Maria Grazia Cipriani e Anna-Sophie Mahler - CREDITS: web

Riflettori puntati sulla regia. Relativamente giovane, la regia nasce a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento dall’esigenza di rinnovare codici e gerarchie della mise-en-scène teatrale. Divenuta attività centrale della creazione artistica, la pratica si impose contro il divismo dei primattori con lo scopo di trasformare lo spettacolo in un’opera teatrale unitaria con un’impronta personale fortemente pensata, strutturata e voluta. Da qui l’idea “demiurgica” del regista, termine di esclusivo uso italiano coniato nel 1932 dal linguista Bruno Migliorini: ruolo dall’influente “potere” decisionale, creatore dei mondi estetici che forniscono la chiave di lettura e interpretazione dello spettacolo. Negli anni la centralità di questa figura è stata oggetto di trasformazioni e avvenimenti che ne mettono ancora oggi in discussione la specificità.

Nel 2017, il Festival Internazionale del Teatro de La Biennale di Venezia indagò questi processi dedicando l’intera programmazione a registe donne, pensando nove mini-personali di artiste provenienti da Italia, Germania, Francia, Polonia, Olanda ed Estonia. Diverse tra loro per percorso artistico, età, poetica e provenienza culturale, queste donne dimostrano di avere una forte “urgenza creativa” nella ricerca di un linguaggio personale quanto necessario.

A tal proposito, aspettando la 48esima edizione del festival, slittata dal 14 al 25 settembre causa Covid-19, si intende creare “un ponte” fra due di loro per cercare di capire come una possibile comunione di intenti attraversi barriere territoriali e generazionali. Maria Grazia Cipriani e Anna-Sophie Mahler possono essere accomunate considerando la peculiare ricerca sul linguaggio musicale, essenziale per lo sviluppo della poetica e inserita pienamente nel flusso drammaturgico dei loro spettacoli.

Biancaneve, regia Maria Grazia Cipriani - CREDITS: La Biennale Venezia
Biancaneve, regia Maria Grazia Cipriani – CREDITS: La Biennale Venezia

I “piccoli gioielli” del Teatro Del Carretto

La Cipriani è una delle figure storiche del teatro italiano. Fondatrice nel 1983 con lo scenografo Graziano Gregori della compagnia Teatro Del Carretto, ha saputo creare un linguaggio unico nel nostro Paese fondendo le possibilità spettacolari derivate dal dialogo tra interprete umano e figura inanimata. Le opere dell’ensemble sono “piccoli gioielli”, costruzioni sceniche e immaginarie di mondi magici. Biancaneve (1983) è il primo spettacolo, manifesto della particolare poetica che avevano in mente.

Liberamente rielaborata dalla fiaba dei fratelli Grimm, in questa pièce si vanno già delineando i segni di una concezione del teatro basata sull’interazione umano/inanimato; un impianto scenografico realizzato come un grande armadio delle meraviglie; la maschera come elemento di rappresentazione non realistico; le possibilità visive del contrasto tra gigantografia e miniatura; un disegno luci mirato a indagarne le modalità di realizzazione; la musica classica come collante tra mondo immaginario e mondo reale (unica presenza sonora di raccordo tra la storia narrata dalla voce fuori campo e ciò che avviene sulla scena).

Con Pinocchio (2006) l’elaborazione artistica cresce. Nel catalogo della Biennale, Cipriani stessa afferma che la ricerca della compagnia negli anni ha voluto scarnificare le differenze indagate precedentemente mettendo in dialogo attore e maschera in una modalità più introspettiva. Se in Biancaneve la narrazione scenica è restituita in maniera sognante, in Pinocchio incombe una visione pessimistica sul destino del povero burattino, in perenne tensione verso un padre che non si palesa mai lasciandolo in balia di oscure presenze mascherate. Elemento imprescindibile, la musica si fa segno distintivo anche della vicenda: per esempio, il burattino interagisce con le arie delle opere liriche come se fossero scritte appositamente per il fine “teatrale” che lo vede esibirsi in salti ritmati a colpi di frusta e successivamente come stella del circo.

Pinocchio, regia Maria Grazia Cipriani - CREDITS: La Biennale Venezia
Pinocchio, regia Maria Grazia Cipriani – CREDITS: La Biennale Venezia

Lo spirito di ricerca di CapriConnection

Anna-Sophie Mahler, classe 1979, è una regista tedesca che si divide tra teatro di prosa e teatro d’opera. La sua ricerca teatrale parte sempre da chiari riferimenti musicali, avendo lei frequentato il Conservatorio ed essendo anche una pianista. Nel 2004 fonda la compagnia CapriConnection, con la quale mette in scena Tristan oder Isolde. Ein pastiche (2013). Lo spettacolo, il primo presentato da lei al festival, si basa su una vicenda autobiografica: per otto anni Mahler è stata impegnata ogni estate a Bayreuth come assistente alla regia di Christoph Marthaler per la sua produzione di Tristan und Isolde.

Dopo i primi due, per i restanti sei anni le venne affidata nei fatti la responsabilità delle repliche. L’esperienza, caratterizzata da amore/odio nei confronti di un ruolo non del tutto voluto, ha fatto sì che Mahler “rilevasse” l’intera scenografia del primo atto dell’opera prima che finisse al macero. In questo modo nasce una riflessione intorno alle questioni sviluppate dalla regista in quegli anni sulla musica di Wagner, sul senso intrinseco del melodramma e su cosa resti dell’Ottocento oggi. Lo spettacolo è costruito intorno a interrogativi posti agli spettatori come domande aperte: l’influenza dei valori ottocenteschi è ancora presente nel ventunesimo secolo? Poeticamente, emotivamente, romanticamente e musicalmente? È sempre la musica a far da collante, e la partitura wagneriana è destrutturata e spiegata quasi didatticamente in scena dalla stessa regista che canta e suona anche il violino. La ricerca musicale è presente anche in Alla fine del mare (2017).

Tristan oder Isolde. Ein pastiche, regia Anna-Sophie Mahler - CREDITS: La Biennale Venezia
Tristan oder Isolde. Ein pastiche, regia Anna-Sophie Mahler – CREDITS: La Biennale Venezia

Lo spettacolo prende spunto da motivi tratti dal film E la nave va di Federico Fellini e rappresenta la contemporaneità in maniera simbolica dipingendo una comunità priva di sensibilità umana. La creazione parte da una riflessione della regista intorno a un fatto di cronaca: quando l’arrivo dei rifugiati siriani richiedenti asilo in Germania cominciò a intensificarsi, il governo reagì con misure che favorirono l’integrazione di queste persone. A questo però non seguì un’apertura da parte della popolazione tedesca, anzi si cominciò a diffondere il panico e la diffidenza verso questi stranieri, visti solo come “numeri” venuti a cercare ricchezza. Protagonisti dello spettacolo sono i componenti di un coro lirico in decadenza, metaforica visione dell’Europa di oggi tristemente chiusa nella mancanza di umanità, destinata prima o poi a un naufragio catastrofico quanto prevedibile. Il dialogo è pressoché impossibile: gli europei in costumi sfarzosi cantano (riprendendo note arie di opere liriche), mentre nei panni di camerieri gli stranieri ormai possono solo parlare. Questo suggella l’incomunicabilità tra le due parti.

Percorsi creativo-artistici che si intersecano

I percorsi di ricerca di Cipriani e Mahler si possono far dialogare in nodi di senso e di realizzazione scenica sintetizzabili in alcuni punti. Innanzitutto, come accennato sopra, essenziale ai fini della drammaturgia è la ricerca musicale, spunto e fil rouge dei vari spettacoli. Inoltre è importante notare come entrambe le registe lavorino a partire da una precisa idea di scenografia per così dire “inglobante” che si fa portatrice di atmosfere, immaginari e ambienti entro cui i personaggi prendono vita. Non per ultimo, gli spettacoli di cui si è parlato portano in nuce la visione delle due donne e del pensiero che c’è dietro, rivendicando ancora oggi il ruolo fondamentale di una figura così tanto messa in discussione nel tempo.

La sensazione che si prova guardando i loro spettacoli è che l’impronta registica sia ancora molto forte nella costruzione scenica ma non solo, anche e soprattutto nella realizzazione vera e propria. Mahler addirittura “irrompe” fattivamente sul palcoscenico, sottolineando così la centralità del suo ruolo. Maria Grazia Cipriani ribadisce nel catalogo della Biennale: «Dirigere spettacoli chiede inevitabilmente di esercitare potere».

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Nata nella terra dove il fuoco dell’Etna incontra il limpido Mar Mediterraneo, l’arte è da sempre la mia passione, in tutte le sue declinazioni. Da piccola mi piaceva leggere, guardare film di ogni genere, scrivere racconti e poesie, girare per musei, ma è solo varcando per la prima volta la porta di un teatro che ho capito la mia vocazione. “Crescendo e cercando”, ho scelto di frequentare il corso di laurea in scienze della comunicazione. Nel frattempo il teatro mi ha nutrito e ha occupato tutto il mio tempo libero. Decisi di fruirne a 360 gradi, non solo “facendolo” studiando in un’accademia e portando in giro per l’Italia spettacoli con diverse compagnie, ma anche vedendolo, vivendolo da spettatrice e, con il tempo, da redattrice. Finita la triennale non ebbi dubbi: emigrai in quel di Bologna per specializzarmi al Dams e iniziai a collaborare con diverse testate giornalistiche, venendo ospitata in vari festival e convegni. L’arte cambia con la società e ci si specchia dentro. Il teatro ne coglie gli umori, e li trasferisce al pubblico nel celeberrimo qui e ora che non teme (perché non ha) paragoni con nient’altro.

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