Jessie Buckley in The Bride (La Sposa!) (c) Warner Bros. Pictures
Jessie Buckley in The Bride (La Sposa!) (c) Warner Bros. Pictures

Dopo Cime tempestose ecco un altro film che, diretto da una donna, divide in fazioni pubblico e critica, La Sposa! di Maggie Gyllenhaal. C’è chi lo addita come una copia sbiadita del Joker di Todd Phillips, in una Warner incapace di uscire fuori dal seminato (anche se poi è la stessa Warner che quest’anno ha avuto la lungimiranza di distribuire Sinners e Una battaglia dopo l’altra). C’è chi non perdona alla regista una visione semplicistica delle rivendicazioni femminili e femministe.

Nessuno ha completamente torto e nessuno ha ragione.

La storia più spaventosa di tutte, l’amore

La Sposa! è prima di tutto un esercizio di stile che, attraverso i riferimenti ai musical dell’età d’oro e al potere escapista e immaginifico del cinema stesso, omaggia l’a Hollywood classica da cui prende ispirazione. È anche un piacevole gioco di regia che si regge sulle interpretazioni di due grandi protagonisti: un malinconico Christian Bale nei panni della Creatura e una stupefacente Jessie Buckley che si sdoppia, anzi si triplica nel ruolo di Mary Shelley, Ida e La Sposa stessa.

Era infatti il 1935 quando Hollywood osò creare un sequel del romanzo di Mary Shelley. Ma nel film di James Whale, La moglie di Frankenstein (The Bride of Frankenstein) Mary Shelley raccontava l’ideale prosieguo della sua storia, rivolgendosi al marito Percy e all’amico George Byron. Nella versione di Gyllenhaal, innanzitutto, la voce di Shelley è diretta unicamente al pubblico. Si manifesta da un non luogo e infesta la mente, proprio come si impossessa del corpo della giovane Ida, una prostituta degli anni Trenta, collusa con la mafia italoamericana.

Christian Bale e Jessie Buckley in The Bride (La Sposa!) (c) Warner Bros. Pictures
Christian Bale e Jessie Buckley in The Bride (La Sposa!) (c) Warner Bros. Pictures

È lo spirito di Mary Shelley a provocare in Ida il moto di ribellione che la condanna doppiamente a morte: per l’incidente che accade subito dopo ma soprattutto per aver avuto l’ardire di criticare pubblicamente il boss locale.

La più evidente particolarità della regia di Gyllenhaal, perciò, è proprio lo smembramento di Jessie Buckley nel tempo e nello spazio: voce narrante da un presente eterno, in bianco e nero, ma anche protagonista attiva, con il corpo di Ida e l’anima della Sposa, punto focale del film e oggetto dell’amore della Creatura.

“Trova il tuo nome”

Nella cornice di una storia horror e di una storia di vendetta, Mary Shelley/Jessie Buckley rivela all’inizio che il vero cuore del racconto che si sta per svolgere davanti al pubblico è la storia più spaventosa di tutte, quella che parla d’amore. In realtà è la storia della rinascita di una donna, della donna.

Attraverso un percorso seppur banale, semplicistico e basilare, di rivendicazione femminile e femminista, alla fine La Sposa si presenta a se stessa completa, senza bisogno di trovare un complemento di specificazione, senza di rispondere alla domanda di chi?. Trova da sola il nome che Mary Shelley inizialmente si rifiuta di imporle, e così sceglie chi essere.

“Preferirei di no”

Come un ritornello ossessivo, La Sposa ripete spesso una citazione di Melville, “I would prefer not to”: preferirei di no. L’atto più rivoluzionario che compie, cioè, è dire no. Paradossalmente, però, riesce a farlo solo dopo la morte di Ida, dopo essersi cioè liberata delle catene di un mondo maschile, violento e orrendo. Superato il punto di non ritorno, oltre cui La Sposa rompe ogni regola della società (e sfocia nel crimine efferato e vendicativo), la donna – ogni donna – è libera. E fa paura.

Maggie Gyllenhaal compie un’operazione simile a quella che fece Greta Gerwig pochi anni fa con Barbie: riduce all’osso il femminismo per renderlo alla portata di tutte. Anche per chi ancora non ha letto nulla di Mary Wollstonecraft (che sì, era anche la madre di Mary Shelley). E non c’è nulla di sbagliato in questo, soprattutto in un momento storico in cui i diritti delle donne, anche in Occidente, sono sotto pressione.

La potenza sottile di quel preferirei di no è la chiave dell’intero film, è il gancio – consapevole o inconscio – con il pubblico femminile, a cui senza dubbio il film è rivolto, perché parte da una premessa condivisa: ricordiamo tutte almeno un momento nella vita – grande o piccolo, grave o insignificante – in cui avremmo voluto dire “preferirei di no“. Quel che ci spinge a fare Gyllenhaal è farlo prima che sia troppo tardi.

V.V.

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RASSEGNA PANORAMICA
Voto
6.5
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