solo per il gusto di farlo e restare impunita. A rompere questo ciclo è però la giovane I-Ann, che sceglie di mostrare la sua verità, riappropriandosene e, di conseguenza, liberando anche tutte le altre (la madre, la nonna, la sorella) dal giogo delle loro bugie.
La mia famiglia a Taipei in breve
La mia famiglia a Taipei è un ritorno a casa, tanto effettivo quanto metaforico. È un ritorno verso se stesse e verso ogni verità che, per paura o per convenzione sociale, abbiamo lasciato prevalere, in quanto in quanto madri, in quanto figlie o solo in quanto donne, a ogni età.
La piccola Nina Ye nel ruolo di I-Jing, su cui è costruito l’intero punto di vista del film, non è che il tenerissimo aggancio a una storia, in realtà, molto più adulta e profonda: una storia di accettazione, riconoscimento e riconciliazione fra chi siamo agli occhi degli altri e chi, con grandi o piccoli sforzi quotidiani, ci impegniamo a essere per noi stesse.
V.V.
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