
Cosa succede quando due amici di lunga data decidono di girare un film insieme unendo le loro passioni? Se quei due amici sono George Lucas e Steven Spielberg ne deriva uno dei personaggi più iconici della storia e una serie di pellicole leggendarie che (tra capitoli più riusciti e altri meno) non solo hanno rinnovato la tradizione dei film d’avventura ma hanno anche posto delle nuove basi per il cinema d’intrattenimento, rendendo la saga di Indiana Jones un punto di riferimento imprescindibile per tutto ciò che è venuto dopo.
Toglietemi tutto ma non il mio Indiana Jones: I Predatori dell’Arca Perduta (1981)
La cronaca della realizzazione del primo film della serie è circondata dalla stessa aura mitologica di un reperto che Indiana Jones deve rubare ai nazisti.

L’idea di un avventuriero armato di frusta e fedora balena nella mente di George Lucas nel ‘73. In cerca di ispirazione, ricorda i serial cinematografici degli anni trenta e quaranta di cui era un grande appassionato (e dai quali aveva già preso spunto per un altro progetto a base di guerre nello spazio). Opere dal forte gusto pulp, il loro obiettivo era certamente l’intrattenimento di massa, ma erano anche caratterizzati da una forte sperimentazione senza paura delle contaminazioni tra generi.
Quattro anni dopo Lucas, per riposarsi dalla realizzazione di Star Wars, si ritrova in vacanza sulla stessa isola di Steven Spielberg e gli fa una proposta: realizzare insieme una pellicola sull’archeologo Indiana Smith. Spielberg aveva da sempre il grande sogno di girare un film su James Bond, tra avventure in paesi esotici e scene ad alta tensione. Intravedendo la possibilità di divertirsi con qualcosa di simile accetta subito la proposta. O quasi. “A patto che cambiamo il nome in Jones”, risponde all’amico.
La pellicola, scritta da Lawrence Kasdan, viene ambientata nel 1936 e segue l’archeologo Indiana Jones alla ricerca dell’Arca dell’Alleanza prima che la trovi Hitler, in un’epica avventura che lo porterà dal Nepal all’Egitto.
È impossibile calcolare l’impatto dei Predatori dell’Arca Perduta sul mondo del cinema, tra tropes narrativi, rimandi, citazioni e perfino espedienti di storytelling ripresi in lungo e in largo. L’affinità creativa tra Spielberg (in cabina di regia) e Lucas (produttore e regista di seconda unità), dà vita a quello che già all’epoca risulta un classico istantaneo e che al giorno d’oggi resiste brillantemente alla prova del tempo.
Lo si può spogliare di qualsiasi cosa, come ha fatto Steven Soderbergh in un esperimento in cui ha privato la pellicola della sua traccia audio originale e del colore, e il film scorre sempre alla perfezione risultando un’eterna e imprescindibile masterclass di narrazione per immagini. Ma meglio evitare di togliergli il suo protagonista, come suggerirebbero gli autori di The Big Bang Theory, che in un noto episodio della sit-com sostengono che senza Indiana Jones il film funzionerebbe lo stesso… dopotutto, perché mai dovremmo privarci di un personaggio tanto iconico?
Il punto, per Spielberg e Lucas, non è mai stato quello di volersi soffermare troppo a lungo su fantomatici buchi di trama, sulle incoerenze interne e sull’impossibilità materiale di realizzare alcuni effetti speciali all’altezza della loro visione. Il punto è che I Predatori dell’Arca Perduta è sempre stato, per entrambi, un omaggio a quei film che li hanno invitati a viaggiare con la fantasia, a rimanere appollaiati in cima alla poltrona per la tensione e a immedesimarsi nei propri eroi del grande e piccolo schermo. Lo stesso piacere che hanno poi regalato a noi spettatori: I Predatori dell’Arca Perduta è puro cinema d’azione, godibile allo stesso tempo dal pubblico più ampio possibile e dall’appassionato dal gusto più raffinato, dove l’avventura che spinge Indy sempre avanti e da un luogo all’altro è l’unica cosa davvero importante. In fin dei conti non è il movimento il senso più puro del cinema?
Indiana Jones e il Tempio Maledetto (1984)

Su quella famosa isola Lucas e Spielberg avevano siglato un patto: se Spielberg avesse diretto il primo film su Indiana Jones avrebbe dovuto dirigerne un’intera trilogia. Trilogia che tuttavia Lucas non aveva ancora delineato: poco dopo l’uscita dei Predatori, grazie anche all’immediata accoglienza positiva, i due cominciano subito a lavorare alla storia per un potenziale capitolo due. Con l’obiettivo di evocare atmosfere completamente diverse e far viaggiare Indy in nuovi luoghi lontani, decidono di affidare lo script a due vecchie conoscenze di Lucas, Willard Huyck e Gloria Katz (già co-autori di American Graffiti).
Data la passione della coppia di sceneggiatori per l’India decidono di ambientare lì la pellicola e di renderla un prequel: nel 1935, Indiana Jones deve aiutare un villaggio a ritrovare dei bambini scomparsi scontrandosi con l’inquietante culto della dea Kali, questa volta affiancato dal giovane aiutante Short Round e dalla showgirl Willie Scott.
Mentre Lucas sta affrontando un divorzio e quindi impone al film un tono più oscuro (senza voler fare del gossip ma citando alla lettera le sue dichiarazioni), Spielberg vuole portare sullo schermo molte delle scene d’azione che aveva dovuto scartare dalla pellicola precedente per motivi di minutaggio. A questo punto, forse Indiana Jones e il Tempio Maledetto potrebbe dare l’impressione di essere un collage posticcio di elementi, e in effetti il risultato è proprio quello.
Anche volendo passare sopra a certe sbavature come nel caso dei Predatori dell’Arca Perduta, nella realizzazione del sequel qualcosa si inceppa. Le scene d’azione si susseguono con meno naturalezza, e allo sguardo dello spettatore moderno fa sorridere che la sceneggiatura di due sedicenti amanti dell’India contenga così tanti luoghi comuni e sbeffeggi alla sua cultura. Ma il vero elemento che stride è il tono: se da una parte Lucas spinge su dettagli horror e scene inquietanti, sembra che Spielberg voglia riportare tutto ad un’atmosfera scanzonata più nelle sue corde (almeno in quella fase della carriera), insistendo sull’umorismo talvolta pedante e lo sguardo a misura di bambino di Shorty.
Tuttavia, trattandosi pur sempre di due dei più grandi narratori contemporanei, Lucas e Spielberg riescono a confezionare un film tutto sommato godibile e pieno zeppo di momenti memorabili. È però col terzo film di quell’ipotetica trilogia nella mente di Lucas che la serie trova il suo equilibrio.
Indiana Jones e l’Ultima Crociata (1989)
Seppur privo della carica innovativa dei Predatori dell’Arca Perduta, L’Ultima Crociata riesce a creare la sintesi definitiva di tutti gli elementi che hanno reso grande il primo capitolo: umorismo, azione, avventura, tensione, e ovviamente pugni ai nazisti.
Ma Spielberg e Lucas, insieme allo sceneggiatore Jeffrey Boam, non si limitano a riscaldare un piatto già cucinato, e giunti alla terza (e teoricamente ultima) pellicola decidono di esplorare la psicologia del personaggio. Dopo la celebre sequenza d’apertura che racconta l’adolescenza di Henry Jones Junior, la storia ci catapulta nel 1938: Indy questa volta è alla doppia ricerca del Sacro Graal e di suo padre, scomparso mentre era a capo di una spedizione sulle tracce dell’antico manufatto. D’altronde, come sostiene Steven Spielberg, “la ricerca del rapporto col proprio padre è la ricerca del Sacro Graal”.
Per la figura di Henry Jones Senior, lui e Lucas non potevano certo scegliere un interprete qualunque. Serviva qualcuno che sapesse tenere testa a Harrison Ford e risultare credibile nei panni di un vecchio professore dal carattere spigoloso. Viene quindi scelto proprio Sean Connery, il primo 007, in un delizioso gioco metacinematografico: una delle prime ispirazioni di Steven Spielberg, e quindi uno dei “padri” del personaggio di Indiana Jones, era proprio James Bond.
Nonostante i pochi anni di differenza nella realtà, Ford e Connery risultano solidissimi nei rispettivi ruoli e danno vita ad alcune situazioni esilaranti senza trascurare gli elementi più rugginosi e intimi che si sono accumulati nel tempo tra i due personaggi.
L’equilibrio tra esplorazione del rapporto padre-figlio e azione è una delle caratteristiche che aiutano a cementare L’Ultima Crociata nell’immaginario collettivo come IL film di Indiana Jones. Ogni componente della pellicola funziona senza inciampi, evitando di svolgere il compitino ma emozionando il pubblico con colpi di scena e svolte inaspettate. Appare chiaro da ogni inquadratura che Lucas e Spielberg si stiano divertendo moltissimo e che abbiano finalmente trovato l’equilibrio tra le loro due visioni. A quel punto non possono fare altro che orchestrare il finale perfetto: quattro figure che cavalcano verso il tramonto nel deserto.
Un’inquadratura che avrebbe potuto concludere una saga al suo apice ma che (purtroppo, potrebbe dire qualcuno) rappresenta invece un “to be continued”.

Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo (2008)
Quasi vent’anni dopo, qualcosa si rimette in moto. Se da una parte Steven Spielberg pensava di aver detto addio alla saga con quella cavalcata al tramonto, dall’altra George Lucas aveva un piano. Per adeguarsi all’avanzare dell’età di Harrison Ford, che nel frattempo premeva per indossare ancora una volta frusta e fedora, un eventuale quarto capitolo gli avrebbe permesso di ambientare la vicenda negli anni ’50. E dunque qual era il genere d’intrattenimento più popolare di quel periodo storico, come per gli anni ’30/’40 lo erano stati i serial d’avventura? Ovviamente i B-movie di fantascienza.
Mettendo al centro della storia elementi come alieni, l’Area 51, la paura per il nucleare e la minaccia russa, la sceneggiatura viene rimaneggiata più volte nel corso degli anni (passando perfino per le mani di Frank Darabont e M. Night Shyamalan), per poi trovare una forma definitiva sotto David Koepp, vecchia conoscenza di Spielberg dai tempi di Jurassic Park.
Il film viene da subito accolto in maniera fredda da pubblico e critica, che lamentano problemi di realismo (ignorando il fatto che il protagonista è già sopravvissuto alla caduta di un aereo a bordo di un gommone, ha affrontato rituali magici e incontrato un cavaliere crociato di 700 anni) e della poca credibilità del sessantenne Harrison Ford nelle scene d’azione (non aspettandosi evidentemente quello che sarebbe accaduto dopo).
La verità è che Il Regno del Teschio di Cristallo è sì un film che non riesce a toccare le vette dei precedenti capitoli più riusciti, ma è anche animato dalla voglia di stupire, scombinare le carte in tavola e sovvertire le aspettative. A partire dalla scena d’apertura che vede Indy intrappolato nel bagagliaio di un’auto e braccato dall’esercito russo, passando per l’introduzione del personaggio di Mutt Williams, fino a piccoli elementi che hanno fatto la tradizione del franchise e qui ribaltati in maniera brillante, è evidente che, anche se ormai anziani, Spielberg e Lucas non hanno perso la voglia di giocare.
Insomma, fanno ciò che la maggior parte dei sequel moderni non ha più il coraggio di fare: trattano la loro saga come materia viva e non come un prodotto inerte da replicare in serie. Marchio di fabbrica del loro cinema è da sempre lo stupore, caratteristica che, a giudicare dalle reazioni all’uscita in sala, non è evidentemente più gradita allo spettatore moderno. E a quanto pare nemmeno alla Walt Disney Company.

Indiana Jones e il Quadrante del Destino (2023)
Quando Disney acquisisce la Lucasfilm nel 2012 mette immediatamente in cantiere il rilancio di Star Wars. Impiega qualche anno, invece, per capire come sfruttare il franchise di Indiana Jones: è il momento di un reboot con un nuovo volto al posto di Harrison Ford o di un quinto film che possa chiudere la saga? Se Ford si è sempre dimostrato pronto a tornare nei panni del personaggio, chi considerava l’esperienza conclusa già nel 1989 era Spielberg. Mentre la Disney decide di procedere con un quinto film si susseguono altri rallentamenti nella produzione finché, a pochi mesi dall’inizio delle riprese, lo storico regista decide di fare un passo indietro per figurare solo come produttore esecutivo insieme a George Lucas. Il timone viene lasciato per la prima volta in mano ad un altro regista, James Mangold, mentre la sceneggiatura viene scritta ancora da David Koepp.
Nel 1969, un ormai anziano Indiana Jones è costretto a tornare in azione per recuperare il quadrante di Archimede, un’antica tecnologia che uno scienziato nazista infiltrato nella NASA vuole utilizzare per tornare indietro nel tempo e riparare agli errori di Hitler.

Il film, proprio come l’altra creazione di Lucas finita nelle grinfie della Disney, cade nella trappola dei legacyquel che affliggono il cinema moderno: quelle pellicole che riprendono elementi iconici dei capitoli precedenti rimescolandoli in sequel più simili a timidi remake. La sceneggiatura del Quadrante del Destino cerca di portare avanti una riflessione sul passare del tempo, risultando però un’annacquata riproposizione di elementi noti della saga senza il tocco sagace del Regno del Teschio di Cristallo.
Anche quando sembra accennare delle scelte narrative audaci finisce sempre per fare un passo indietro tradendo le promesse. Capitolo a parte poi quello di Harrison Ford, che in confronto nel capitolo precedente sembrava un atleta nel fiore degli anni: qui la produzione fa di tutto per mascherare la sua evidente difficoltà nelle scene d’azione tra CGI e gli stessi escamotage riciclati da una scena all’altra. Con la trasformazione di Indiana Jones in mera IP, insomma, il film si riduce ad una formuletta fiacca eseguita senza passione da un Mangold quasi invisibile.
A conti fatti, la più grave mancanza del Quadrante del Destino è proprio la firma d’autore di Spielberg e Lucas, di quel tipo di visione ormai difficile da rintracciare nei blockbuster moderni guidati dalla visione di CEO e azionisti. L’unica magra consolazione è che, visti gli scarsi risultati al box office di questo quinto capitolo e di molti altri franchise recenti, sembra ormai evidente la necessità di tornare ad affidarsi alle mani di autori solidi anche per i film d’intrattenimento.
Flop al botteghino e delusioni a parte, al termine della cavalcata (questa volta definitiva, almeno al cinema) rimane comunque una certezza: Indiana Jones avrà anche perso lo smalto e l’innovazione dei primi capitoli, ma tra videogiochi, serie tv, fumetti e romanzi, ha sempre saputo vivere anche tra un film e l’altro. E non solo su carta stampata e fotogrammi, ma anche nella fantasia degli spettatori, formando generazioni di autori che potranno prendere ispirazione dai film che amano proprio come Spielberg e Lucas hanno fatto in quel lontano 1973.
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